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Margin call, o del Titanic azionario


Thrill e angoscia sono i sentimenti che suscita questa storia di un naufragio, raccontata nel rispetto delle unità aristoteliche. La notte che ha cambiato la storia di questi ultimi anni, la notte in cui fallisce una banca d’investimenti newyorkese dando il via a una delle crisi finanziarie più drammatiche di sempre viene messa in scena da un cast di top players del calibro di Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto e altri ancora.

Film dai toni cupi, per meglio rendere la totale amoralità di un mondo nel quale conta solo accumulare denaro; nel quale dipendenti ventennali vengono licenziati in 5 minuti, tempo di svuotare l’ufficio e portar fuori gli scatoloni compreso; nel quale più guadagni più devi scialacquare; nel quale qualunque background culturale può funzionare, dall’ingegneria aerospaziale a quella civile; nel quale più si sale in gerarchia meno conta la competenza ("Me lo spieghi come fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", chiede il grande Capo Tuld al giovane analista Sullivan, mentre tutto il board osserva); nel quale un broker può ricevere un bonus di 1 milione e rotti di dollari se riesce a truffare un tot di clienti nell’arco di una cruciale, storica giornata, per poi sparire dalla circolazione.

Voto: 7. Geometrico.
Colin McKenzie

The Raven: la faccia noiosa del giallo


Da ammiratore di Poe: film bellissimo, entusiasmante, conturbante, ricco di citazioni e colpi di scena.
Peccato solo, che nella mia beata ignoranza, non sono un ammiratore di Poe, e la sua raccolta completa è ancora a prendere polvere sulla mia scarna libreria. Peccato solo che il protagonista, all'inizio simpatico, letterato sbruffone senza vergogna, diventi quasi subito un serioso detective, liquidando così un inizio frizzante. Peccato solo che in un thriller il cattivone di turno abbia a disposizione illimitate risorse, infinite abilità e un'enorme dose di fortuna. Tutte cose che gli permettono di costruire un gigantesco pendolo/ghigliottina, a rapire la bella di Poe sotto gli occhi di tutti a una festa in maschera affollata di poliziotti, a non essere colpito da quella ventina di proiettili sparati contro di lui. Più che un omicida assomigliava di più a un mini "boogeyman" in carne ed ossa. Peccato solo che l'abilità investigativa di Poe e del super detective che lo affianca non permettano loro di avere l'intelligenza necessaria a individuare il cattivo fino all' ultimo minuto: il poeta deduce che il killer è un giornalista da un insignificante particolare e non capisce che quello che ha inseguito, correndo, per tutto il film non può essere il vecchio panzone obeso!

Voto: 4 Non un triller, un tributo a Poe.
Paolo Delledonne

The Raven

"L'immaginazione non è un delitto." E se lo dice Edgar Allan Poe, deve essere per forza così. Però bisogna ammettere che tutto sommato ha ragione, anzi, l'immaginazione è probabilmente quella cosa meravigliosa che ci distingue da altri animali. Un discorso che ha le sue basi in Borges, ma che può essere ampliato benissimo a tutto il mestiere dello scrittore.

L'Ottocento, dunque, ancora una volta sul grande schermo con una rivisitazione di uno degli scrittori più famosi da parte di questo James McTeigue, conosciuto per la buona trasposizione dell'ottimo quanto cartaceo V for Vendetta. In questo caso il regista non si limita a trasporre un racconto ma va oltre e ci mette un po' del suo, concependo una trama non troppo originale. Poe, tornato a Baltimora con l'intento di accasarsi con la bellissima Emily, viene coinvolto suo malgrado nelle indagini su una serie di omicidi basati sui suoi racconti. In definitiva colui che ha esplorato con l'immaginazione (quel diritto che si arroga già all'inizio del film) le bassezze della mente umana e il grottesco della vita, si trova a combattere contro qualcosa che lui stesso ha creato. È un combattere un po' contro se stessi, o almeno contro quel senso di colpa che si ingigantisce sempre di più.

Nonostante la trama non troppo originale, non mancano le finezze. Il film, che fatica a decollare, trova un suo ritmo verso la metà e nel finale gioca il jolly diventando piacevolmente ciclico: e se anche questo fosse tutto un racconto? Un racconto nel racconto (come il sogno nel sogno di Inception). Il racconto come movente e come obiettivo: forse un tributo al mestiere dello scrittore e alle sue varie sfaccettature. Infatti vediamo un Poe misero, dedito all'alcol, arrivato al capolinea della sua carriera e della sua creatività. Un uomo che è costretto a vendere la propria arte a un mondo che apprezza più che altro cialtroni (idea che condivido pienamente), una persona finita trascinata avanti soltanto dalla necessità di far sopravvivere il proprio amore per Emily. Uno scrittore che, nonostante tutto, riesce a concepire ancora parole immortali. Nel film si cita anche il Macbeth così per gradire e magari non è proprio un caso pensando alle parole immortali.

