A proposito del film dei Coen, perché in fin dell'opera è così che l'abbiamo sentito pubblicizzato ovunque (e non è un caso), se vi è piaciuto, vi prego di smettere di leggere adesso. Ci salutiamo e ci risentiamo al prossimo film.
Bene, ho fatto il mio dovere di ospite, ma rilancio. Il film dei Coen, che per altro ha anche un bel titolo, è un film brutto. Il protagonista è un omuncolo che non ha alcun tipo di spinta verso qualcosa. Il perdente peggiore, di quelli che non riescono nemmeno a lamentarsi (forse perché sanno di essere destinati al fallimento?). È un personaggio che giudica gli altri con una sufficienza meschina senza poi riuscire a raggiungere ciò che gli altri agguantano con un po' di sacrificio. A me piace l'antieroe, ma questo è davvero piccolo. Se poi lo si circonda di persone grottesche (le due cene dai Gorfein) il ritratto è completo. Il fatto che non abbia nemmeno la minima spinta per la sua arte mi fa star male.
Gli altri personaggi, o sono grotteschi o sono ridicoli (la linea grigia che li separa è sottile). L'unico bel personaggio è il jazzista eroinomane. Il solo fatto di parteggiare per lui durante il viaggio in macchina è sintomo evidente del fallimento del protagonista. Ma non è ancora arrivato il peggio.
Al film manca anche una trama. Sì certo, il tecnicismo della trama circolare è lodevole, ma ne parliamo in coda. Mi correggo. La trama c'è, manca la storia. È un continuo trascinarsi da un divano all'altro in una specie di tentativo alla Bukowski triste e stremato. È un ciclico ricadere nei propri errori e fallimenti fino alla fine. Ma ce n'è ancora.
Il film è pretestuoso. Ogni volta che al protagonista succede qualcosa si vede lo zampino di uno scrittore stronzo, pronto solo a mettere il protagonista in difficoltà. Protagonista che non reagisce e non agisce nemmeno per sogno. E quindi il rendergli la vita misera non è nient'altro che un brutto esercizio di stile. Coronato dalla trama circolare, l'unica cosa che ho sopportato.
Ah, c'era un gatto. E grazie a lui abbiamo imbottito il film di citazioni: Capote e Joyce, giusto per non sembrare banali.
Si sente che il film non m'è piaciuto poi molto? Sì, vero? Ma d'altronde è un film dei Coen e parlarne male non si può. A proposito di Davis? Non pervenuto.
Voto: 5
Davide Mazzocchi
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Pacific Rim - Coppa gelato gusti misti
Il fatto è questo: io di robottoni non ci ho mai capito nulla. Ma prima di insultarmi lasciatemi dire la mai. Negli anni '80 ero un ragazzino parcheggiato felicemente dai nonni tutto il pomeriggio e la prima serata. Su qualche emittente privata, sintonizzata sul canale 17, la sera trasmettevano roba giapponese. Di solito c'erano dentro dei robot, di varie forme e dimensioni. A me francamente non importava molto del tipo di robot, la cosa essenziale era che la trama seguisse quella struttura così collaudata.
- Tutti felici e contenti
- Mostro in avvicinamento
- Combattimento con il robot di turno (invariabile mossa finale)
- Tutti felici e contenti (fino al prossimo mostro)
Grazie a questo modo disinteressato di gustarmi i robot, non saprei distinguere il Daitarn da un Gundam o da un (che so?) Voltron. Credo che lo stesso sia successo al buon Guillermo, regista di Pacific Rim. Questi robottoni hanno tutti quello che avevano i loro antenati: un bel minestrone (ma dato il periodo meglio parlare di coppa gelato) gusti misti.
Il film conferma varie idee che mi stanno girando in testa:
- Il livello tecnico non è più un problema. I mostri che ho visto in sala sono più plausibili e verosimili di certe facce che mi girano attorno.
- La trama conta poco, basta che si parli almeno una volta di ambientalismo e una volta di clonazione (prego vedersi la produzione recente di fantascienza Oblivion, After Earth per dire)
- L'impressione generale è sempre quella di trovarsi di fronte a un ottimo mix (meravigliosamente confezionato) di cose già viste e fuori tempo massimo. Qui per dire hanno fatto il mischione tra il Gundam (con una spolverata di Evangelion) e Godzilla.
Ma deve essere chiara una cosa: non è stato affatto male, anzi io l'avrei preferito ancora più "ignorante". Botte da orbi per due ore. Sarei stato certo più contento, a patto che alla fine tutti fossero felici e contenti...
... in attesa della prossima apocalisse.
Voto: 6
Davide Mazzocchi
Star Trek visto da chi non capisce
Ci sono due scene nel film che mi hanno spiazzato. Non tanto per il contenuto ma per la mancanza di qualcosa. Per farla breve:
- Scena d'apertura. Kirk e Spock che ne stanno facendo di ogni (ma si può direi in italiano?) sul pianeta di trogloditi e a un certo punto l'Enterprise salta fuori dall'oceano.
- Scena verso il finale in cui Spock mena le mani su un mezzo volante a velocità folle e lui e il suo nemico saltano ovunque.
Non trovate che manchino un paio di elementi? Su, fate uno sforzo e pensateci un po'. Lo so che ci state arrivando anche voi. Vi ha stupito non vedere il Millenium Falcon uscire dall'acqua vero? E il fatto che il combattimento fosse a mani nude e senza spade laser. Dai, non fate quella faccia lì, lo sapete che ho ragione e che in fondo nessuno ha il coraggio di dirlo.
Lo dico io allora. Questo Star Trek è tutto ciò che i nuovi Star Wars avrebbero dovuto essere. Ok l'ho detto, liberi di dissentire, ma rispettate almeno il coraggio.
