A proposito del film dei Coen, perché in fin dell'opera è così che l'abbiamo sentito pubblicizzato ovunque (e non è un caso), se vi è piaciuto, vi prego di smettere di leggere adesso. Ci salutiamo e ci risentiamo al prossimo film.
Bene, ho fatto il mio dovere di ospite, ma rilancio. Il film dei Coen, che per altro ha anche un bel titolo, è un film brutto. Il protagonista è un omuncolo che non ha alcun tipo di spinta verso qualcosa. Il perdente peggiore, di quelli che non riescono nemmeno a lamentarsi (forse perché sanno di essere destinati al fallimento?). È un personaggio che giudica gli altri con una sufficienza meschina senza poi riuscire a raggiungere ciò che gli altri agguantano con un po' di sacrificio. A me piace l'antieroe, ma questo è davvero piccolo. Se poi lo si circonda di persone grottesche (le due cene dai Gorfein) il ritratto è completo. Il fatto che non abbia nemmeno la minima spinta per la sua arte mi fa star male.
Gli altri personaggi, o sono grotteschi o sono ridicoli (la linea grigia che li separa è sottile). L'unico bel personaggio è il jazzista eroinomane. Il solo fatto di parteggiare per lui durante il viaggio in macchina è sintomo evidente del fallimento del protagonista. Ma non è ancora arrivato il peggio.
Al film manca anche una trama. Sì certo, il tecnicismo della trama circolare è lodevole, ma ne parliamo in coda. Mi correggo. La trama c'è, manca la storia. È un continuo trascinarsi da un divano all'altro in una specie di tentativo alla Bukowski triste e stremato. È un ciclico ricadere nei propri errori e fallimenti fino alla fine. Ma ce n'è ancora.
Il film è pretestuoso. Ogni volta che al protagonista succede qualcosa si vede lo zampino di uno scrittore stronzo, pronto solo a mettere il protagonista in difficoltà. Protagonista che non reagisce e non agisce nemmeno per sogno. E quindi il rendergli la vita misera non è nient'altro che un brutto esercizio di stile. Coronato dalla trama circolare, l'unica cosa che ho sopportato.
Ah, c'era un gatto. E grazie a lui abbiamo imbottito il film di citazioni: Capote e Joyce, giusto per non sembrare banali.
Si sente che il film non m'è piaciuto poi molto? Sì, vero? Ma d'altronde è un film dei Coen e parlarne male non si può. A proposito di Davis? Non pervenuto.
Voto: 5
Davide Mazzocchi
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La Grande Bellezza è una perla rara
Considero Louis Ferdinand Céline il miglior scrittore del ‘900, ma come citazione iniziale per questo film avrei visto meglio un aforisma Wildiano sull’inutilità della vera arte. Perché "La grande Bellezza" più che un viaggio è una visita guidata da un brillante e attempato giornalista mondano di nome Jep Gambardella a un giardino zoo(antropo)logico allestito dal talentuoso architetto Paolo Sorrentino.
C’è la performer cialtrona e afasica che inconsapevolmente realizza l’ossimoro "bush comunista" (sul come, si rimanda alla visione); c’è la bimba prodigio che se opportunamente maltrattata può trasformarsi in una Jackson Pollock del 2000 e c’è pure il Pollock lanciatore di coltelli; c’è il fotografo facebookaro che espone le istantanee di se stesso dalla nascita al giorno presente. Tutto un bestiario che Gambardella racconta e satireggia per lavoro. Per diletto, oltre a concedersi una casa con vista sul Colosseo (lo spirito dell’ex ministro Scajola aleggia e alla fine si manifesta), la visione riservatissima e ad libitum di capolavori del passato come la Fornarina o semplicemente un’alba meravigliosa, può frequentare quella che una volta si sarebbe chiamata "la bella società", che del medesimo zoo è un ulteriore padiglione che ospita ricche milf milanesi tanto accessibili quanto noiose, madri apprensive di figli schizzati, poeti silenziosi e ossessivamente innamorati di direttrici nane di giornali scandalistici, nobili a noleggio per serate come fossero ex concorrenti di reality, potenti cardinali con la logorrea culinaria, pubbliciste politicamente impegnate dall'enorme ego (meravigliosamente demolito da Jep in una delle scene più memorabili), patetici artisti wannabe di provincia, spogliarelliste attempate e veraci, ex star televisive cocainomani, un padiglione pettegolo, festaiolo e consapevole della propria pochezza spirituale.
Solo la vera bellezza, rara e sommersa sotto il cumulo di vacuità di cui è fatta gran parte della vita, può salvarci. La guida lo trasmette in vari modi ai visitatori dello zoo seduti davanti allo schermo, come nella sequenza della lezione di comportamento ai funerali, lui lo sa da sempre, glielo ribadisce a modo suo una Santa centenaria che si nutre di sole radici. Lo sanno pure le giraffe e i fenicotteri. Lo seppe Jep diciottenne fissando il suo primo amore, al mare. Ogni sequenza, dalla più banale a quella più virtuosistica, trasuda di aspirazione alla bellezza.
Giunto a 65 anni, lo scrittore declassato a giornalista di costume realizza che non ha più tempo da perdere in cose che non gli va di fare. Prendetelo come un consiglio senza età e senza tempo: se non vi piacciono i film in cui l’estetica surclassa l’azione, meglio non andare a vederlo. In caso contrario, non perdetevelo.