Chi si aspetta (dato il trailer) qualcosa a metà tra il recente Sherlock Holmes e il meno recente Vidocq potrebbe anche restare deluso. Certo il film non è un capolavoro, ma rimane piacevole per ambientazione, personaggi e citazioni. Unico dubbio rimangono i dialoghi un po' ampollosi, forse il risultato di una traduzione non troppo felice.

Voto: 6,5
Davide Mazzocchi

Buried - Sepolto

Buio. Un uomo e la sua bara. Un uomo la sua bara e un telefono cellulare. Una lotta contro il mondo per la sopravvivenza. Questo è Buried.

Film crudo e spietato in cui le massime scene di azione mostrano i tentativi del protagonista di cambiare posizione nella sua tomba (per ben 2 o 3 volte).
Il film non è nient'altro che la preparazione alla grande dipartita. Ma tutto avviene per gradi. Prima Paul urla contro il mondo, lo sfida lo insulta, nell'affanosa ricerca di chi deve dargli la libertà. Subentra la rassegnazione a una morte lenta e spaventosa, la preparazione, appunto, alla dipartita con le telefonate alla madre e alle persone care. Poi le parti si invertono: è il mondo che chiede e ottiene, chiede di tutto e di più ad un uomo ormai sopraffatto e rassegnato alla propria (prematura?) morte. Infine la speranza della liberazione porta il protagonista a combattere fino all'ultima boccata d'aria nell'attesa dei soccorsi che oramai stanno arrivando. Fino all'agoniata libertà (dalla tomba o dalla vita?).

In breve: Film geniale e avvincente, in cui in ogni momento ci si domanda cosa potrà mai succedere ancora in una bara.

Voto: 8
Paolo Delledonne



Il segreto di Kells

La conoscenza e la sua stessa diffusione contro la paura, la smania di ricchezze, la violenza. Contro la morte stessa, perché la conoscenza e la saggezza possono essere trascritte in un libro decorato di bellissime parole e strabilianti miniature.

Un film che cattura l'attenzione dello spettatore con personaggi vivi, pronti al sorriso e al sacrificio, con un'estetica raffinata, priva di prospettiva eppure capace di grande profondità, con colori intensi e contrasti degni del messaggio che convoglia.

Voto: 8
Davide Mazzocchi


Origins - Spirits of the past

In un futuro non troppo lontano, su un pianeta Terra desertificato da un errore umano, la popolazione vive a contatto con una foresta senziente, unica fonte di sostentamento e allo stesso tempo, nemico mortale.

Le buone animazioni fanno da cornice a personaggi piuttosto piatti e a un messaggio ecologico confuso e scontato. Sacrificio e redenzione chiudono il film in modo prevedibile.

Voto: 5
Davide Mazzocchi



Basic Istinct


Regia: Paul Verhoeven
Script: Joe Eszterhas
Attori: Michael Douglas, Sharon Stone and George Dzundza

Trama: La rockstar Johnny Boz viene trovato morto nel suo letto, ucciso con un rompighiaccio. Il detective Nick Curran, che ha un passato di droga ed alcolismo ormai superato, si occupa del caso. I primi sospetti cadono su Catherine Tramell, una bella ed affascinante scrittrice che era stata vista diverse volte in compagnia di Johnny Boz. La psichiatra Beth Gardner, che è anche l'ex ragazza di Nick, scopre che il delitto di Johnny è identico ad uno descritto in uno dei romanzi della Tramell...



Kim Novak di Vertigo e soprattutto Grace Kelly di Caccia al Ladro fanno autocoscienza, si emancipano e vengono fatte reincarnare a forza in una fino ad allora sconosciuta attricetta ormai over 30, tal Sharon Stone, che grazie a un celeberrimo sgranchimento ginecologico diventa finalmente celebre. Il risultato è un film di scarsa qualità, ma di grande successo all'inizio dei postmoderni anni '90 (riempì molte altrimenti languenti conversazioni dell'anno 1992 col fatidico dubbio se la "cosa" fosse davvero visibile). Verhoeven non è De Palma e i ripetuti tentativi di rimando hitchcockiano sono goffi, ma a distanza di 20 anni, scanalando la sera e fermandosi su Iris Mediaset, si può rivederlo con sapida leggerezza solo per ammirare la capacità degli autori di cogliere lo spirito dei tempi che cambiano, vera chiave del film.