Fatto sta che siamo andati a vedere un ottimo film di fantascienza con continui colpi di scena, con un nemico vero e bello, con l'azione, con le astronavi (e che astronavi!), con la diplomazia, con i personaggi, quelli che piacciono a noi, quelli con lo spessore che meritano. Kirk, signori, Kirk è un ottimo personaggio perché ispira carisma e fiducia. Se lui dice che c'è da andare si va e basta. Spock è ottimo e completa il quadro famigliare. Mi è piaciuto, ma davvero tanto e io di Star Trek non ci capisco nulla. Ma mi è piaciuto così tanto che il suo ricordo è riuscito a farmi sopportare tre ore di Superman, visto subito dopo per la felicità del botteghino, in una serata di delirio collettivo. Ma questa è un'altra faccenda.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
After Earth - Boh, non so, non saprei...
Una regola che mi sono imposto è di parlare di qualcosa solo dopo averla capita. Per me After Earth è rimasto un mistero fino a pochi minuti fa, e sono passati quei cinque giorni dalla visione. Non è la trama a mettermi in difficoltà, nemmeno l'ambientazione. La cosa difficile è stata capire il rapporto tra me e il film.
Due episodi: uno appena usciti dal cinema, l'altro il giorno dopo. Ve li riporto così come sono capitati.
Titoli di coda, un tentativo di applauso di qualche buontempone, mi alzo e mi aggrego al coro dei delusi. Con il mio gruppo formo il solito cerchio appena fuori dalle porte del cinema e do inizio alla sessione di commenti. Di solito sono quello più chiassoso e chiacchierone: per me il film è (o crea) un legame emotivo, se tocca le corde giuste, le mie intendo, allora avrà fatto centro. Volano vari aggettivi ed epiteti più o meno amichevoli nei confronti di regista e scrittore (Shyamalan e Smith). Io ascolto e quando gli altri mi guardano per sentire un parere, eludo con un "non so... boh... non saprei."
Il giorno dopo. Siamo in ballottaggio per la recensione. Mi chiedono: "La fai tu?" "Ok, ho un paio di idee per farla. Ci penso su e in serata la scrivo." Le idee sarebbero state queste:
- Sfoderare il sarcasmo delle migliori occasioni e svuotare il caricatore con una mitragliata di critiche su tutti quanti, me stesso compreso.
- Raccogliere la sfida e trovare tutto quello che di bello il film mi ha offerto, pur scrivendo ben chiaro che il film ha fallito.
La capite la faccenda? Era un altro "Boh... non so... non saprei..." Ma adesso ho capito.
Erano gli anni '80, di certo, e io scrivevo a malapena il mio nome. Non ricordo l'emittente, ma credo che settimanalmente dessero in televisione dei film prodotti dalla Disney per il mercato Home Video. In questi film i protagonisti erano invariabilmente bambini e la struttura della trama era quella classica: Presentazione della situazione, conflitto e presentazione del "cattivo", sviluppo del conflitto, vittoria sul cattivo, grasse risate.
È questa la chiave, ed è per questo che il film ha un che di "già visto", proprio perché la stessa trama l'avrò goduta centinaia di volte seduto nella piazza sinistra del divano (il mio posto storico) davanti alla tivù. Per questo non riesco a cassare il film anche se lo meriterebbe.
Sentite, facciamo così: non gli metto nemmeno il voto (per la gioia dell'editor), ma voi non andate a vederlo, recuperatevi magari un vecchio film Disney, un nipotino piccolo e passate un pomeriggio a farvi due risate e a godervi dei bei ricordi. Affare fatto?
Davide Mazzocchi
Il Grande Gatsby
Tutto comincia con la notizia, ormai più di un anno fa: "Lo sai che fanno il grande Gatsby al cinema?" Lì per lì la cosa non mi ha sconvolto, sono andato a vedere il cast e ho deciso che questo film avrebbe avuto delle serie possibilità di piacermi. Poi è arrivato il trailer. È stato quello a sconvolgermi. Non tanto la zebra nella piscina, quella fa parte dell'esagerazione, mi hanno sconvolto la luce verde ammiccante, di là dalla baia e soprattutto il manifesto dell'uomo con gli occhiali.
Riuscite a capire la grandezza del gesto? Quella è stata una dichiarazione di intenti mica da ridere. Il regista stava parlando con me, con fare beffardo: "Guarda, ho preso uno dei tuoi libri preferiti e ci ho fatto un film. Guarda cosa ti metto nel trailer." Avrebbe potuto mettere di tutto, perché quindi mostrare quei due elementi? Per sfidarmi, ecco perché. Ho contato i giorni, le ore e gli attimi che mi separavano da Natale, prima data d'uscita del film, ma ecco che al posto di Gatsby mi tocca vedere un hobbit che vaneggia. Un duro colpo, lo ammetto, incassato con dignità e contegno. Mi sono limitato a imprecare per qualche ora e a piangere per pochi minuti. Trascorrono mesi senza senso quanto i film proposti in sala, ma finalmente arriva il giorno.
Di solito la evito, ma per questo film la prima visione mi sembra azzeccata. Mi accaparro un posto laterale in terza fila e mi gusto il film in diagonale. Il regista ammicca ancora e mi dà il benvenuto con queste parole:
Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu".
Non c'è bisogno di altro: ho capito. Questo, semplicemente non è un film e non va guardato come tale, questo è un tributo. Se non avete letto il libro guarderete il film senza poterlo realmente assaporare, perché il film da solo non vuol dire assolutamente nulla. Serve aver amato le parole di Fitzgerald che descrive la purezza di un sogno e la tragedia della sua distruzione. Senza queste parole, le immagini non servono a nulla e il regista questo lo sa. Infatti si mette da parte e si inginocchia come se fosse al cospetto di un dio. Tutto è perfetto proprio perché nulla è stato cambiato (ok, qualcosina, marginalmente). L'aver colto tutti i significati del libro è stato un gran colpo. A cui si aggiunge la sorpresa di vedere le terribili parole del finale danzare sullo schermo luminose e leggere. In quel momento, lo confesso, mi sono commosso.
