Preceduto da dibattiti chic e un morboso interesse quale, mutatis mutandis, quello che dovette aver accompagnato Ultimo Tango a Parigi nei primi anni ‘70, rischiando di condizionarti nella tua facoltà di dare giudizi fondati (e quando al tuo abituale Cineforum ti ritrovi per la prima volta dopo tanto tempo nelle file basse, notando un interessante incremento del tasso di presenze femminili, capisci che qualcosa deve essere accaduto), arriva finalmente nelle sale Shame di Steve McQueen (no, non quello di Vasco. Questo è nero). E c’è da dire che hanno ragione le donne (pare che il dibattito fosse di tipo sessista): il film è bello, appassiona, smuove sentimenti, tanto più forti quanto più, paradossalmente, il protagonista si rivela allo spettatore nella sua totale anaffettività.
Questo film non è un fenomeno modaiolo, è un'opera profonda, pur nella sua semplicità (vedi: estrema sensibilità artistica) tecnica. Mette in scena un disagio che ha a che fare con nevrosi attualissime, ci mostra una Manhattan tanto cupa quanto genuina e realistica, una città come nessun film ha mai avuto la lucidità di raccontare: si può dire che era molto tempo che la Grande Mela non veniva trattata come uno “studio” holliwoodiano distaccato sull’East Coast, come si fa di solito, ma come una città vera. McQueen la reinventa e la rende realmente universale.
“Universale”, pur nelle esperienze “estreme” che vive (forse ma forse meno “estreme” di quel che l’uomo comune ha il coraggio di raccontare pubblicamente), è anche Brandon, il protagonista, apparentemente “malato di sesso”, in realtà incapace, o non interessato, a relazionarsi con l’altro. Vive passivamente il lavoro e il rapporto coi colleghi, e nel tempo libero si lascia guidare, più che dagli istinti, dalle molteplici possibilità che il mondo gli offre per soddisfarli: youporn, prostitute, donne attratte dalla sua avvenenza per una sveltina, non cambia molto. Non conta il suo background (s’intuisce difficile, ma non necessariamente drammatico), non i problemi della sorella, lui è apatico in sé, come l’attore di Somewhere, come l’ex musicista pop di This must be the place, come l’artificiere di The Hurt Locker A differenza di loro, Brandon non vive o ha vissuto esperienze “limite”, non è una “celebrità” o ex tale, è uno di noi. E noi spettatori, seguendolo nel suo aggirarsi tra metrò, ufficio, web, abbordaggi al bar con o senza colleghi, uscite a cena con aspiranti fidanzate, litigi con la sorella, ci specchiamo in lui più di quel che, uscendo dalla sala, siamo disposti ad ammettere.
Voto: 9
Colin McKenzie



Nessun commento:
Posta un commento