To Rome with love per lo spettacolo e le sue illusioni

Utilizzando Roma come sfondo da cartolina e maneggiando i più classici stereotipi sugli italiani, Woody Allen confeziona un gustoso intreccio di storie legate dal filo del perturbante mondo dello spettacolo che irrompe nella routine della gente con le sue vacue illusioni, la sconvolge fin quasi al punto di rottura, prima di tornare a una normalità che però non sarà più come prima.

Il becchino che viene lanciato nel mondo del melodramma; il grigio impiegato che senza ragione i media trasformano da un giorno all’altro in celebrità; lo studente di architettura che si lascia sedurre dall’attrice-migliore amica della fidanzata; la sposina provinciale a sua volta affascinata dal lumacone di Cinecittà (mentre il marito è alle prese con la escort più richiesta sulla piazza).

È sorprendente come Allen riesca a non essere banale, pur usando di Roma e dell’Italia i temi più banali: i monumenti universalmente celebrati e i luoghi comuni più abusati. Ma quando la finzione, come spettacolo e come illusione, è il cuore del racconto, tutto è lecito. Dei quattro episodi, i più riusciti sono quello del giovane architetto ghermito dalle spire dell’amica della fidanzata, seduttrice morbosa e seriale, anche per l’espediente del fantasma-super io Alec Baldwin che interagisce spassosamente con i protagonisti del ménage à trois; e soprattutto l’episodio che ha tra i protagonisti l’autore stesso, impresario un po’ svitato in pensione, arrivato a Roma per conoscere il futuro consuocero, titolare di un agenzia di pompe funebri (immaginate le freddure), e dotato di una strepitosa voce da tenore con un piccolo limite: funziona solo sotto la doccia. Letteralmente irresistibile la scena in cui, tra un’insaponata alle ascelle e una spazzolata alla schiena, nei (non) panni di Canio uccide Nedda e Silvio cantando “Ridi pagliaccio” davanti a un pubblico comunque travolto dall’emozione.

Voto 8: Sto ancora singhiozzando per la scena dei Pagliacci con box doccia semovente.
Colin McKenzie

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