Voto 9. Il grande Cinema si può e si deve fare anche in Italia.
Colin McKenzie
Il Grande Gatsby
Tutto comincia con la notizia, ormai più di un anno fa: "Lo sai che fanno il grande Gatsby al cinema?" Lì per lì la cosa non mi ha sconvolto, sono andato a vedere il cast e ho deciso che questo film avrebbe avuto delle serie possibilità di piacermi. Poi è arrivato il trailer. È stato quello a sconvolgermi. Non tanto la zebra nella piscina, quella fa parte dell'esagerazione, mi hanno sconvolto la luce verde ammiccante, di là dalla baia e soprattutto il manifesto dell'uomo con gli occhiali.
Riuscite a capire la grandezza del gesto? Quella è stata una dichiarazione di intenti mica da ridere. Il regista stava parlando con me, con fare beffardo: "Guarda, ho preso uno dei tuoi libri preferiti e ci ho fatto un film. Guarda cosa ti metto nel trailer." Avrebbe potuto mettere di tutto, perché quindi mostrare quei due elementi? Per sfidarmi, ecco perché. Ho contato i giorni, le ore e gli attimi che mi separavano da Natale, prima data d'uscita del film, ma ecco che al posto di Gatsby mi tocca vedere un hobbit che vaneggia. Un duro colpo, lo ammetto, incassato con dignità e contegno. Mi sono limitato a imprecare per qualche ora e a piangere per pochi minuti. Trascorrono mesi senza senso quanto i film proposti in sala, ma finalmente arriva il giorno.
Di solito la evito, ma per questo film la prima visione mi sembra azzeccata. Mi accaparro un posto laterale in terza fila e mi gusto il film in diagonale. Il regista ammicca ancora e mi dà il benvenuto con queste parole:
Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu".
Non c'è bisogno di altro: ho capito. Questo, semplicemente non è un film e non va guardato come tale, questo è un tributo. Se non avete letto il libro guarderete il film senza poterlo realmente assaporare, perché il film da solo non vuol dire assolutamente nulla. Serve aver amato le parole di Fitzgerald che descrive la purezza di un sogno e la tragedia della sua distruzione. Senza queste parole, le immagini non servono a nulla e il regista questo lo sa. Infatti si mette da parte e si inginocchia come se fosse al cospetto di un dio. Tutto è perfetto proprio perché nulla è stato cambiato (ok, qualcosina, marginalmente). L'aver colto tutti i significati del libro è stato un gran colpo. A cui si aggiunge la sorpresa di vedere le terribili parole del finale danzare sullo schermo luminose e leggere. In quel momento, lo confesso, mi sono commosso.
Grazie Baz, davvero, per non aver fatto a pezzi questo libro.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Iron Man 3 e Zero Dark Thirty: l'America che non ti aspetti
La faccenda è sempre la stessa. È da una vita che va così e ve la spiego velocemente: c'è un cattivo che minaccia una grande nazione e fino a un certo punto riesce a creare un clima di terrore e ad averla vinta, ma la grande nazione gli sguinzaglia contro un supereroe volante o i servizi segreti e alla fine il cattivo deve farla finita. D'altronde comandare una rivoluzione con un proiettile in testa è anche abbastanza dura.
La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.
La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?
E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.
Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.
Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi
La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.
La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?
E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.
Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.
Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi
Anna Karenina - Una risposta
Un film che trae origine da un libro non può di certo restare esente dal confronto tra le due opere. Ecco forse perché, pur avendolo apprezzato molto, mi manca parte del tuo entusiasmo. Si potrebbe forse dire che il film sia un crescendo. Vediamo se mi spiego.
Il Bello
Un turbine di colori, movimenti ritmici e ripetitivi, vestiti e accessori ricchi di luce. Bellissimo? Eppure inizialmente quasi infastidisce l’eccesso delle mosse innaturali dei personaggi e il loro abbigliamento perfetto e perfettamente adatto all'ambiente in cui si trovano. Pare troppo per una storia che, nella sua versione originale, era invece intrisa di pacatezza.
Non è nemmeno facile abituarsi alla scelta del teatro nel film. Eppure ha molto senso, in quanto da un lato ne esaspera i valori estetici, e dall'altro ammorbidisce alcuni bruschi passaggi che in una tradizionale sceneggiatura cinematografica lascerebbero delle fastidiose lacune.
La Passione
Col procedere del film l’estetismo, che pareva fine a se stesso, si smorza, o forse ci si abitua, o forse se ne capisce il senso. Così ogni mossa, ogni abito, ogni gioiello, ogni espressione iniziano a trasmettere i sentimenti e la passione.
La passione di Anna e il suo tormento interiore; Dolly e il suo profondo dolore per tradimenti subiti dal marito che ama; Kitty e i tormenti di un’adolescente innamorata che culminano e si contrappongono ad una serenità ritrovata in qualcosa che, seppur semplice, non manca di passione; Levin e la sua chiara distinzione tra giusto e sbagliato; Oblonsky e la sua leggerezza e simpatia; Karenin e la sua infinita e insopportabile bontà cristiana; Vronsky e la sua totale incapacità di trasmettere alcun sentimento al lettore/spettatore; l’amore fraterno, la dedizione verso i figli.
