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Di nuovo in gioco

È andata così: io volevo andare a vedere Cogan, ma poi l'influenza mi ha piegato in quattro. Alcuni giorni di reclusione e spremute d'arancia in un limbo fatto di ottimi libri e febbre alta. Così Cogan, unica proiezione al cineforum, se n'è andato, ma questa è un'altra storia. Appena ripreso decido per una serata fuori, tanto per ricordarmi che odore ha l'aria. La scelta è Alì ha gli occhi azzurri, italiano, con intenti precisi di analisi di certe situazioni sociali. Credo.

La serata l'abbiamo organizzata a metà: delle due abbiamo indovinato il titolo e sbagliato l'orario. Quando ci siamo presentati inn biglietteria, il film veleggiava verso il suo secondo quarto d'ora. Colpa nostra (mia, soprattutto) e del fidarsi della consuetudine. Con le scelte ridotte all'osso, abbiamo evitato il cineantipasto (preludio di una serie di cinepanettoni tricolori), è rimasto solo il film con il vecchio.

Tutti sanno che io Clint Eastwood non lo amo particolarmente, e parlo di entrambi i lati della cinepresa. Però questa volta non mi è dispiaciuto. Fa la parte del vecchio burbero con qualche acciacco e un po' più tenero del solito. Certo non una cosa originalissima, ma almeno piacevole. Il film parla del baseball, in qualche modo, del rapporto con la figlia, troppo letterale, con colpo di scena finale che in fondo non aggiunge molto al ruolo di genitore come personaggio.

Commediola agrodolce e prevedibile che però ha salvato una settimana partita male sotto ogni aspetto possibile e immaginabile. Decisivi i commenti dei vicini di poltrona.

Voto: 6
Davide Mazzocchi

Dark Shadows

Che io non sia un Tim Barton fanboy si sa da un bel pezzo. Depp mi piace, ma con riserva. La premiata ditta Burton e Depp mi ha regalato in passato emozioni molto contrastanti, dal fastidio alla meraviglia e questo Dark Shadows lo aspettavo al varco per spareggiare il conteggio. E invece, niente da fare: lo promuoviamo con riserva ma il punteggio totale rimane fermo sul pareggio.

Il trailer, il maledetto trailer, mostra solo la parte divertente del film, mentendo spudoratamente sul reale contenuto. Mossa che non paga fino in fondo. O meglio, paga nel far affluire gente in sala, ma delude all'uscita. Chi si aspetta una commedia molto brillante, fatta di incantesimi e trovate, battute e controbattute tra la Green (la vera star del film) e Depp, contrasto tra vecchio (1760) e nuovo (1970), rimarrà inevitabilmente deluso. Sì, ci sono parti divertenti, ma non sono efficaci, proprio perché il trailer le ha rivelate anzitempo. E sì, ci sono parti noiose e francamente un po' stiracchiate.

I personaggi sono simpatici, ma tolti i due protagonisti amanti-nemici, non ci ho visto molto atro. Divertenti le macchiette della vecchia, del maggiordomo e della psichiatra, ma niente di più. La storia c'è, ma è semplice semplice, prevedibile? Sì. Sarebbe stata una novità se i due, il bell'eterno e la bionda strega, si fossero messi d'accordo per un rapporto sentimentale ed economico fruttuoso per entrambi alla faccia della famiglia di derelitti. È anche vero che l'ambientazione è simpatica e accattivante, la colonna sonora piacevole (con Alice Cooper dal vivo!) e gli effetti speciali e la fotografia azzeccatissimi. Tanto mestiere, ma non altrettanta originalità (pensiamo anche che il film è tratto da una serie degli anni '70). Altro dubbio rimangono i dialoghi, forse un po' pomposi. Sarebbe interessante vederlo in inglese per capirne il mood.

Pareggio quindi, aspetto il prossimo film per decidere se Burton-Depp meritano la fatica del biglietto e dell'odore di pop-corn.

Voto: 6
Davide Mazzocchi

Dark Shadows - Pensieri Misti

Burton e Depp, Depp e Burton e Michelle Pfeiferr. Data la settimana fiacca, cinematograficamente parlando, non mi resta che pensare alla prossima. E sul menù ci sono Burton e Depp gusto vampiro (una novità di questi tempi). Non lo nascondo nemmeno: non sono un fan di Burton, ma apprezzo molto Depp (soprattutto in ruoli più "normali", Donnie Brasco ti dice nulla?). L'ultimo Alice di Burton non l'ho nemmeno finito. Poco ispirato, noioso, sapevo di già visto lontano un chilometro. Sweeney Todd, beh, dai e per quello che mi riguarda è un complimento, dato che i musical insomma non è che mi facciano impazzire. Il mistero di Sleepy Hollow, bello, gotico, scuro. Edward mani di forbice, ho dei bei ricordi, non darei un giudizio critico: troppo giovane, tutto sensazioni.

