J. Edgar

Ci sono tre momenti durante tutto il film, tre minuscole sequenze, brillanti come stelle su un cielo grigio, monotono e tutto uguale. Un cielo che ha lo stesso sapore di una cronaca, un susseguirsi di episodi che si ripetono, che si specchiano, che rimbombano in sala cullati da monologhi autocelerativi. Tre piccoli momenti che danno un senso all'ultimo film di Eastwood. J. Edgar vestito con l'abito della madre e adornato dalla collana di perle, in lacrime davanti a uno specchio. J. Edgar messo di fronte alla propria frode dall'amico amante malato e stanco. J. Edgar sul balcone che osserva il susseguirsi dei presidenti degli Stati Uniti d'America. Il resto del film è ridondante, sempre uguale a se stesso, piatto. Racconta la storia di un uomo che, preda della sua ossessione e della figura materna, inventa qualcosa di impensabile, da romanzo e che, pur di non perdere ciò che ha creato è capace di bassezze e ricatti. Un uomo potente, ma anche miserabile, che ha condotto una vita sacrificando la felicità al potere, credendo di poter sopravvivere proprio grazie alla grandezza della sua creazione. Un uomo che il regista ci mostra parzialmente, lasciandoci intuire a grandi linee le reali proporzioni della sua figura.

Una biografia, quindi, che vuole raccontare l'uomo con la puntualità della cronaca sacrificando molto della struttura narrativa. Mancano tensione, ritmo, emozione, eleganza e finezza. È tutto plateale, mostrato per quello che è (stato?). Il linguaggio stesso del cinema viene soffocato dai monologhi recitati a meraviglia da un ottimo Di Caprio. Eppure regista e sceneggiatore sanno usare questi strumenti, altrimenti non si spiegherebbero quei tre momenti così belli, punteggiati da silenzi che dicono moltissimo. Scelte. Strane scelte, non ultima quella di non mostrare praticamente mai il rapporto tra politica e polizia, calcando la mano su un'indagine pretestuosa che mostra l'evolversi dell'FBI nei primi anni dell'impero di J. Edgar. A contribuire a questo senso di grigiore, la fotografia essanziale che solo a tratti riesce a farsi strada tra le filippiche del protagonista.

In breve: un punto di vista e uno sviluppo biografico parziali e monotoni, salvati negli ultimi minuti dalle varie morti del protagonista.

Voto 5,5
Davide Mazzocchi

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