Tutto è rispettato e perfettamente trasmesso dagli attori, nelle loro movenze e nei loro sguardi, che tuttavia non possono avere la stessa profondità di una descrizione letteraria.
Anna
Anna è la vera protagonista di questo film (forse più che nell’opera di Tolstoj). Di lei mi sono mancate solo le morbide forme e le piccole manine.
Aliena B.
Anna Karenina
Sai, una cosa che mi piacerebbe tantissimo è essere intervistato appena fuori dalla sala. Perché è in quell'esatto momento che le emozioni non hanno ancora ceduto il passo alla razionalità e proprio allora sono anche dotato di un sarcasmo pungente: lo stato migliore per scrivere. Non dovrei mai tornare a casa subito dopo la visione, dovrei sedermi da qualche parte a buttare giù la recensione punto e stop. Ma visto che questo lusso non me lo concede mai nessuno, mi intervisto da solo.
"Piaciuto?"
"Capolavoro. Davvero, capolavoro! Non sto scherzando, non sono ironico, domani torno a vederlo, promesso, se ho la serata libera, torno qui e lo riguardo." Fingete che sia appena uscito dal cinema.
"Lo rivedresti ancora?"
"Sì, sì, assolutamente, ma tu l'hai visto? Ma hai idea di com'è fatto?"
"L'ho visto anche io, un buon film, ma non mi aspettavo questo entusiasmo. Come mai?"
"Ma perché sì, perché è fantastico, costruito alla perfezione, no dico, hai presente la scena del ballo? È la scena più bella di tutto il film, perfetta, sopra ogni cosa. Perché di balli ne abbiamo visti molti, ma questo è straordinario. Loro due che volano, le note del valzer che saturano l'aria e poi la luce, loro due da soli e gli altri immobili e il teatro. Sai cosa ti dico? Che finalmente l'ho capita."
"Cos'hai capito?"
"La danza, ma mi stai ascoltando? La danza, il turbine, la bellezza, l'amore, i simboli. Il film è tutto costruito su questo canone. Prova a dire che è puramente estetico, ma prima telefona al dentista perché avrai bisogno di due denti nuovi."
"Perché, non lo è?"
"Lo è, anzi no, non è puramente estetico, è perfettamente simbolico. Anche la faccenda del teatro, il dramma, la commedia, la farsa, la tragedia di una vita vanno in scena sul palco mentre i segreti stanno dietro le quinte. Le hai notate le riprese dietro le quinte no? Se così non fosse, domani lo riguardiamo insieme e ti insegno come si fa ad andare al cinema."
"Ma io vado al cinema da quando sono piccolo."
"Si vede che ci vai con l'auto e non con il cuore. E poi lei, hai visto come sorride? No, dico, l'hai vista? Lei è divina e credo di essermi innamorato del suo sorriso. Di lei, del suo demone, dei suoi abiti, della sua morte. La perfetta falena."
"E lui?"
"Un cialtrone che non sfugge alla descrizione iniziale. Bravo anche il marito, bravi tutti, ma soprattutto chi ha scritto la sceneggiatura. Un genio."
"Addirittura?"
"Sì, perché è riuscito a fare un musical senza far cantare nessuno. Un genio, come ti dicevo. Ma senti, grazie per l'intervista. E per la compagnia, ma adesso devo proprio scappare, ho un sacco di idee e devo scrivere una recensione. Alla prossima."
"Aspetta, un'ultima cosa. Dimmi una frase del film che ti ha colpito."
"Ed era amore? È sempre amore."
Mi volto alla ricerca della macchina e scappo a casa, lasciando che i pensieri si trasformino in sogni e viceversa.
Davide Mazzocchi
Voto: 9
Amour
L'unica vera, indiscutibile e devastante domanda che strangola lo spettatore una volta uscito dalla sala è: questo è amore? Mentre si tira in ballo la vita di una coppia attempata, la figlia con una relazione instabile, la musica che scorre dalle mani di un pianista emergente, la quotidianità del cucinare uova à la coque, la malattia e infine la morte. Mentre tutto questo danza sullo schermo, la domanda diventa sempre più pesante. Non importano la trama, la tecnica, la narrazione, ma sono la vita e la morte a prendere il posto dei protagonisti. E infine l'amore (se questo è amore).
C'è amore nei dialoghi che aprono il film (stupendi), così come nel monologo finale. Non nella sostanza, quanto nei toni. Però, nonostante sia stato testimone della storia di Georges e Anne, faccio fatica a digerirla. La cosa che sconvolge è la cronaca di una discesa verso la morte, la testardaggine del marito nel non "lasciare andare" l'amata, quando è chiaramente l'unica cosa da fare. Ma proprio per la mancanza di razionalità si deve dare tutta la colpa la cuore e non alla mente. Amore quindi. Ma amore per chi? Per se stessi? Per la vita? Per un'altra persona? Il regista non lo dice, però decreta qualcosa di intenso: l'amore può essere l'inizio, ma anche la fine di tutto.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Pietà, ovvero Cheonggyechon Style
Mentre il mondo balla al ritmo di Psy che celebra e sfotte il lussureggiante e cafone quartiere di Gangnam a Seoul, a Venezia si premia Kim Ki Duk e il suo Cheonggyechon Style che della hit di Psy costituitsce il terribile, cupo e monocorde controcanto. Ma alla fine, il sempre quello: i soldi e la denuncia dell’effetto che fanno.