Quindi un pareggio, questa è la volta buona che la beata coppia Burton-Depp può fare il colpaccio, per quello che mi riguarda. Il trailer promette bene, e forse per questo ho qualche sospetto. Voglio, pretendo di essere smentito!

Cosa piove dal cielo?

Una farfalla sbatte le ali a Pechino e un uragano colpisce New York. Stavamo pensando di introdurre anche la sezione Meteo qui su UltimaPoltrona, ma poi siamo andati a vedere Cosa piove dal cielo? e abbiamo cambiato idea, anche perché dal cielo sta piovendo più o meno di tutto. Parafrasando l'effetto farfalla si potrebbe dire che piove una vacca a Pechino (ammazzando della gente) e una vita a Buenos Aires viene sconvolta, ma con un lieto fine.

È la storia di Jun e Roberto, rispettivamente il cinese sconvolto dalla pioggia bovina e l'argentino sconvolto dall'arrivo del cinese nella sua vita di ferramenta solitario e burbero. Ci sono tutti gli ingredienti per raccontare almeno una storia sensata, dati questi presupposti. Infatti il regista esplora i temi che stanno andando per la maggiore al cineforum in questo periodo. Solitudine, isolamento, differenza, mutamento improvviso, famiglia inesistente (quando non allargata a dismisura), comunicazione (difficile), rapporto indissolubile con il passato. Tutto travestito da commedia con qualche spunto interessante.

C'è da dire che a modo loro le storie dei due personaggi non sono male o forse a renderle interessanti è il punto di vista di chi racconta: la caduta di animali, vista da terra è chiaramente assurda, ma se li guardiamo dall'aereo che li trasporta è del tutto plausibile. Lo stesso vale per la vita di Roberto, che pare in qualche modo assurda, ma che viene spiegata nel finale quando finalmente i due (cinese e argentino) riescono a scambiarsi due parole. Più o meno è tutto qui.

Interessante se contestualizzato a questo periodo di film come Shame, Young Adult, Io sono Li e tanti altri che scavano nella società moderna, perdibile se visto da solo.

Un ultimo consiglio: pare che tornerà ancora un po' di maltempo, qui da noi, occhio alle chianine in caduta libera: sono senza paracadute.

Voto: 5, anzi 6, non so
Davide Mazzocchi

To Rome with love - In pillole


Forse non un’opera Carusiana ma pur sempre un’opera questo film lo è. La commedia è semplice, scontata ma con battute esplosive che alzano notevolmente il tiro del film con lampi splendidamente geniawolliiiiannii. Scene surreali? Da noi sono l’odierna realtà! Solo "il beccamorto" trasformato in un eccezionale tenore sotto la doccia meriterebbe di diventare reale. Il resto, nel bene o nel male, la nostra Italia c’è l’ha già.

Non ci resta che dire "Ridi Pagliaccio, Ridi!"

Voto:7,5 
Superflower

To Rome with love per lo spettacolo e le sue illusioni

Utilizzando Roma come sfondo da cartolina e maneggiando i più classici stereotipi sugli italiani, Woody Allen confeziona un gustoso intreccio di storie legate dal filo del perturbante mondo dello spettacolo che irrompe nella routine della gente con le sue vacue illusioni, la sconvolge fin quasi al punto di rottura, prima di tornare a una normalità che però non sarà più come prima.

Il becchino che viene lanciato nel mondo del melodramma; il grigio impiegato che senza ragione i media trasformano da un giorno all’altro in celebrità; lo studente di architettura che si lascia sedurre dall’attrice-migliore amica della fidanzata; la sposina provinciale a sua volta affascinata dal lumacone di Cinecittà (mentre il marito è alle prese con la escort più richiesta sulla piazza).

È sorprendente come Allen riesca a non essere banale, pur usando di Roma e dell’Italia i temi più banali: i monumenti universalmente celebrati e i luoghi comuni più abusati. Ma quando la finzione, come spettacolo e come illusione, è il cuore del racconto, tutto è lecito. Dei quattro episodi, i più riusciti sono quello del giovane architetto ghermito dalle spire dell’amica della fidanzata, seduttrice morbosa e seriale, anche per l’espediente del fantasma-super io Alec Baldwin che interagisce spassosamente con i protagonisti del ménage à trois; e soprattutto l’episodio che ha tra i protagonisti l’autore stesso, impresario un po’ svitato in pensione, arrivato a Roma per conoscere il futuro consuocero, titolare di un agenzia di pompe funebri (immaginate le freddure), e dotato di una strepitosa voce da tenore con un piccolo limite: funziona solo sotto la doccia. Letteralmente irresistibile la scena in cui, tra un’insaponata alle ascelle e una spazzolata alla schiena, nei (non) panni di Canio uccide Nedda e Silvio cantando “Ridi pagliaccio” davanti a un pubblico comunque travolto dall’emozione.

