Hugo Cabret: Scorsese fa il Méliès del 3D


Se i fratelli Lumière furono fin da subito unanimemente riconosciuti come gli inventori del cinematografo in quanto macchina (complice un provvido brevetto), non è mai stato sufficientemente celebrato colui che inventò il cinema come arte, realizzandone per primo le potenzialità narrative. George Méliès era presente, il 28 dicembre 1895, alla prima dimostrazione dei Lumière, e da illusionista di successo qual era, ne capì subito le potenzialità espressive, iniziando una frenetica attività ventennale che lo rese il più popolare cineasta degli inizi. Strategie commerciali ingenue e Grande Guerra, oltre che uno stile ancora rozzo (le scene dei suoi film erano quadri statici giustapposti; il montaggio serviva solo a far “sparire magicamente” gli attori), ne decretarono il fallimento e l’oblio.

Non appare un caso, dunque, che Martin Scorsese abbia deciso di sperimentare il 3D proprio con un film meta-cinematografico su questo controverso precursore. Da Avatar in poi si è riaperto il dibattito su cosa il 3D possa aggiungere alla settima arte, se sia solo un orpello fine a se stesso o se possa aprire orizzonti artistici finora mai pienamente esplorati. Ma il 3D di Hugo Cabret non offre molti momenti estetici realmente significativi: il disegno che, tra i molti svolazzanti nella stanza, si schiaffa sotto gli occhi dello spettatore; Méliès che nella scena finale, da provetto mago, incombe dal palcoscenico direttamente sugli spettatori. Ma resta l’impressione che il 3D IMAX sia ancora nella sua fase “Méliès”, fatta di trucchi ottici fini a se stessi, e che sia ancora da venire l’avvento dei Griffith, degli Eisenstein della situazione; in poche parole, dei fondatori di una grammatica potente e funzionale, in grado di esaltarlo. Ammesso che arrivino.

Altro curioso paradosso: per celebrare un autore giocoso e amorale come fu Méliès si mette in scena un intreccio di classica scuola pedadogica anglosassone, dickensiana. L’orfanello nascosto alla stazione parigina (non poteva che vivere tra treni in arrivo il protagonista di un film sul cinema delle origini), precocemente costretto a mettere a frutto il suo talento da orafo, oltre che a guardarsi dall’accalappia-ragazzini destinati all’orfanotrofio, è un pretesto narrativo che riesce a creare il pathos che serve a generare nello spettatore il desiderio di conoscere la storia del cinema senza cadere preda di noiosi cinefili.
Resta comunque un lieve retrogusto di “freddezza”, di “innaturalezza”, che forse ha a che fare con la morale del film, più volte ribadita dai protagonisti: il mondo è una grande macchina, come il cinema. Come l’uomo. In questo senso, però, la scena dell’incubo di Hugo che scopre, togliendosi i vestiti, di essere diventato un automa come quello di Papà Georges, è probabilmente, se non quella più spettacolare, la più potente, emblematica e attuale del film. E funziona benissimo anche senza 3D. 

Voto: 7
Colin McKenzie

Nessun commento:

Posta un commento