Il quartiere di Cheonggyechon è un agglomerato di officine sgarrupate che sta per essere raso al suolo, probabilmente il suo futuro è Gangnam style. Ci lavorano dei piccoli, spesso pavidi e ridicoli, artigiani, un polo della meccanica che la crisi e anche una certa incoscienza spinge nelle mani degli strozzini. L’esattore è il protagonista, un “diavolo” spietato e privo di emozioni, che non concede proroghe e storpia e mutila le persone con la stessa indifferenza con la quale si affetta un’anguilla o si tira il collo a un pollo.
Se dovessi valutare questo film per come articola e intesse il tema della vendetta, mi limiterei a preferire l’Old Boy di Park. Ma non è la vendetta il tema principale, è il materialismo inteso come completa dissoluzione dello spirito nel corpo, o meglio nella carne, che sta sempre al centro della scena, straziata, affettata, scambiata per soldi, mangiata, grondante sangue o umori. Fuorviante vedervi la solita ideologizzata denuncia del capitalismo. Più corretta una nuova declinazione del nichilismo.
Voto 7: Il Kim Ki Duk anni 00 era meno disperato e lo preferivo
Colin McKenzie
I Colori della Passione
The Mill and the Cross, tradotto letteralmente Il Mulino e la Croce, presentato al Sundance 2011, passa in Italia con il titolo generico I Colori della Passione. Già un altro lungometraggio di qualche anno fa ha subito più o meno la stessa sorte: I Colori dell'Anima, dal titolo originale più sobrio (Modigliani). E io un po' ci speravo che questi colori della passione fossero simili a quelli dell'Anima di Amedeo, perché credo che quella sia una delle più belle storie d'amore passate sul grande schermo.
Purtroppo o per fortuna, siamo davanti (anzi dietro) a qualcosa di completamente diverso. Il film parla di un quadro, della sua nascita, degli intenti del pittore e della sua realizzazione. Ma non mostra le tribolazioni di Pieter Bruegel (detto anche il vecchio e interpretato dallo stagionato ma sempre in gamba Rutger Hauer), mostra più che altro come il pittore riesce a comporre in modo allegorico la realtà che lo circonda. Il film, in prevalenza muto, ritrae i personaggi principali che sono presenti ne La Salita al Calvario e lo fa in modo grottesco, proprio in linea con quell'arte fiamminga che ha così folgorato il regista. Ogni personaggio ha una storia ed entra a far parte del quadro generale man mano che il film si svolge. Se all'inizio lo spettatore è quasi stordito da scene che sembrano non avere nè capo nè coda, alla fine si riesce a capire la grandezza e la totalità di un'opera all'apparenza caotica.
Il quadro come oggetto di indagine, come sfondo (letteralmente) del film e come protagonista. I suoni e le parole diventano il contorno di un lungometraggio molto interessante. I dettagli sono studiati per bene, i movimenti di macchina anche, le luci, seppur eccessive, rendono perfettamente l'idea. Intendiamoci, il film non è perfetto e forse pecca di qualche ripetizione, ma il punto di vista è interessantissimo. La spiegazione del pittore coprotagonista lo rende accessibile un po' a tutti. L'ambientazione e la critica storica mettono la ciliegina sulla torta.
Gradevole proiezione che va al di là dell'esercizio tecnico, pur con qualche imperfezione e un po' di pesantezza, rimane un film interessante.
Voto: 7
Davide Mazzocchi
Love and Secrets
Fosse stato per la locandina e soprattutto per il titolo, questo film non mi sarei mai sognato di andarlo a vedere. Possiamo aprire un mondo fatto di polemiche e insulti, ma sarebbe sterile decretare l'idiozia globale, quindi mi asterrò. All Good Things, questo il titolo originale (e sensato, altamente sensato) prende spunto da fatti realmente accaduti tra gli anni '70, '80 e 2000, ma si riferisce in particolare al negozio di alimenti biologici che David e Katie aprono in Vermont e che chiudono poco tempo dopo in favore dell'attività di immobiliarista di lui.
Tutto quello che i due avrebbero potuto costruire insieme, tutte le cose buone, la famiglia, gli amici, la vita, i figli possibili, sono spazzati via dal cemento, dagli affitti, dalla prostituzione e da altre prodezze finanziarie della famiglia Marks. È questo in definitiva il senso del film. La faccenda evolve e se all'inizio sembra di vedere A Beautiful Mind (la parte in cui lei si prende cura di lui soffrendo come pochi), la piega che prende nella seconda parte assomiglia di più al Talento di Mr Ripley o a Match Point. Ma in definitiva non è la brutta copia dei titoli citati: vive di vita propria, è completo, strutturato, mai banale.
Ansiogeno. Definizione passata su Twitter. Lo è, verissimo. Perché ci sono parti che uccidono lo spettatore: la freddezza di lui mentre dà di matto, la consapevolezza però che lui è malato (in mano a una schiera di psichiatri fin da piccolo), la lucidità di un assassino, l'organizzazione di un manager. Tutto questo è David, dietro la maschera dell'ottimo Gosling. Se vogliamo portare il discorso ancora oltre c'è la parte in cui un David ormai attempato si camuffa da donna e "sparisce". La maschera della maschera della maschera. Fino a che punto si può non conoscere una persona? È il dramma di Katie. Tutte le ottime cose che i due avrebbero potuto fare insieme, anche banalmente vivere, non si realizzeranno mai, nessuna sliding door, nessuna pietà, niente, il vuoto riflesso negli occhi di David. Tutti pensieri attuali, senza tempo, indagati in modo elegante.