Voto 8: Sto ancora singhiozzando per la scena dei Pagliacci con box doccia semovente.
Colin McKenzie

To Rome with love

Guardi Roma nelle primissime scene del film e ti aspetti che da qualche parte passino Gli Sfiorati con Ramazzotti a palla, ma non è così: questa è tutta un'altra storia. O meglio sono tutte altre storie, altri personaggi, altre situazioni. Ti aspetti anche che da qualche parte saltino fuori Hemingway o Dali, perché il piacevole ricordo di Midinight in Paris è ancora vivido. Ma, ancora, non è così.

Woody Allen è riuscito a riunirli proprio tutti, e non parlo degli attori (mancava giusto John Travolta e avremmo fatto tombola), ma parlo della banda di Ultima Poltrona, al gran completo. Tutti in fila in una sala praticamente deserta, complice il lunedì sera e forse qualche sospetto di troppo sul film che è stato recensito in malomodo altrove. È stato bello vedere i nostri volti sorridenti e gli occhi contenti, tutti a ripetere le battute più belle, quelle che ci hanno fatto traballare sulle poltrone. Ma in fondo in fondo questo film non è facile da srotolare. Parla in modo divertentissimo di un po' di tutto. Grazie a una bella scrittura briosa e personaggi surreali, Woody riesce a metterci davanti ad almeno due aspetti: l'uomo comune (e il luogo comune) e quella questione strana che è la fama (e anche il potere) e al sogno che Roma fa vivere ai suoi abitanti. Un po' tutti i personaggi sono attirati anche controvoglia dalla fama, dal mondo della notorietà o anche solo dal potere, dal far parte di una cerchia di persone che "contano" e guardano dall'alto questa Roma soleggiata.

Abbiamo l'architetto ammaliato dalla conturbante attricetta, il beccamorto tenore buttato sul palco sotto una doccia, la maestrina di paese con il mito dell'attore di filmacci made in Cinecittà, l'impiegato di fantozziana memoria alla prese con i giornalisti che lo inseguono per le vie di Roma. Una città dai mille volti che attira gente da tutto il mondo e in qualche modo fa vivere a tutti un sogno e dà a ognuno una specie di seconda possibilità (volenti o nolenti). E in fondo, qual è il sogno più bello di tutti se non l'amore? Dopotutto è anche il titolo del film e forse forse qualcosa c'entra. Tutti gli amori possibili: quello fatto di lussuria, quello solo sognato, quello per la famiglia, quello per i volti noti del cinema, quello per se stessi, quello che ci fa star bene.

A Woody si riesce a perdonare anche l'utilizzo di stereotipi e luoghi comuni. Anche gli accenti italiani tutti mischiati sono accettabili in un film del genere, perché funziona fin troppo bene e ti riga il volto con i lacrimoni del divertimento.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Il mio migliore incubo

A me questo Benoît Peolvoorde (nome che mi dimenticherò tra mezz'ora, purtroppo) sembrava di averlo già visto da qualche parte. Sì, in un mezzo film e su una locandina. Il mezzo film è il penoso Emotivi anonimi che ho tentato di guardare ma che le circostanze zuccherine del film mi hanno impedito di portare a termine. E la locandina è quella di Niente da dichiarare, film che non ho visto, ma che ricordo essere passato al cineforum dalle mie parti.

Quindi, a parte l'aver capito che esiste un monopolio di questo Benoît sulle commedie francofone, non mi è restato che assistere alle imprese sentimentali di questi due. Sì perché di fianco al personaggio di Benoît troviamo Agathe, la glaciale gallerista tutta presa dall'arte, dalla perfezione, dalla solidità della sua vita inesistente. La scena in cui Patrick (l'eccentrico e volgare personaggio maschile) abbatte un muro in casa della bella Agathe è un po' il riassunto di questo film traboccante di ironia, quella sana intendo, quella profonda, quella che ti fa ridere ma che in definitiva è amara. La trama si avvinghia alle vicende famigliari di questi due più i rispettivi figli e compagni. Una trama anche piuttosto semplice che mette proprio in risalto il contrasto all'apparenza invalicabile tra i due personaggi, le loro vite e quello che simboleggiano.

È chiaramente questo il punto di forza del film: seppur molto leggero e godibile con qualche bella volgarità di Patrick, se portato su un piano simbolico risulta interessantissimo. Ce n'è per tutti: società, famiglia, arte, amore, figli, amanti, fratelli. Il messaggio poi pare abbastanza chiaro nel suo elogio alla famosissima via di mezzo tra la granitica e sterile vita di Agathe e l'eccentrica ma fallimentare vita di Patrick. Se le due cose si venissero incontro, sarebbe tutto un altro andare, con un po' di leggerezza e qualche risata in più, la vita, questa cosa orribile che ci portiamo addosso fino all'ora fatale, sarebbe decisamente più sopportabile.