Grazie Baz, davvero, per non aver fatto a pezzi questo libro.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Iron Man 3 e Zero Dark Thirty: l'America che non ti aspetti
La faccenda è sempre la stessa. È da una vita che va così e ve la spiego velocemente: c'è un cattivo che minaccia una grande nazione e fino a un certo punto riesce a creare un clima di terrore e ad averla vinta, ma la grande nazione gli sguinzaglia contro un supereroe volante o i servizi segreti e alla fine il cattivo deve farla finita. D'altronde comandare una rivoluzione con un proiettile in testa è anche abbastanza dura.
La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.
La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?
E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.
Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.
Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi
La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.
La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?
E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.
Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.
Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi
Anna Karenina
Sai, una cosa che mi piacerebbe tantissimo è essere intervistato appena fuori dalla sala. Perché è in quell'esatto momento che le emozioni non hanno ancora ceduto il passo alla razionalità e proprio allora sono anche dotato di un sarcasmo pungente: lo stato migliore per scrivere. Non dovrei mai tornare a casa subito dopo la visione, dovrei sedermi da qualche parte a buttare giù la recensione punto e stop. Ma visto che questo lusso non me lo concede mai nessuno, mi intervisto da solo.
"Piaciuto?"
"Capolavoro. Davvero, capolavoro! Non sto scherzando, non sono ironico, domani torno a vederlo, promesso, se ho la serata libera, torno qui e lo riguardo." Fingete che sia appena uscito dal cinema.
"Lo rivedresti ancora?"
"Sì, sì, assolutamente, ma tu l'hai visto? Ma hai idea di com'è fatto?"
"L'ho visto anche io, un buon film, ma non mi aspettavo questo entusiasmo. Come mai?"
"Ma perché sì, perché è fantastico, costruito alla perfezione, no dico, hai presente la scena del ballo? È la scena più bella di tutto il film, perfetta, sopra ogni cosa. Perché di balli ne abbiamo visti molti, ma questo è straordinario. Loro due che volano, le note del valzer che saturano l'aria e poi la luce, loro due da soli e gli altri immobili e il teatro. Sai cosa ti dico? Che finalmente l'ho capita."
"Cos'hai capito?"
"La danza, ma mi stai ascoltando? La danza, il turbine, la bellezza, l'amore, i simboli. Il film è tutto costruito su questo canone. Prova a dire che è puramente estetico, ma prima telefona al dentista perché avrai bisogno di due denti nuovi."
"Perché, non lo è?"
"Lo è, anzi no, non è puramente estetico, è perfettamente simbolico. Anche la faccenda del teatro, il dramma, la commedia, la farsa, la tragedia di una vita vanno in scena sul palco mentre i segreti stanno dietro le quinte. Le hai notate le riprese dietro le quinte no? Se così non fosse, domani lo riguardiamo insieme e ti insegno come si fa ad andare al cinema."
"Ma io vado al cinema da quando sono piccolo."
"Si vede che ci vai con l'auto e non con il cuore. E poi lei, hai visto come sorride? No, dico, l'hai vista? Lei è divina e credo di essermi innamorato del suo sorriso. Di lei, del suo demone, dei suoi abiti, della sua morte. La perfetta falena."
"E lui?"
"Un cialtrone che non sfugge alla descrizione iniziale. Bravo anche il marito, bravi tutti, ma soprattutto chi ha scritto la sceneggiatura. Un genio."
"Addirittura?"
"Sì, perché è riuscito a fare un musical senza far cantare nessuno. Un genio, come ti dicevo. Ma senti, grazie per l'intervista. E per la compagnia, ma adesso devo proprio scappare, ho un sacco di idee e devo scrivere una recensione. Alla prossima."
"Aspetta, un'ultima cosa. Dimmi una frase del film che ti ha colpito."
"Ed era amore? È sempre amore."
Mi volto alla ricerca della macchina e scappo a casa, lasciando che i pensieri si trasformino in sogni e viceversa.
Davide Mazzocchi
Voto: 9
Cloud Atlas
- Riguardare il film
- Andarsi a leggere il libro
Perché in definitiva il film in qualche modo fallisce (o raccoglie un successo estremamente valido) lasciando lo spettatore con una montagna di domande. La scenetta è stata più o meno questa: sei persone (tra cui io, scosso) piantate davanti all'uscita del cinema che cercano di stirare le pieghe della trama e capire come si indossa il vestito cucito dai Wachowski.
Il mio primo sospetto lo metto nella traduzione dalla carta alla pellicola. Però state a sentire cosa dice l'autore del libro in questo articolo.
Adaptation is a form of translation, and all acts of translation have to deal with untranslatable spots. Sometimes late at night I'll get an email from a translator asking for permission to change a pun in one of my novels or to substitute an idiomatic phrase with something plainer. My response is usually the same: You are the one with knowledge of the "into" language, so do what works. When asked whether I mind the changes made during the adaptation of "Cloud Atlas," my response is similar: The filmmakers speak fluent film language, and they've done what works.
Per chi non sapesse l'inglese, in sintesi: lascio la traduzione a chi conosce meglio il linguaggio di destinazione, perché sa cosa sta facendo. Fiducia al traduttore da parte dell'autore.
Per chi non sapesse l'inglese, in sintesi: lascio la traduzione a chi conosce meglio il linguaggio di destinazione, perché sa cosa sta facendo. Fiducia al traduttore da parte dell'autore.