Da vedere, ma preparati: non è un commedietta rosa lacrimosa e iperglicemica, è un dramma completo.
Voto: 7
Davide Mazzocchi
Silent Souls
"Il vero amore è per sempre" e le luci in sala si riaccendono. Mi guardo attorno, siamo pochi ma tutti frastornati, non ci alziamo. Ci vuole un po' prima che il messaggio attecchisca e faccia fiorire qualche pensiero almeno un po' sensato. Si cerca di ripercorrere quelle strade dissestate decorate da scheletri d'albero, avanti e indietro nel tentativo di capire come si è arrivati fin lì. Ma la vera soluzione è che non ce n'è bisogno, la soluzione è sempre stata davanti agli occhi di tutti, solo, qualcuno doveva avere il coraggio di dirlo, che il vero amore è per sempre.
Si cerca di scavare dentro al film, ribaltarlo, sminuzzarlo per comprenderne le parti, per fare ordine, ma ancora non ce n'è bisogno. È fin troppo facile da capire, è questo il punto, non c'è bisogno. Se pensi che anche la trama è ridotta all'osso, i dialoghi, rari, sono addirittura superflui. Se pensi che alla fine la morte è una cosa naturale così come amare una persona, non hai bisogno di metterti lì a pensare a quello che hai visto. Eppure il tentativo lo devi fare. È ancora una volta l'essere umano ad andare in scena, tutto quello che rappresenta e il regista propone un'indagine delle cose più profonde del nostro animo raccontando la sepoltura di una donna, un viaggio di due uomini e le tradizioni di un popolo scomparso, per poi stabilire per sempre che l'amore è eterno.
Siamo tutti frastornati, come non si vedeva dai tempi della proiezione del Faust (prego vedere qui e qui), e abbiamo ragione, proprio perché si possono fare infiniti paralleli con il capolavoro di Sokurov. Due uomini, un viaggio, la vita, la morte, il senso a tutto questo, ma mentre nel Faust è tutto dialogo e annusarsi, qui è il silenzio a dominare. Il silenzio e la distanza. La voce fuori campo ci racconta i dettagli di questo viaggio verso il Volga, ma è il vuoto, lo spazio lasciato dalla morte di una persona a riempire gli occhi dello spettatore. Vuoto geometrico e perfettamente descritto dalla fotografia, vuoto dell'esistenza. Un vuoto che deve essere colmato con qualcosa. L'ultima frase: "il vero amore è per sempre", dà un senso a tutto e con le stesse parole semplici dei due protagonisti colma il vuoto lasciato dal silenzio.
Voto: 8, difficilissimo
Davide Mazzocchi
Margin Call
Di cosa parliamo? Dei protagonisti del film. Opera corale che fa apparire in ordine di grandezza tutti gli squali di questa bella banca di investimenti (tipo Lehman, Merrill). Prima ci sono i due impiegatucoli, poi il capetto, poi il capo e alla fine il board al gran completo. Per l'occasione sono stati tirati fuori dal freezer e scongelati attori che non si sentono da un po'. I vari Irons, Spacey, Quinto, Bettany, Moore. Tutta gente brava, bravissima, forse un po' stagionata, ma di certo spessore. Gente che riesce a tenere su la tensione solo con i dialoghi. Perché alla fine il film si riduce a una serie di dialoghi. Taglio teatrale e (quasi) unità di tempo e luogo: un buonissimo docu-thriller (si può scrivere docu-thriller in un blog?).
I dialoghi. Belli, taglienti, diretti. Cito alcuni passaggi: "Spiegamelo come se fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", e ancora "Sono solo soldi." E poi un bel monologo di Bettany che parla di ipocrisia dell'intero sistema finanziario: quella di chi maneggia i soldi e quella di chi li pretende per "vivere al di sopra delle proprie possibilità." Una bella critica che almeno non spara solo in una direzione, ma colpisce tutti e distribuisce per bene la pioggia di merda.
Ma c'è qualcosa che non riesce proprio a quadrarmi: il film non tende la mano, semplicemente non riesce a portare lo spettatore allo stesso livello degli affanni dei protagonisti. È già difficile immedesimarsi in qualcuno quando il film è corale e soprattutto quando non esiste nemmeno mezza figura positiva in tutto il cast (ok, Spacey ci va vicino, ma è comunque un personaggio dubbio). Cito: "Faccio fatica a simpatizzare per il povero impiegato che si becca 250.000 dollari l'anno, e se va male male ci guadagna su un altro milione." È proprio qui dove fallisce il film, nel far fare il salto allo spettatore dentro al telo grigio. Peccato perché poi non è nemmeno fatto male, anzi.