Dopo essere stato strapazzato e condotto al decesso da Mrs. Rose nell'omonima guerra, dopo aver subito il pericolosissimo stalking di Glenn Close in Fatal Attraction, il profeta di Wall Street, Gordon Gekko, viene pateticamente circuito da una scaltra e viziatissima milionaria (oltre che provetta psicopatica, ma è un dettaglio), che tra le altre cose nei ritagli di tempo pubblica best seller di giallistica. Ma la cosa peggiore, per quella che è e rimane una delle icone maschili degli anni '80, è il finale: invece di finirlo, la mantide religiosa bionda si fa commuovere dalla sua remissività nel rinunciare al proprio desiderio di paternità, sicché l'arma del (sacrosanto) delitto rimane sotto il letto.
Siamo certi che la mattina dopo il nostro Gekko ammosciato (un'immagine quanto mai attuale dati i disastri finanziari di questi tempi) l'avrà riposta lui in cucina, giustificando dentro di sé l'amata.

In breve: brutto, ma interessante per la storia del costume.

Voto: 5, di affetto per i tempi che furono.


Colin McKenzie

Arrietty

Regia: Hiromasa Yonebayashi
Script: Mary Norton (romanzo), Hayao Miyazaki, Keiko Niwa

Dal sito del film:  Sotto il pavimento di una grande casa situata in un magico e rigoglioso giardino alla periferia di Tokyo, vive Arrietty, una minuscola ragazza di 14 anni, con i suoi altrettanto minuscoli genitori. La casa è abitata da due vecchiette, che naturalmente ignorano la presenza di questa famiglia in miniatura. Tutto ciò che Arrietty e la sua famiglia possiedono, lo "prendono in prestito": strumenti essenziali come la cucina a gas, l'acqua e il cibo; e ancora tavoli, sedie, utensili, o prelibatezze come le zollette di zucchero. Tutto viene preso in piccolissime quantità, così che le padrone di casa non se ne accorgano. Un giorno Sho, un ragazzo di 12 anni che deve sottoporsi a urgenti cure mediche in città, si trasferisce nella casa delle vecchiette. I genitori di Arrietty le hanno sempre raccomandato di non farsi vedere dagli umani: una volta visti, i piccoli abitanti devono lasciare il luogo in cui sono stati scoperti. L'avventurosa ragazzina, però, non li ascolta, e Sho si accorge della sua presenza. I due ragazzi iniziano a confidarsi l'uno con l'altra e, in breve tempo, nasce un'amicizia...

Esistono due mondi divisi da un pavimento di legno antico come le incomprensioni e la diversità. Due mondi tenuti assieme da un rapporto di stretta dipendenza e destinati a incontrarsi. In questo nuovo lungometraggio dello studio Ghibli è la mancanza di una volontà a stupire lo spettatore. Tutto succede per caso, senza che i personaggi lo vogliano veramente. Nessuna delle figure coinvolte ha un vero obiettivo o qualcosa a cui tendere, tutti sono in balia di qualcosa di vago, sballottati dagli eventi in modo passivo. È questa la sensazione che permea tutto il film, e quando i due mondi si incontrano è per stabilire la fine prematura di una possibile convivenza. I due protagonisti, Arrietty e Sho, si cercano in maniera stanca e si trovano soltanto nel momento di massima urgenza quando l'esistenza stessa dei piccoli prendinprestito viene minacciata. I personaggi sono opachi e a differenza di altri lavori degli stessi autori non hanno nemmeno la minima parvenza di vitalità. Vincono la quotidianità più scialba dei piccoli esserini e la rassegnazione di Sho, personaggi proiettati stranamente verso un'esistenza priva di qualunque futuro. L'incontro di questi due mondi, così diversi eppure così simili, è goffo. Non c'è un vero scontro, solo una serie di tentativi di avvicinamento dei due protagonisti che hanno come risultato la definitiva separazione.

La cosa incredibile è l'affermazione di Sho, verso la fine del film. Egli sostiene di aver ritrovato la speranza (di vivere) proprio grazie ad Arrietty. Purtroppo questa evoluzione non è percepibile e forse è proprio per questo che c'è bisogno di affermarla. Questo è soltanto uno dei semplici dialoghi che hanno luogo nel film: scambi verbali  fatti per lo più per spiegare allo spettatore cosa sta succedendo. Come per i personaggi, anche i dialoghi mancano di impulso. L'aspetto visivo, generalmente curato, basti pensare ai dettagli dei disegni de La città incantata, non è all'altezza dei lungometraggi precedenti, anche se non è privo di finezze. Molto apprezzabili le animazioni dei liquidi (il té) viste dagli occhi degli gnomi: la tensione superficiale dell'acqua crea gocce molto più grandi rispetto ai visi dei prendinprestito. In generale, la differenza di dimensioni dei protagonisti è percepibile e mai artificiosa. La colonna sonora, affidata a Cécile Corbel, sottolinea con delicatezza e garbo molte delle scene del film. Il tema principale, Arrietty's Song, è una perla così gradevole che fa dimenticare per un momento molte pecche che scorrono sullo schermo.

In breve: un film popolato da personaggi grigi, sballottati dagli eventi portatori di un messaggio di speranza poco chiaro anche se condivisibile.

Voto: 5,5


Davide Mazzocchi

Arrietty su IMDB