Nonostante il parere informato del mio omonimo scrittore, la penso in modo diverso. La narrazione parallela che propongono i creatori di Matrix non funziona del tutto. I due punti chiave che non vanno sono nella costruzione della tensione e soprattutto nel finale (nei finali). La mia aspettativa, lo confesso, era di vederli tutti collegati in modo forte, fortissimo, con un colpo di scena da maestro. Invece mi sono guardato sei storie spezzettate che hanno in comune cose piccole come bottoni, pagine e poco altro.
L'idea, il messaggio, ciò che fai adesso vivrà nel tempo e influenzerà i mondi futuri, è appena accennato, sottinteso, manca di collante e coesione. Un peccato, perché l'esperimento è ardito, audace. Fosse una partita di calcio questa sarebbe un'ottima azione finita sul palo sinistro.
Bisogna anche dire che il film fa ciò che avevo supplicato dopo la visione di Prometheus: dà vigore dalla buona vecchia fantascienza.
Voto: 7 per l'intento e per le proporzioni della sfida.
Davide Mazzocchi
Le 5 leggende
Coincidenza o no, la visione delle 5 Leggende è arrivata insieme al freddo polare: il clima ideale per chi ha voglia di coccolarsi con il tepore della sala e una bella sciarpa calda. Il film in sè è una bella termocoperta emotiva, ricamata con le note figure del folklore più o meno generale sotto la direzione di un Babbo Natale dal retrogusto russo. Dal trailer si intuisce una sorta di favolona natalizia e il film conferma l'idea.
Ma lo sapete qual è il vero problema? Che per parlare di questo film servono due persone con competenze assolutamente diverse. Una, che posso fare io, che sappia scrivere e l'altra, preferibilmente di 5 anni (e non di più) che sappia guardare e vedere al di là degli effetti speciali la vera natura del film. Per confondere ulteriormente le idee io vi tiro in ballo Neverland. Per riassumere, Barrie porta a teatro il suo Peter Pan e fa riservare dei posti, sparpagliati in platea, per dei bambini che interagiscono con gli attori. Il risultato netto è che tutti gli adulti riescono ad apprezzare la commedia assaporandola con gli occhi dei bambini. Le 5 Leggende va visto così: dovete andare al cinema con un nipotino, con vostro figlio, con il cuginetto, perché sarà la sua felicità a rendere diversa la vostra serata.
Poi ok, ci sono gli effetti, il 3D (che mi ha stupito davvero), la storiella, il cattivo, l'amicizia, il tradimento, tutto quello che volete, ma non tentate di giudicare un film del genere se pensate che un cucchiaio non possa più trasformarsi un aereo.
Voto: Sarebbe una contraddizione metterne uno, non pensate?
Davide Mazzocchi
Di nuovo in gioco
È andata così: io volevo andare a vedere Cogan, ma poi l'influenza mi ha piegato in quattro. Alcuni giorni di reclusione e spremute d'arancia in un limbo fatto di ottimi libri e febbre alta. Così Cogan, unica proiezione al cineforum, se n'è andato, ma questa è un'altra storia. Appena ripreso decido per una serata fuori, tanto per ricordarmi che odore ha l'aria. La scelta è Alì ha gli occhi azzurri, italiano, con intenti precisi di analisi di certe situazioni sociali. Credo.
La serata l'abbiamo organizzata a metà: delle due abbiamo indovinato il titolo e sbagliato l'orario. Quando ci siamo presentati inn biglietteria, il film veleggiava verso il suo secondo quarto d'ora. Colpa nostra (mia, soprattutto) e del fidarsi della consuetudine. Con le scelte ridotte all'osso, abbiamo evitato il cineantipasto (preludio di una serie di cinepanettoni tricolori), è rimasto solo il film con il vecchio.
Tutti sanno che io Clint Eastwood non lo amo particolarmente, e parlo di entrambi i lati della cinepresa. Però questa volta non mi è dispiaciuto. Fa la parte del vecchio burbero con qualche acciacco e un po' più tenero del solito. Certo non una cosa originalissima, ma almeno piacevole. Il film parla del baseball, in qualche modo, del rapporto con la figlia, troppo letterale, con colpo di scena finale che in fondo non aggiunge molto al ruolo di genitore come personaggio.
Commediola agrodolce e prevedibile che però ha salvato una settimana partita male sotto ogni aspetto possibile e immaginabile. Decisivi i commenti dei vicini di poltrona.
Voto: 6
Davide Mazzocchi
Amour
L'unica vera, indiscutibile e devastante domanda che strangola lo spettatore una volta uscito dalla sala è: questo è amore? Mentre si tira in ballo la vita di una coppia attempata, la figlia con una relazione instabile, la musica che scorre dalle mani di un pianista emergente, la quotidianità del cucinare uova à la coque, la malattia e infine la morte. Mentre tutto questo danza sullo schermo, la domanda diventa sempre più pesante. Non importano la trama, la tecnica, la narrazione, ma sono la vita e la morte a prendere il posto dei protagonisti. E infine l'amore (se questo è amore).
C'è amore nei dialoghi che aprono il film (stupendi), così come nel monologo finale. Non nella sostanza, quanto nei toni. Però, nonostante sia stato testimone della storia di Georges e Anne, faccio fatica a digerirla. La cosa che sconvolge è la cronaca di una discesa verso la morte, la testardaggine del marito nel non "lasciare andare" l'amata, quando è chiaramente l'unica cosa da fare. Ma proprio per la mancanza di razionalità si deve dare tutta la colpa la cuore e non alla mente. Amore quindi. Ma amore per chi? Per se stessi? Per la vita? Per un'altra persona? Il regista non lo dice, però decreta qualcosa di intenso: l'amore può essere l'inizio, ma anche la fine di tutto.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Candidato a Sorpresa
Attirati da un trailer piuttosto divertente siamo caduti nella tentazione di farci due sghignazzate con il Candidato a Sorpresa. Ed è più o meno tutto qui, due risate in leggerezza e null'altro.