Fresco, simpatico, volgare, profondo, schietto. Ci è piaciuto molto.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Mirror Mirror - Biancaneve

Se spulci un po' in giro trovi che questo Tarsem Singh ha fatto anche The Cell. Io lo ricordo quasi a fatica, ma c'entrava Jennifer Lopez vestita con una cosa inconcepibile che nel suo ruolo di psicologa (psichiatra?) andava a esplorare la mente di qualcuno da dentro, grazie a un macchinario. C'era anche un cavallo affettato e i miei ricordi finiscono qui.

Dopo tanti anni, decidi di passare una serata tranquilla in sala (sì, questa volta ho controllato, per scrupolo) e ti ritrovi il buon vecchio Singh alle prese con un classico che si è stampato proprio per bene nell'immaginario collettivo. Ricapitolando: regina cattiva, Biancaneve (Neve, per gli amici), sette nani e principe azzurro (tonto in tutte le versioni, anche in questa). C'è più o meno tutto quello che ci aspettiamo, ma niente è realmente al suo posto. Singh, e soprattutto chi ha scritto la sceneggiatura, ha capito una cosa molto semplice: crea dei bei personaggi e la storia verrà da sè. La regina cattiva (una bellissima Julia Roberts) non è del tutto cattiva, solo un po' stronza e attaccata fin troppo al suo bel visino senza rughe. Biancaneve non è proprio buona buona, solo un'adolescente viziatella che si scontra con la dura realtà di tutti giorni, quella della gente normale che sbarca il lunario ma a fatica. Il principe... beh lui è tonto e basta. I nani, ci sono, ma diversi: ricoprono più o meno gli stessi ruoli, ma almeno hanno qualcosa alle spalle, un minimo di storia e pure il dramma dell'essere diverso eccetera eccetera.

Non basta. Applichiamo pure la stessa formula a tutto il resto e avremo battaglie navali con gli scacchi, marionette assassine, una chimera che si aggira nel bosco, servitori impacciati e un bellissimo regno fatto da un castello che domina lo striminzito villaggio di bifolchi. Originalità in ogni situazione, tutto è come ce lo ricordiamo, ma tutto è diverso, eppure simile, ma nuovo: il punto forte del film. Qualche effetto speciale e i costumi meravigliosi mettono il fiocco al pacchetto firmato Singh. Alla fine ti aspetti anche che Neve ci caschi ancora nel trucchetto della mela, ma la sai già la risposta: non qui, non oggi.

Insomma, vissero tutti felici e contenti, tranne la regina a cui rimane comunque il primato per i migliori vestiti.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

Hysteria

L'epoca è quella vittoriana, i temi sono più attuali, la ricetta comprende un po' di innocente volgarità, qualche cenno storico, un pizzico di medicina, personaggi interessanti e molte risate. Nonostante all'apparenza questo film possa sembrare scontato, la realtà è ben diversa. Scriverne la recensione riducendo tutto alla commedia piccante è sbagliatissimo, restano infatti alcuni nodi di non facile soluzione.

L'ambientazione è quel tumultuoso tardo '800 denso di scoperte in tutti i campi, medicina inclusa. L'isteria, che dà il titolo al film, è effettivamente l'etichetta con cui erano bollate una buona parte di condizioni che la psichiatria definirà meglio in seguito. Il dottor Mortimer Granville, inventò per davvero il vibrante oggetto che pare dar sollievo e serenità alla mente femminile. Dati di fatto che fanno da sfondo a una vicenda ricca di personaggi simpatici: la cameriera-puttana (gran bel simbolo di quello studio medico così singolare), l'attempato dottore, la ragazza docile e pura, la figlia rivoluzionaria e vagamente socialista, il giovane dottore e tutta la schiera di variegate pazienti più o meno isteriche. I punti saldi della commedia sono anche rispettati: abbiamo la storia d'amore, un minimo conflitto interiore (tra carriera e pietà umana), il momento triste in cui tutto sembra andare male, il lieto fine e moltissimi siparietti comici. Eppure, c'è qualcosa che non convince del tutto.

Il film, che parla sì dell'invenzione dello sfregafemmine, così definito direttamente da Rupert Everett, ma sotto sotto tenta anche di farci notare qualcos'altro: la condizione della donna. Perché nel 2012 si sente il bisogno di portare all'attenzione di tanti l'eterna diseguaglianza tra i sessi? Perché in fondo non siamo nemmeno lontanamente civilizzati e ricordarlo, di tanto in tanto non fa male. Oppure la regista ha voluto semplicemente rinfrescarci la memoria in modo scherzoso su quanto succedeva in quel tardo '800 inglese? Rispolverare il tutto non fa mai male, in effetti. Ne sarebbero la prova le note più o meno storiche appena prima dei titoli di coda. Qualunque sia stato lo scopo, il modo scelto è una serie di invettive da parte di Carol. Modo molto diretto e forse privo di quella finezza che questo film avrebbe meritato.