Voto: 7, ma con qualche riserva
Davide Mazzocchi
Marilyn, tragicamente attuale
Inserendosi nel nuovo filone cinestoriografico già lucidamente richiamato da Davide, molto in voga in questo periodo forse per nostalgica reazione alla mutazione in atto con l'avvento della computer-graphic, s'inserisce quest'opera che, nel raccontare la controversa e dolorosa umanità dell'icona cinematografica novecentesca per eccellenza, mette in scena un altro vecchio conflitto da fase di passaggio: quello della fotogenia istintiva e scatenaormoni che nello spettacolo cinematografico sopraffà inesorabilmente l'arte della recitazione teatrale. Le insegnanti di recitazione sono solo dei supporti psicologici (altro che metodo Stanislavskij), gli assistenti e i manager sono degli innamorati disperati, gli spettatori possono solo adorare il prodigio della bellezza. Ma la dea Marylin non può che divorare la povera Norma Jean, che a sua volta, non tanto per salvarsi quanto almeno per prolungare l'agonia, non può far altro che sbirciare le persone normali, invidiandole, e regalare loro un sogno di amore impossibile.
Colin McKenzie
Voto 6.5
Marilyn
In un momento in cui il cinema sta per certi versi riscoprendo, indagando e tributando le proprie origini, (prego vedersi The Artist, Hugo Cabret) un film biografico su Marilyn Monroe non sembra affatto stonare. Riportare sul grande schermo una persona che è stata per un periodo un'icona indiscussa, l'oggetto del desiderio di moltissimi, è sicuramente una sfida interessante, così come la sua effettiva realizzazione: Simon Curtis, il regista, ha usato lo scritto di Colin Clark come partenza e l'ha interpretato in maniera elegante.
Marilyn quindi, la bionda che si è stampata nell'immaginario di molti. Il film, biografico, fa subito la scelta importantissima di non mostrare tutta la vita, ma solo una piccola parte, un anno in cui l'attrice americana ha girato un film, Il principe e la ballerina, con il colosso del teatro inglese Sir Laurence Olivier (nei panni di regista e coprotagonista). Scelta importante, perché almeno si distacca dalla solita cronistoria che rischia di assomigliare di più a un sommario che a un'indagine. Il punto di vista non è nemmeno quello di Marilyn. Lei è vista dall'esterno attraverso gli occhi di tutti gli altri personaggi presenti nel film. È fantastico osservare come ognuno di questi personaggi aggiunga spessore a lei, alla dea greca di cui si innamora Colin. Così possiamo vedere la Marilyn attrice, la donna, la bimba, la moglie, la persona preda della depressione, insicura, malata. La persona vera insomma e non quell'immagine bidimensionale della maschera bionda sorridente e ammiccante.
Attraverso Colin anche lo spettatore si innamora di Marilyn, e come potrebbe essere altrimenti? La scena bellissima dei due lungo il fiume: colori pastello, leggerezza, vento. Mi sono preso la briga di guardare le facce degli altri spettatori illuminate dalla luce riflessa del telone. Ho visto gli occhi sognanti di tutti, mentre la ammiravano felice almeno per un momento. È questa la vera forza del film. Sì, ci sono anche tante altre cose, non ultimo il tributo al cinema, alla sua storia, alla sua evoluzione, il confronto con il teatro. C'è anche una minima indagine (a suon di citazioni di Shakespeare) sulla fama di chi l'ha per talento e di chi la brama e la merita. Ma alla fine tutto sbiadisce con la figura di una donna distrutta che sullo schermo risplende come una vera stella.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Conoscere la vita interiore di una Stella del genere scoprendo il suo lato così fragile e contradditorio non può che essere doloroso. Sì doloroso per tutti, per lei, per gli innamorati e per gli spettatori... estasiati comunque da lei Norma in arte Marylin!
Citando Lucy e Colin: Sì mi ha fatto soffrire... mentendo dico... solo un pochino... ma è quello che gli serviva no? E allora perchè non concedergli una sbirciatina... sì solo ogni tanto... ma questa sbirciatina se pur dolorosa non può che servire anche a tutti noi.
Voto: 7
SuperFlower
Cosmopolis
Cronenberg. Pochi mesi fa ci ha raccontato la storia di Jung e Freud prendendosi la libertà di fare un film dal ritmo incerto, che mette paura allo spettatore e che in fondo non spiega assolutamente nulla di cosa sia la psicoanalisi. In omaggio mette l'accento su uno scontro che i due giganti hanno avuto, ma non con le dovute proporzioni. Dopo questo scivolone, ritroviamo il vecchio David alle prese con qualcosa di più recente e sbarellato (si può scrivere sbarellato in una recensione?).
Basato su un romanzo di DeLillo, questo Cosmopolis parte anche bene e stabilisce subito il tema centrale e la scelta stilistica: abbandonato il serio, si torna sul pacato surreale. Il Pattinson decide che è ora di darsi una sistemata al taglio ed esce di casa. Con questo flebile pretesto, DeLillo e Cronenberg ci mostrano una società che merita ancora una volta una critica: il potere nelle mani di giovani rampanti che gestiscono infinite fortune e salgono nell'olimpo dei grandi miliardari per poi precipitare a causa dei capricci di una monetina cinese. Si tira in ballo anche l'arte (il possesso della stessa), il rapporto uomo-donna (freddo, distaccato, alla stregua di un mestiere o un dovere imposto da interessi altissimi), il sesso (fatto in macchina, tanto per gradire) e la protesta degli indignati.