Un film che non ha alcuna pretesa (o se ne ha, sono piuttosto modeste) se non quella di mostrare per l'ennesima volta il buon vecchio Zach Galifianakis nel solito ruolo dello strambo ingenuo e pasticcione. Il personaggio è talmente sperimentato che non ci si preoccupa più nemmeno di caratterizzarlo, tanto alla fine lui qualche risata la sa tirare fuori. L'altro, Will Farrell, è un buon "cattivo", insomma la coppia funziona.
Fa pensare però la tendenza: non è il primo film politicamente scorretto che esce in sala di recente e che in qualche modo critica pesantemente un sistema. Abbiamo visto il Dittatore qualche tempo fa e pare che questo Candidato sia una specie di copia: situazioni assurde e vigliaccate che portano a un discorso finale di critica. Guardandolo viene in mente anche Le idi di marzo, giusto per analogia di temi trattati, ma non si può nemmeno pensare un confronto.
Voto: 6 simpatico senza impegno, leggero. Mette a nudo qualche magagna per lo più nota a tutti.
Davide Mazzocchi
Prometheus
Ogni tanto la Fantascienza torna in sala e, dato l'evento, tutti accorriamo augurandoci di vedere qualcosa di nuovo. Perché in fondo è proprio questo, la fantascienza, è esplorazione, novità, stupore, voglia di andare oltre. Ci si illude sempre di essere scossi e bacchettati un po', si vuole guardare avanti, nel futuro, per capire il presente. Ma purtroppo troppe volte c'è la solita nave spaziale, con il suo equipaggio malmesso che fa una brutta fine.
La fantascienza di oggi sono i supereroi, sono i film spettacolari con gli effetti grossi, quelli che devi vedere nella sale giuste con l'audio a palla e Prometheus non fa differenza. È la solita fantascienza di oggi che non stupisce se non per l'incredibile realismo degli effetti speciali. Questo ultimo lavoro di Scott non è un brutto film, ha dentro elementi interessanti e dialoghi azzeccati, ma ci sono cose che proprio non si possono vedere, ingenuità che lo spettatore di oggi dovrebbe ormai aver assimilato. Secondo voi è concepibile che un gruppo di scienziati, arrivati da due ore su un pianeta sconosciuto, vada nella prima caverna a caso e cominci a togliersi il casco, a toccare ovunque (anche la bavetta che cola dai cilindri). No, non è concepibile che almeno il biologo non dica "Ragazzi, magari c'è qualche batterio stronzo nell'aria e siamo tutti all'obitorio eh."
C'è tutto, in questo Prometheus, il design moderno dei mezzi e delle strumentazioni (forse ormai standardizzato sulla tecnologia touch), c'è il pianeta, c'è l'alieno (anzi due), c'è anche qualche elemento interessante (l'androide David: non è che magari è un giochino al contrario con 2001 Odissea nello spazio?), c'è anche la voglia di proporre il problema della Creazione, e su questo devo dire che l'approccio è stato interessante. Ma questi buoni elementi non riescono a bilanciare a dovere alcune banalità e la prevedibilità generale della trama. La presenza degli Alien, tolto un colpo di scena che terrò per me, non porta niente: sappiamo tutti come va a finire se arriva l'Alien no?
Forse forse, la fantascienza di oggi dovrebbe andare a rileggersi molte pagine che sono state scritte nel passato e svecchiarsi, rinnovarsi, trovare nuove idee. L'astronave non è più un bel personaggio, vogliamo qualcosa di diverso. Perché non portano sullo schermo Treason? Perché la fantascienza non osa qualcosa di nuovo, non è forse il suo compito?
Voto: 6
Davide Mazzocchi
Il Ritorno del Cavaliere Oscuro
Chiariamo subito: questo nuovo Batman è un buon film, è meno bello del precedente, ma conclude degnamente una trilogia che ha più di un merito.
Voto: 8 e così non se ne parla più. Anzi qualcosa da dire c'è.
Uno su tutti: la convinzione che le persone, quegli esserini che popolano le strade di Gotham, siano buone e che meritino quindi una città migliore. La fiducia (quasi) incondizionata nell'animo della popolazione che porta avanti una vita tanto banale quanto unica e bellissima. Tema accennato nel primo film, dimostrato nel secondo e ribadito nel terzo. Quella popolazione che però ha bisogno di qualcosa in cui credere, un simbolo, che l'eroe incarna (e ha incarnato). Una discreta novità narrativa sul tema supereroistico (merito non indifferente).
Sviluppando il tema in tre film, Nolan, ha avuto la possibilità di imbastire un arco narrativo coerente. I temi del primo film sono sviluppati nuovamente nel terzo. Ed è un po' questa la vera sorpresa del "Ritorno". Senza rovinare nulla a nessuno: Bane, il cattivo di questo episodio, nasce sulle pagine del fumetto come nemico a sé stante, idea che viene scardinata riuscendo a dare più profondità a un personaggio su cui non avrei scommesso moltissimo. A proposito...
Batman/Bruce Wayne. Ok lui è l'eroe, il cavaliere, il giustiziere, ma la cosa che mi piace di più di questo Batman è che è ossessionato dal salvare l'anima della città (che gli ha tolto moltissimo) da una parte e conscio del fatto che non potrà essere lui a farlo (bensì la città stessa) nel prossimo futuro (vedersi il secondo film su questo punto).