In fondo rimane il dubbio che non si volesse parlare di temi altisonanti e fortemente impegnati, ma che semplicemente si volesse far fare una bella risata a tutti e far passare l'idea che è il buon umore il vero vibratore di questi anni.

Voto: 7 con piccante leggerezza
Davide Mazzocchi

War Horse

"Ci sono grandi giorni e giorni insignificanti, la maggior parte sono insignificanti e di cui non importa molto a nessuno, ma questo, beh questo è un gran giorno." Lo dice il padre, lo ribadisce il figlio e lo conferma il regista. Ieri sera non è stata una di quelle sere da ricordare. La proiezione di War Horse non ci ha lasciato molto, deludendo anche il pubblico femminile equipaggiato con grandi fazzoletti per l'eventuale lacrimuccia.

La storia che ci propone Spielberg è almeno antica e parla del legame che può crearsi tra un uomo e un animale. Un legame che può valere una vita. Già John Griffith Chaney (alias Jack London) l'aveva esplorata tempo fa. Il film la ripropone in chiave Grande Guerra con il tentativo interessante di ancorare il punto di vista all'animale, proprio come fece il nostro buon Jack con i suoi cani e lupi. Grazie a questo grazioso escamotage, il vecchio Steven riesce a mostrarci un conflitto dalle molte sfaccettature e da numerosi punti di vista (inglese, tedesco, per quanto riguarda le fazioni e francese per la parte civile). Il risultato purtroppo è stancante e il film assomiglia molto a una sequenza di situazioni seppur molto ben realizzate (la fotografia è notevole, sempre e comunque).

Il collage visivo non ha mordente. Prevedibile nella trama generale con colpi di scena preparati ad hoc per spettatori primitivi, denso di quell'atmosfera buona buona che preclude la presenza di personaggi realmente cattivi o almeno un pochino stronzi. C'è da dire che alcuni pezzi di questo pittoresco collage sono realizzati davvero benissimo. La Somme, presentata in Una lunga domenica di passioni come un campo di margherite, ha l'aspetto di una palude trafitta da piante morte e seminata di corpi putrescenti e irriconoscibili, senza colore o fazione. Bella la cavalcata nel filo spinato. Appena decente il dialogo (tra i tanti perdibili) tra l'inglese e il tedesco, buono negli intenti ma maldestro nella realizzazione: i cavalli (così come le persone) non sono fatti per fare la guerra, ma per correre liberi. Quindi, viene da pensare che far tirare un aratro (snaturando il cavallo) è paragonibile a farlo combattere, ma ampiamente accettabile.

Certo il film ha i suoi pregi: uno su tutti è l'enorme distacco da un film di guerra "tradizionale", proponendo una visione molto più ampia e super partes. La favola (sì, perché si deve giustificarlo così) alla Spielberg è troppo zuccherina anche per chi voleva farsi un pianto in santa pace.
Voto: 4
Davide Mazzocchi

Se vi aspettate un bel film, andate a vedere altro. La prova d'attore del cavallo avrebbe rivaleggiato ad armi pari con Dujardin e Streep, ma forse per gli Academy Awards è troppo.
Voto: 4
Alberto Arpini


L'interpretazione esemplare degli artisti che impersonano Joey e Topthorn vale la visione di tutti i 146 minuti. L'espressività dei cavalli è disarmante.
Voto: 5,5
Aliena B.

The Artist


George Valentine è un artista perché sa mettere a frutto un talento che combina bella presenza e doti mimiche, sfornando per il pubblico della nascente arte cinematografica raffiche di polpettoni di avventura appassionanti e di enorme successo. Ma siamo negli anni ‘20 e l’arte cinematografica è una “nuova tecnologia” ancora in grande evoluzione, e quando le major fanno l’upgrade al cinema 2.0, aggiungendo l’audio al video, il talento fino a quel momento apprezzato e funzionale diventa improvvisamente ridicolo e desueto.

Il viale del tramonto di Valentine è dietro l’angolo e a differenza di Norma Desmond lui non ci mette molto a capire che è finita, basta un ultimo film, autoprodotto, che fa flop mentre nel teatro accanto la gente fa la coda per assistere all’ultima commedia della nuova star Peppy Miller, solo un paio d’anni prima misconosciuta (e innamorata) fan da lui cooptata fra le comparse. Ma nonostante l’ubriacante successo, Peppy non si dimentica di chi l’ha scoperta...