Nonostante tutto, le premesse, i temi e un inizio francamente piacevole, Cronenberg cade nella retorica di dialoghi lunghi e più simili a giochini intellettuali con cui lo spettatore può confrontarsi se ha voglia. Notevole quello fatto durante la rettoscopia (anche questa in macchina, mentre il Pattinson paziente, discute di macroeconomia e pulsioni sessuali), notevole, ma inconcludente, quello finale con Paul Giamatti. Peccato, perché finire un film così lascia un brutto ricordo. In definitiva, è un film interessante, questo sì, ma bisogna mettersi lì a cercarci un senso e scavare a fondo in un terreno sabbioso e incerto. Ah c'è anche un topo gigante.
Voto: 5,5 perché il collega metterà 6,5
Davide Mazzocchi
Hunger
Hunger arriva nelle sale italiane fuori tempo massimo, per la vergogna di chi non ha il coraggio di mostrare lungometraggi di questo genere, riservando loro un timido passaggio al cineforum in prima serata. Ci strappiamo i capelli per quello che Diaz rappresenta (e ha rappresentato) per l'Italia. Ma stiamo cercando di difendere un film (Diaz) che non ha il carattere, nè la bellezza tragica di Hunger, che sbiadisce al suo confronto. Non esiste un paragone. Non esiste e questo deve essere chiaro per tutti.
Steve McQueen, sbeffeggiato dalla critica per il nome strambo di attore d'altri tempi, ha ribadito il concetto con Shame, mostrandoci l'animo umano e l'animo della società che l'ha forgiato. Ci è piaciuto, diciamo pure che abbiamo amato Shame, ma Hunger... beh, quello è tutta un'altra storia. "Vaffanculo!", una cosa a cui il cinema ci ha abituato. Peccato che la frase precedente sia "E cosa dirai a tuo figlio?" È questo Hunger: è il mostrare il limite dell'idealismo di una persona, di un gruppo di persone. Idealismo che porterà alla tragica e inevitabile conclusione. Hunger ci mostra il lato sporco di quel Regno Unito che ha un curriculum di merda lungo centinaia di anni, della signora Tatcher, idolatrata in The Iron Lady, delle carceri, dei secondini che picchiano.
Hunger è anche il confronto tra l'indifferente quotidianità di chi è schiavo di un sistema (il tizio che spazzola il corridoio, indifferente), la merda umana insomma (cit. Alberto A.) e l'idealista, Bobby, che si lascia morire per far sentire la sua voce nel silenzio della sua agonia. Hunger è sofferenza, tanta sofferenza, quella delle botte, della fame, dell'umiliazione. Hunger è la vita di tutti i giorni, raccontata con le piccole cose, la colazione, i fiori alla madre in ospizio, il controllare che la macchina non sia stata resa esplosiva dall'IRA. Hunger è teatro: tre atti in cui le parole e le immagini danzano una coreografia perfetta. Il dialogo centrale è una lezione di stile ed emozione. Due persone, un tavolo e qualche sigaretta e ti tiene lì incollato alla poltrona. Hunger è... perfetto.
Voto: 10
Davide Mazzocchi
Steve McQueen ha la straordinaria capacità di costruire personaggi vivissimi e di immediata identificazione tramite le piccole cose e i rituali della quotidianità. Ha inoltre un talento visionario e iperrealista, forse tra i pochi veri epigoni di Kubrik, che gli consente di creare inquadrature come fossero opere d'arte contemporanea.
Colin McKenzie
Persepolis
Il passaggio in sala di Pollo alle prugne ha fatto tornare la voglia di (ri)guardarsi Persepolis, sempre firmato da Marjane Satrapi, in tutti i sensi. Ricordiamo che il film è tratto da un fumetto scritto e disegnato dalla stessa Marjane, che mi permetto di trattare in modo cordialmente amico, avendo condiviso per il tempo del film i suoi ricordi e i suoi pensieri, proibiti alla sua stessa famiglia ("Promettete di non fare domande.")
Cos'è Persepolis se non un voler raccontarsi? Un bisogno di raccontarsi, mostrare l'evoluzione di una persona, una bimba all'inizio, che diventa adulta fin troppo alla svelta grazie a una guerra che sta dilaniando il suo paese. Una volta espatriata in Austria, la giovane Marjane trova la complicità e l'amicizia di altre persone, così diverse che, nonostante le dedichino tempo e amore, rimarcano una volta ancora la solitudine e la diversità di Marjane. Inevitabilmente Marie Jeanne (la chiamano così per un po' e fa tenerezza) scopre l'amore, la felicità, il tradimento, il dolore. Tutto questo è narrato da un punto di vista abbastanza distante per essere oggettivo e abbastanza vicino da far percepire il profumo delle emozioni e dei sentimenti di Marjane. E chi è la sola persona che può compiere una prodezza simile se non chi le ha vissute realmente? Non una confessione, solo il bisogno di parlarne. Tutto qui.