Ra's Al Ghul: cattivo con principi fermi di giustizia. È il tipico personaggio che non vuole la distruzione fine a sé stessa. Concetto discutibile, ma comunque più interessante del cattivo ignorante.
Scarecrow: simpatico buffone e scheggia impazzita nell'underground di Gotham.
Joker: la follia lucida, la liberazione dell'uomo attraverso l'anarchia, la distruzione delle divisioni. Un concetto al limite, ma non necessariamente sbagliato.
Harvey Dent/Two Face: lu duplicità dell'uomo. La ragione e l'istinto, la giustizia e la rabbia, l'amore e l'odio. Avrebbe potuto essere lui il cavaliere (bianco stavolta) alla guida della città, ma il fuoco se l'è portato via.
Selina Kyle: il volto ancheggiante del cittadino medio che vive per sè stesso ma che alla fine sa cos'è giusto fare. Forse il personaggio meno riuscito, ma comunque apprezzabile.
Bane: l'erede, il protettore di un'idea folle. Completamente cattivo? Certamente no, saldi principi portati avanti senza troppa eleganza e molta violenza.
Il Film
Per chi, come me, ha letto i fumetti (con antagonista Bane) la trama di questo episodio non sarà una sorpresa, anzi. Le perle che Nolan riesce a infilarci, sotto forma di ottimi colpi di scena e personaggi azzeccati (Detective Blake, tanto per dire), sono piacevolissime e danno enorme spessore a un racconto forse scontato. Ritmo stranissimo, che per due ore buone resta costante e fa da colonna sonora alla sistematica distruzione di tutto e tutti; ultimi quarantacinque minuti in crescendo netto. Dialoghi azzeccati, taglienti (Alfred fa un paio di tirate che valgono tutto il film). Azione presente ma non protagonista come negli altri titoli. Presenza di elementi targati DC Comics più importante rispetto ai precedenti titoli. Trama chiusa ma non del tutto: non si può chiudere un personaggio del genere, è economicamente stupido.
Insomma, come dicevo, un buon film. Ottimo se si pensa all'opera nella sua interezza.
Abbiamo parlato dei personaggi, ma secondo voi,
Voto: 8 e così non se ne parla più. Anzi qualcosa da dire c'è.
La Trilogia
Il solo fatto di aver pensato a una trilogia rende il respiro del racconto molto più ampio e crea un ottimo collante tra i tre film. Cosa che le precedenti incarnazioni, così episodiche, non hanno nemmeno tentato. I temi trattati, al di là dell'ovvia lotta tra bene e male, sono interessanti.Uno su tutti: la convinzione che le persone, quegli esserini che popolano le strade di Gotham, siano buone e che meritino quindi una città migliore. La fiducia (quasi) incondizionata nell'animo della popolazione che porta avanti una vita tanto banale quanto unica e bellissima. Tema accennato nel primo film, dimostrato nel secondo e ribadito nel terzo. Quella popolazione che però ha bisogno di qualcosa in cui credere, un simbolo, che l'eroe incarna (e ha incarnato). Una discreta novità narrativa sul tema supereroistico (merito non indifferente).
Sviluppando il tema in tre film, Nolan, ha avuto la possibilità di imbastire un arco narrativo coerente. I temi del primo film sono sviluppati nuovamente nel terzo. Ed è un po' questa la vera sorpresa del "Ritorno". Senza rovinare nulla a nessuno: Bane, il cattivo di questo episodio, nasce sulle pagine del fumetto come nemico a sé stante, idea che viene scardinata riuscendo a dare più profondità a un personaggio su cui non avrei scommesso moltissimo. A proposito...
I Personaggi
In generale i personaggi di tutti i film sono sviluppati piuttosto bene sotto il punto di vista psicologico. Chiara la distinzione tra buoni e cattivi, ma con tante zone d'ombra.Batman/Bruce Wayne. Ok lui è l'eroe, il cavaliere, il giustiziere, ma la cosa che mi piace di più di questo Batman è che è ossessionato dal salvare l'anima della città (che gli ha tolto moltissimo) da una parte e conscio del fatto che non potrà essere lui a farlo (bensì la città stessa) nel prossimo futuro (vedersi il secondo film su questo punto).
Ra's Al Ghul: cattivo con principi fermi di giustizia. È il tipico personaggio che non vuole la distruzione fine a sé stessa. Concetto discutibile, ma comunque più interessante del cattivo ignorante.
Scarecrow: simpatico buffone e scheggia impazzita nell'underground di Gotham.
Joker: la follia lucida, la liberazione dell'uomo attraverso l'anarchia, la distruzione delle divisioni. Un concetto al limite, ma non necessariamente sbagliato.
Harvey Dent/Two Face: lu duplicità dell'uomo. La ragione e l'istinto, la giustizia e la rabbia, l'amore e l'odio. Avrebbe potuto essere lui il cavaliere (bianco stavolta) alla guida della città, ma il fuoco se l'è portato via.
Selina Kyle: il volto ancheggiante del cittadino medio che vive per sè stesso ma che alla fine sa cos'è giusto fare. Forse il personaggio meno riuscito, ma comunque apprezzabile.
Bane: l'erede, il protettore di un'idea folle. Completamente cattivo? Certamente no, saldi principi portati avanti senza troppa eleganza e molta violenza.
Il Film
Per chi, come me, ha letto i fumetti (con antagonista Bane) la trama di questo episodio non sarà una sorpresa, anzi. Le perle che Nolan riesce a infilarci, sotto forma di ottimi colpi di scena e personaggi azzeccati (Detective Blake, tanto per dire), sono piacevolissime e danno enorme spessore a un racconto forse scontato. Ritmo stranissimo, che per due ore buone resta costante e fa da colonna sonora alla sistematica distruzione di tutto e tutti; ultimi quarantacinque minuti in crescendo netto. Dialoghi azzeccati, taglienti (Alfred fa un paio di tirate che valgono tutto il film). Azione presente ma non protagonista come negli altri titoli. Presenza di elementi targati DC Comics più importante rispetto ai precedenti titoli. Trama chiusa ma non del tutto: non si può chiudere un personaggio del genere, è economicamente stupido.