Per qualche misteriosa congiunzione astrale il 2011 è stato l’anno della celebrazione del cinema delle origini, e Hollywood ha gradito tramite gli Oscar. Dopo Hugo Cabret col suo Méliés dimenticato, arriva questo omaggio all’essenza del cinema, e cioè l’immagine che si fa racconto, imponendo allo spettatore ultrascafato del XXI secolo una specie di rieducazione. La scena iniziale è una specie di camera di decompressione in cui i sensi si riabituano al linguaggio delle origini, dove muti sono sia il film che il pubblico che vi assiste. In più di un passaggio il disagio di Valentine per la nuova tecnologia viene felicemente reso rappresentandolo come una specie di disabile della parola, fino al clou dell’inverosimile incubo in cui si accorge con orrore di udire dei suoni, come fossero presenze disumane.

In questo senso il vero “artist” è Hazanavicius, per la sua capacità di ricreare atmosfere chapliniane, come in un falso d’autore. Quel Chaplin che subì con sospetto l’avvento del sonoro e che in Luci della Città riuscì allo stesso tempo a snobbare la possibilità di introdurre il dialogo e ad usare i suoni per aggiungere valore al suo capolavoro. Continuando a mietere successi.

Voto: 8, Rieducativo.
Colin McKenzie

Un delicato balletto a cavallo di una voragine tecnologica, raccontato con grande stile.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

The Help - manichini parlanti e altre faccende

Nel giorno di San Valentino, ormai più famoso per le offerte di piani tariffari telefonici che per l'amore, il consueto cineforum propone con entusiasmo pacato The Help (caldeggiato via Twitter anche dalla buona Katy Perry). Basato su un romanzo di Kathryn Stockett, e reinterpretato da Tate Taylor, questo film ha pesantemente sbilanciato la sala verso il lato femminile della platea, che in ultima analisi sembra aver abbastanza gradito il lungometraggio, se non nella sua interezza, almeno nell'insieme delle parti: la bimba bionda che ripete una litania salvavita, la vendetta delle oppresse, la sala da bridge con tè e biscotti.

Siamo a Jackson, Mississippi, capitale del razzismo made in USA nei primi anni '60. La città sembra popolata solo da donne che in un modo o nell'altro incarnano i diversi ruoli di quell'epoca: la scema, la scema cattiva, la scema buona, la scema succube, l'idealista, le cameriere. O almeno questo vogliono farci credere la scrittrice e il regista cercando di creare un punto di vista interessante che purtroppo sfocia in ritratti semplici di personaggi perdibili. Le "cattive" sono dipinte con vocette acute e fastidiose, innaturali, simbolo della donnetta americana tutta casa (leggasi ozio , vestiti svolazzanti e tacchi a spillo) chiesa e ipocrisia, mentre le buone hanno almeno la decenza di comportarsi in maniera più naturale per rendersi credibili agli occhi dello spettatore. Lo scontro è chiaramente sul tema razziale: le padrone contro le cameriere con l'intromissione di una scrittrice in erba intenta a sbarcare il lunario con articoli umilianti. 

L'impianto narrativo è semplice e ancorato a una struttura collaudata già da tempo: sono presenti tutti gli elementi del dramma. Per i più esigenti c'è anche una bella storia d'amore con il consueto malandrino ignorante, che alla prima occasione diventa uccel di bosco per non farsi più vedere (è soltanto uno dei tre maschi presenti nel film, maschi non uomini). Già a metà si intuisce il finale dolceamaro che la sceneggiatura puntualmente non tradirà. Grazie al personaggio di Minny (la Mamy della situazione, addirittura citata) il pubblico viene risollevato con siparietti comici e trovate di un certo impatto gastrico. La cosa che rimane sbalorditiva è la partecipazione della sala alle gesta delle cameriere ribelli. Invece di sottolineare con sdegno la banalità del personaggi e delle situazioni, si nota una crescente partecipazione e approvazione di modi e metodi (lotta senza quartiere tra le mura domestiche a suon di torte e pettegolezzi). Per i tre maschi già citati è doveroso calare il velo della pietà, essi infatti sono ridotti a esseri subumani dalla mera funzione decorativa, economica e a volte riproduttiva, praticamente animali da soma con camicia e cravatta.

Un film dalle grandi potenzialità ridotto a commedietta lacrimosa di cose già viste, già sentite, già fatte.