Ma il film non si limita a questo, no, certamente. È reso preziosissimo dallo sguardo che indaga sulla guerra, sulla politica, sulla religione, in Iran e sulla vita così diversa che si trova ad affrontare in Austria, tutto visto da molteplici punti di vista e narrato con voci diverse: la Marjane bimba, la ragazza, i genitori, i soldati, gli amici austriaci, lo zio, la nonna. Personaggio grandioso, la nonna. Schietta al limite della durezza, forte, con una saggezza antica che fa quasi paura. Nel disegno in bianco e nero della nonna, in Iran, si percepisce il calore di quell'abbraccio verso i tre quarti del film. Ha un dono, Marjane: sa raccontare. L'ha dimostrato in Persepolis e l'ha confermato con il suo Pollo. Consigliato caldamente.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Pollo alle Prugne
In una settimana povera di film quanto meno interessanti, questo Pollo alle Prugne è un fulmine a ciel sereno. Certo, la regista la conoscevamo già: si tratta di quella Marjane Satrapi che ha scritto Persepolis (fumetto), diretto l'omonimo film e adesso ha sfornato questo Pollo alle Prugne dal gusto amarissimo. Una bella riconferma, la dimostrazione che si può scrivere una storia anche banale ma renderla meravigliosa solo grazie alla narrazione.
La storia, in due righe, narra la vicenda di Nasser Ali, violinista eccelso che dopo un litigio con la moglie (che non ama) decide di lasciarsi morire, avendo visto il suo violino distrutto da una scatto d'ira della consorte. Otto giorni è la durata totale del trapasso, durante i quali ha la possibilità di ragionare, sprofondare nei ricordi e nella noia, nella disperazione, nella follia. Ricordi che parlano di una storia d'amore molto più grande e intensa che, nonostante la fine tragica, gli ha regalato l'arte e ha esaltato la sua musica.
Poi di mezzo c'è anche l'angelo della morte, i figli, la madre, il luttto, una fiaba persiana (resa con animazione in 2D, ma d'altronde proprio il film inizia con la versione persiana del "C'era una volta"). Non è tanto il fatto in sè quanto la resa. La parte tecnica del film è notevolissima e forse è la cosa che stupisce di più in assoluto una volta usciti dalla sala e tornati all'ingresso sotto i cartelloni di American Pie (sì, è polemica). È un turbine di personaggi, suoni, colori e musica. Un'ottima miscela che riesce a condire alla perfezione una storia d'amore tanto tenera quanto tragica.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Diaz, don't clean up this blood
Facciamo un attimo pausa con i supereroi americani e torniamo in Italia. Altro luogo, altro tempo: Genova, luglio 2001. Inutile che stia qui a raccontare i fatti del G8, qualcosa in giro si trova e questo film mostra cosa è successo all'interno della scuola la notte di sabato 21. Tanto per essere chiaro, a me Diaz non è piaciuto per niente, sì mi ha colpito, mi ha sconvolto, ha svolto una funzione precisa, ma assolutamente piacermi, beh, quello no.
Non esiste narrazione. Non c'è l'ombra di una trama, non ci sono i personaggi: ci sono pupazzi di carne che alternativamente menano il manganello o sanguinano. Non c'è pathos, non ci si identifica con nessuno, non c'è indagine, non c'è approfondimento. È asettico come un documentario, solo che al posto del leone che mangia la zebra, è presente un esercito in divisa blu che massacra a piacere chi si trova lì anche per caso. Il nonno che dice al poliziotto "Così non si fa" è quasi patetico se non fosse seguito dal pestaggio generalizzato. Sono due ore di pestaggio. Dopo la prima mi viene quasi in mente La Passione di Cristo (altro film che non posso assolutamente concepire). Diaz non indaga, non documenta, non narra: mostra.
Mostra la brutalità e la bassezza umana, mette a nudo la bruttezza delle azioni compiute, denuncia. Colma un vuoto che doveva essere riempito in qualche modo affinché una cosa del genere non si verifichi più. Perché è quasi un insulto pensare che ci sia gente così al mondo e parlo chiaramente dei massacratori che non contenti si fabbricano anche un alibi, delle prove e si assolvono agli occhi di tutti dopo aver commesso una porcheria degna di un regime e non di una democrazia. È questo che fa Diaz, sputa in faccia a queste bestie assetate di sangue e violenza. E questo lo fa bene: sarà un documento che rimarrà, forte e brutto come una cicatrice sul volto di una bella ragazza, qualcosa di cui vergognarsi. È questo il suo scopo, lasciare un segno indelebile.
Voto: 6
Davide Mazzocchi
The Beast Stalker
Dante Lam, regista e scrittore di questo film, ci presenta un lungometraggio poliziesco piuttosto teso che ruota attorno a due uomini, il poliziotto e il killer. Il vero problema è che alla fine della visione lo spettatore non ha idea di chi sia la bestia e chi il cacciatore.
Perché il poliziotto che mostra umanità e dedizione (quasi ossessiva) al lavoro e alla giustizia non fa la figura del buono, anzi. Sembra freddo e violento già all'inizio e preda del senso di colpa per tutto il resto del film. In realtà potrebbe essere alla ricerca di una specie di redenzione, di perdono per le azioni che ha compiuto. Il killer, al contrario, mostra un lato umano inaspettato. Una specie di ribaltamento parziale dei due ruoli chiave tutto condito con la disperazione di una famiglia distrutta.
Anche la sceneggiatura non è troppo banale. Assomiglia vagamente a Crash, senza però raggiungere gli stessi livelli sul piano narrativo: è il flashback finale a dare tutto il senso al film. Il doppiaggio italiano mi lascia perplesso, in qualche modo sminuisce con le sue imperfezioni un film realizzato bene.
Voto: 7
Davide Mazzocchi
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