Insomma, come dicevo, un buon film. Ottimo se si pensa all'opera nella sua interezza.
Abbiamo parlato dei personaggi, ma secondo voi,
I Colori della Passione
The Mill and the Cross, tradotto letteralmente Il Mulino e la Croce, presentato al Sundance 2011, passa in Italia con il titolo generico I Colori della Passione. Già un altro lungometraggio di qualche anno fa ha subito più o meno la stessa sorte: I Colori dell'Anima, dal titolo originale più sobrio (Modigliani). E io un po' ci speravo che questi colori della passione fossero simili a quelli dell'Anima di Amedeo, perché credo che quella sia una delle più belle storie d'amore passate sul grande schermo.
Purtroppo o per fortuna, siamo davanti (anzi dietro) a qualcosa di completamente diverso. Il film parla di un quadro, della sua nascita, degli intenti del pittore e della sua realizzazione. Ma non mostra le tribolazioni di Pieter Bruegel (detto anche il vecchio e interpretato dallo stagionato ma sempre in gamba Rutger Hauer), mostra più che altro come il pittore riesce a comporre in modo allegorico la realtà che lo circonda. Il film, in prevalenza muto, ritrae i personaggi principali che sono presenti ne La Salita al Calvario e lo fa in modo grottesco, proprio in linea con quell'arte fiamminga che ha così folgorato il regista. Ogni personaggio ha una storia ed entra a far parte del quadro generale man mano che il film si svolge. Se all'inizio lo spettatore è quasi stordito da scene che sembrano non avere nè capo nè coda, alla fine si riesce a capire la grandezza e la totalità di un'opera all'apparenza caotica.
Il quadro come oggetto di indagine, come sfondo (letteralmente) del film e come protagonista. I suoni e le parole diventano il contorno di un lungometraggio molto interessante. I dettagli sono studiati per bene, i movimenti di macchina anche, le luci, seppur eccessive, rendono perfettamente l'idea. Intendiamoci, il film non è perfetto e forse pecca di qualche ripetizione, ma il punto di vista è interessantissimo. La spiegazione del pittore coprotagonista lo rende accessibile un po' a tutti. L'ambientazione e la critica storica mettono la ciliegina sulla torta.
Gradevole proiezione che va al di là dell'esercizio tecnico, pur con qualche imperfezione e un po' di pesantezza, rimane un film interessante.
Voto: 7
Davide Mazzocchi
The Amazing Spiderman
Le possibilità che offre un reboot di un personaggio offre talmente tante possibilità che mancarle tutte è quasi prodigioso. Succede proprio in questo Spiderman, il cui motto potrebbe essere "tutto nuovo, niente di nuovo". Il regista, praticamente uno sconosciuto, giusto per stare nei ranghi e per non dare grossi scossoni alla media, crea un film che non aggiunge nulla al personaggio appiccicoso. Presenta un Peter Parker come un ragazzetto diciassettenne con qualche problemino sociale (che forse forse è la parte migliore del film, resa naturalmente in modo grottesco), che morso da un ragno acquisisce vari poteri e naturalmente grandi responsabilità. Citazione stagionatissima.
La rinascita di questo Uomo Ragno è tragica e tutta basata sul senso di colpa. La scena della morte dello zio Ben, unico personaggio riuscito con quella sua semplice schiettezza, è toccante, questo lo concedo. Il resto del film, morto lo zio, è noia. I dialoghi, praticamente inesistenti dati i problemi di Peter, sono banali all'inverosimile e belli piatti. La duplicità del personaggio (con e senza costume) è esagerata e francamente poco giustificabile, perché con il cappuccio rosso diventa un buontempone? Gli stereotipi ci sono tutti e così abbiamo il cattivo che intrattiene se stesso con grandi monologhi, il poliziotto che non ascolta mai nessuno ma poi si ravvede, sistemi di sicurezza avanzatissimi e degni di un asilo nido, gente che frequenta il liceo ma che in realtà ha doti intellettuali fuori scala e gira per laboratori e confeziona sieri e antidoti (per altro inutili).
Tolto tutto questo, del poco che rimane si salvano le scene d'azione godibili (lui che penzola dalle gru non è male in fondo) e con un ritmo bello andante. Peccato che il film contenga tutte e sole le scene del trailer (complimenti a chi l'ha confezionato) a parte il finale e sulle due ore abbondanti del film sono troppo diluite. Spidy ha un unico lato interessante: il minimo tentativo che il regista fa di presentare i problemi del ragazzo abbandonato dai genitori. Indagine abbastanza superficiale purtroppo. Bello, invece, che Peter si mostri con facilità agli altri, questo è davvero apprezzabile e in rottura con i supereroi mascherati e schivi.
The Avengers ha stabilito uno standard piuttosto alto per questi film ed è quindi lecito aspettarsi moltissimo. Se delude anche il prossimo Batman (cosa probabile, a sensazione), io grido al disastro.
Voto: 5
Davide Mazzocchi
Il Dittatore
Una sana raffica di risate politicamente scorrettissime, ma solo in apparenza. Per liberarsi da tic antirazzisti, femministi, sessual-libertari, e tutto il resto dell’armamentario ideologico incrostato dal conformismo dell’Occidente da esportazione. Ma anche per rendersi conto che il potere è il potere, a Est come a Ovest, e cioè una forma più o meno controllata di arbitrio di pochi su molti. E se non siete d’accordo, vi faccio giustiziare (calma, tanto le sentenze non le eseguono e vi faranno espatriare su un altro sito meno fico di questo).