Voto: 5
Davide Mazzocchi

Hugo Cabret: Scorsese fa il Méliès del 3D


Se i fratelli Lumière furono fin da subito unanimemente riconosciuti come gli inventori del cinematografo in quanto macchina (complice un provvido brevetto), non è mai stato sufficientemente celebrato colui che inventò il cinema come arte, realizzandone per primo le potenzialità narrative. George Méliès era presente, il 28 dicembre 1895, alla prima dimostrazione dei Lumière, e da illusionista di successo qual era, ne capì subito le potenzialità espressive, iniziando una frenetica attività ventennale che lo rese il più popolare cineasta degli inizi. Strategie commerciali ingenue e Grande Guerra, oltre che uno stile ancora rozzo (le scene dei suoi film erano quadri statici giustapposti; il montaggio serviva solo a far “sparire magicamente” gli attori), ne decretarono il fallimento e l’oblio.

Non appare un caso, dunque, che Martin Scorsese abbia deciso di sperimentare il 3D proprio con un film meta-cinematografico su questo controverso precursore. Da Avatar in poi si è riaperto il dibattito su cosa il 3D possa aggiungere alla settima arte, se sia solo un orpello fine a se stesso o se possa aprire orizzonti artistici finora mai pienamente esplorati. Ma il 3D di Hugo Cabret non offre molti momenti estetici realmente significativi: il disegno che, tra i molti svolazzanti nella stanza, si schiaffa sotto gli occhi dello spettatore; Méliès che nella scena finale, da provetto mago, incombe dal palcoscenico direttamente sugli spettatori. Ma resta l’impressione che il 3D IMAX sia ancora nella sua fase “Méliès”, fatta di trucchi ottici fini a se stessi, e che sia ancora da venire l’avvento dei Griffith, degli Eisenstein della situazione; in poche parole, dei fondatori di una grammatica potente e funzionale, in grado di esaltarlo. Ammesso che arrivino.

Altro curioso paradosso: per celebrare un autore giocoso e amorale come fu Méliès si mette in scena un intreccio di classica scuola pedadogica anglosassone, dickensiana. L’orfanello nascosto alla stazione parigina (non poteva che vivere tra treni in arrivo il protagonista di un film sul cinema delle origini), precocemente costretto a mettere a frutto il suo talento da orafo, oltre che a guardarsi dall’accalappia-ragazzini destinati all’orfanotrofio, è un pretesto narrativo che riesce a creare il pathos che serve a generare nello spettatore il desiderio di conoscere la storia del cinema senza cadere preda di noiosi cinefili.
Resta comunque un lieve retrogusto di “freddezza”, di “innaturalezza”, che forse ha a che fare con la morale del film, più volte ribadita dai protagonisti: il mondo è una grande macchina, come il cinema. Come l’uomo. In questo senso, però, la scena dell’incubo di Hugo che scopre, togliendosi i vestiti, di essere diventato un automa come quello di Papà Georges, è probabilmente, se non quella più spettacolare, la più potente, emblematica e attuale del film. E funziona benissimo anche senza 3D. 

Voto: 7
Colin McKenzie

Missione di pace

Avete mai sognato di comporre una squadra di governo post-rivoluzionario per l’Italia, sottoponendola all’approvazione di un Ernesto “Che” Guevara sonnecchioso e distratto, intento a guardare “Il pranzo è servito” di Corrado in TV? E all’Ikea? Dico: avreste mai pensato di poter isolare col Che l’essenza del comunismo passeggiando pigramente per l’Ikea, scoprendo infine che l’utopia Marxista è un ideale inattuabile grazie a una sedia per ufficio Torbiörn, che senza proprietà privata diventerebbe inutilizzabile, dato che nessuno potrebbe legittimamente sedervisi? Ma soprattutto, se siete maschi, che rapporto avete con vostro padre? Spero non competitivo come quello di Giacomo, il giovane protagonista di questa commedia, figlio pacifista di un capitano dell’esercito italiano, in missione nell’ex Jugoslavia alla ricerca di un criminale di guerra, feroce quanto può essere feroce uno che passa il tempo nei boschi a divorare il cuore degli orsi. Ovviamente, il caso vorrà che Giacomo finirà proprio nel bel mezzo delle operazioni militari, per rompere le uova del paniere paterno.
“Missione di pace” è una commedia grottesca esile esile, che gioca col luogo comune del militare italiano inaffidabile e casinista di salvatoresiana memoria, per ricordarci che nel XXI secolo l’ideologia è modernariato pop, che la guerra non può finire mai soprattutto perché si combatte in famiglia e che l’unico nemico degno di questo nome è se stessi.