Colin McKenzie
Voto: 7
Un'escalation di colpi bassi, una sventagliata di mitra su tutto e tutti: donne, Medioriente, Occidente, mondo dello spettacolo, lobby, Israele, Stati Uniti per arrivare a lei, alla più grande messinscena del mondo: la democrazia del più forte. Fastidioso, al punto in cui non puoi trattenerti dal ridere pur comprendendo le mostruosità che escono dalla bocca del dittatore. Satira, signori, satira! E ne sentivamo il bisogno. Comunque, ricordatevelo: la democrazia è un nano da giardino con le ascelle pelose.
Davide Mazzocchi
Voto: 7
Se non ci fosse stato il bambino deficiente che rideva come un matto davanti a me, sarei stato io l'idiota a fare più casino, morendo dalle risate.
Paolo Delledonne
Love and Secrets
Fosse stato per la locandina e soprattutto per il titolo, questo film non mi sarei mai sognato di andarlo a vedere. Possiamo aprire un mondo fatto di polemiche e insulti, ma sarebbe sterile decretare l'idiozia globale, quindi mi asterrò. All Good Things, questo il titolo originale (e sensato, altamente sensato) prende spunto da fatti realmente accaduti tra gli anni '70, '80 e 2000, ma si riferisce in particolare al negozio di alimenti biologici che David e Katie aprono in Vermont e che chiudono poco tempo dopo in favore dell'attività di immobiliarista di lui.
Tutto quello che i due avrebbero potuto costruire insieme, tutte le cose buone, la famiglia, gli amici, la vita, i figli possibili, sono spazzati via dal cemento, dagli affitti, dalla prostituzione e da altre prodezze finanziarie della famiglia Marks. È questo in definitiva il senso del film. La faccenda evolve e se all'inizio sembra di vedere A Beautiful Mind (la parte in cui lei si prende cura di lui soffrendo come pochi), la piega che prende nella seconda parte assomiglia di più al Talento di Mr Ripley o a Match Point. Ma in definitiva non è la brutta copia dei titoli citati: vive di vita propria, è completo, strutturato, mai banale.
Ansiogeno. Definizione passata su Twitter. Lo è, verissimo. Perché ci sono parti che uccidono lo spettatore: la freddezza di lui mentre dà di matto, la consapevolezza però che lui è malato (in mano a una schiera di psichiatri fin da piccolo), la lucidità di un assassino, l'organizzazione di un manager. Tutto questo è David, dietro la maschera dell'ottimo Gosling. Se vogliamo portare il discorso ancora oltre c'è la parte in cui un David ormai attempato si camuffa da donna e "sparisce". La maschera della maschera della maschera. Fino a che punto si può non conoscere una persona? È il dramma di Katie. Tutte le ottime cose che i due avrebbero potuto fare insieme, anche banalmente vivere, non si realizzeranno mai, nessuna sliding door, nessuna pietà, niente, il vuoto riflesso negli occhi di David. Tutti pensieri attuali, senza tempo, indagati in modo elegante.
Da vedere, ma preparati: non è un commedietta rosa lacrimosa e iperglicemica, è un dramma completo.
Voto: 7
Davide Mazzocchi
Silent Souls
"Il vero amore è per sempre" e le luci in sala si riaccendono. Mi guardo attorno, siamo pochi ma tutti frastornati, non ci alziamo. Ci vuole un po' prima che il messaggio attecchisca e faccia fiorire qualche pensiero almeno un po' sensato. Si cerca di ripercorrere quelle strade dissestate decorate da scheletri d'albero, avanti e indietro nel tentativo di capire come si è arrivati fin lì. Ma la vera soluzione è che non ce n'è bisogno, la soluzione è sempre stata davanti agli occhi di tutti, solo, qualcuno doveva avere il coraggio di dirlo, che il vero amore è per sempre.
Si cerca di scavare dentro al film, ribaltarlo, sminuzzarlo per comprenderne le parti, per fare ordine, ma ancora non ce n'è bisogno. È fin troppo facile da capire, è questo il punto, non c'è bisogno. Se pensi che anche la trama è ridotta all'osso, i dialoghi, rari, sono addirittura superflui. Se pensi che alla fine la morte è una cosa naturale così come amare una persona, non hai bisogno di metterti lì a pensare a quello che hai visto. Eppure il tentativo lo devi fare. È ancora una volta l'essere umano ad andare in scena, tutto quello che rappresenta e il regista propone un'indagine delle cose più profonde del nostro animo raccontando la sepoltura di una donna, un viaggio di due uomini e le tradizioni di un popolo scomparso, per poi stabilire per sempre che l'amore è eterno.
Siamo tutti frastornati, come non si vedeva dai tempi della proiezione del Faust (prego vedere qui e qui), e abbiamo ragione, proprio perché si possono fare infiniti paralleli con il capolavoro di Sokurov. Due uomini, un viaggio, la vita, la morte, il senso a tutto questo, ma mentre nel Faust è tutto dialogo e annusarsi, qui è il silenzio a dominare. Il silenzio e la distanza. La voce fuori campo ci racconta i dettagli di questo viaggio verso il Volga, ma è il vuoto, lo spazio lasciato dalla morte di una persona a riempire gli occhi dello spettatore. Vuoto geometrico e perfettamente descritto dalla fotografia, vuoto dell'esistenza. Un vuoto che deve essere colmato con qualcosa. L'ultima frase: "il vero amore è per sempre", dà un senso a tutto e con le stesse parole semplici dei due protagonisti colma il vuoto lasciato dal silenzio.
Voto: 8, difficilissimo
Davide Mazzocchi
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