Voto: 6,5 lampi di farsesca follia
Colin McKenzie


Midnight in Paris

Parigi, la città mutevole e imprevedibile come un acquazzone estivo, fa da teatro all'amore di Gil e Inez, alla saccenza di Paul, all'arrendevolezza di Carol, alla miopia di John. O forse sono solo questi personaggi a fare da comparse sul palcoscenico della città, che attraverso le sue varie incarnazioni, è il vero protagonista del film. Parigi oggi, tappezzata di turisti, Parigi negli anni venti, affollata di artisti, scrittori, pittori, Parigi durante la Belle Epoque, percorsa da carrozze e cavalli. Parigi, la città degli innamorati, proprio come Gil e Inez che stanno per sposarsi, entrambi innamorati di qualcos'altro, lui di un tempo che non esiste più, lei della prosaicità di una vacanza all'estero e dell'arredare casa. Il film ci mostra l'evoluzione della storia tra Gil e Inez attraverso i loro desideri e la magia della città stessa che si mostra ai suoi abitanti con maschere diverse. Il regista riesce, con leggerezza a mostrare tutte queste Parigi mentre racconta il disagio di personaggi che vivono in un tempo che non appartiene loro, intrappolati in situazioni che li logorano e da cui tentano di fuggire.

Nonostante il piccolo dramma vissuto dai protagonisti, da cui in fondo ne escono un po' pesti, Midnight in Paris è una bella fiaba, leggera, ironica, popolata da personaggi con nomi enormi: Fitzgerald, Hemingway, Picasso, Modigliani. Tutti caricaturati, appiattiti nel loro aspetto ironico ma per nulla spiacevoli: piccoli ritratti di grandissime persone, artisti. Zelda che vive il dramma della sua personalità strappata, Scott che la ama follemente, Ernest, brutalmente diretto, teso, tutto sangue e sfida. Personaggi che il protagonista crede (vuole) reali, proiezioni della sua mente, nella Parigi che ama e desidera. Gil è una specie di Cenerentola al contrario: vive la propria vita solo dopo quella mezzanotte che dà il titolo al film. E nonostante viva un'illusione, riesce a trovare la forza per cambiare se stesso nel mondo reale. Il film funziona benissimo e il regista riesce a mantenere credibile questa aria surreale per tutta la durata del lungometraggio. La fotografia, calda, avvolgente dell'inizio si protrae per tutto il film regalando un'atmosfera accogliente. La colonna sonora azzeccatissima fa muovere lo spettatore al ritmo del charleston.

In breve: una fiaba moderna, ironica e velatamente amara che cattura lo spettatore e omaggia, in modo scherzoso, una città e le sue mutevoli incarnazioni.

Voto: 7,5
Davide Mazzocchi

Regia: Woody Allen
Script: Woody Allen
Attori: Owen Wilson, Rachel McAdams e Kathy Bates

Trama: Gil e la sua fidanzata Inez sono in vacanza a Parigi con la famiglia e con due amici in cui si sono casualmente imbattuti. Gil è uno sceneggiatore di successo che, stanco della vita e del mondo di Hollywood, si prende una vacanza per trovare l'ispirazione necessaria a completare il suo primo romanzo, compito in cui viene scoraggiato costantemente da Inez e dagli altri amici, che sminuiscono le sue aspirazioni letterarie e ritengono pragmaticamente la carriera di sceneggiatore preferibile a quella di scrittore.
Rimasto solo una notte a passeggiare in solitudine nella notte parigina, gli si accosta una vecchia automobile con a bordo una comitiva di amichevoli sconosciuti che gli offrono un passaggio, che egli accetta volentieri. L'aspirante scrittore, si ritrova così trasportato nella Parigi dei ruggenti anni Venti (les années folles della Francia), una clima storico e culturale che egli ama fino all'idolatria, a tal punto da ambientare in questo momento storico il suo romanzo. Nella sua permanenza negli anni Venti, Gil incontra celebri scrittori e artisti da lui molto ammirati, come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald in compagnia di Zelda, Gertrude Stein e Salvador Dalí, da cui riceve consigli di scrittura e di vita e una serie incredibile di altri personaggi, Pablo Picasso, Henri Matisse, T. S. Eliot, Luis Buñuel, il torero Juan Belmonte, Man Ray, Cole Porter.
Così, mentre vive in quella che considera l'Età dell'oro, si innamora di Adriana, già compagna di Picasso e Modigliani: i due subiscono lo stesso incanto e si ritrovano proiettati nel Maxim's della Belle Époque, l'epoca vagheggiata da Adriana come la sua età dell'oro, in cui incontrano Toulouse-Lautrec , Paul Gauguin, Edgar Degas: Gil scopre che il vagheggiamento di un “glorioso passato ormai perduto” è un'aspirazione ricorrente nell'animo umano, in tutte le epoche storiche, quando si preferisce guardare nostalgicamente a un passato romantico, piuttosto che accettare la banalità del presente o guardare con incertezza al futuro. Lasciata Adriana, oggetto di qual fugace incontro amoroso, a vivere la sua età dell'oro, si ritrova solo di notte su un ponte sulla Senna: il reincontro con una ragazza parigina conosciuta al mercato delle pulci, la scoperta del comune amore per le notti parigine a piedi sotto la pioggia, lo risolverà all'accettazione del suo presente.