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Pacific rim e l’imprinting nagaiano

I tempi erano più che maturi affinché la cosmogonia del mecha approdasse al cinema non in anime ma con attori in carne ed ossa. D’altronde il top della tecnologia effettistica digitale è americano e in America i cartoni di Go Nagai non hanno fatto l’imprinting a generazioni di ragazzini come in Italia. Forse nemmeno l’autore Guillermo del Toro si è reso conto dell’importanza dell’operazione, per lui e per molti commentatori di questi giorni Pacific Rim è solo un nuovo episodio del genere kaiju, ormai da tempo (vedi Godzilla anni ‘90) rivitalizzato da Hollywood. Ma per gli attempati ex (molto ex) bambini italiani anni ‘70/‘80 un film così è un evento epocale: Raleigh e Maku che scendono nella testa di Gipsy Danger sono Actarus che si cala in Goldrake; il gomito-pugno aiutato dal reattore è discendente diretto del “maglio perforante”; la spada che esce dal braccio del jeager è la stessa che il Grande Mazinger si estraeva dalla gamba; il raggio sparato dal petto, beh... “attacco solare, energia!”; e quando un kaiju (ciascuno dotato di nome che nello specifico ora non ricordo, come da insegnamento nagaiano) ha la metamorfosi da anfibio a enorme pterodattilo, si intravede la strada da percorrere per i sequel, con i jeager che come per i mecha di Nagai potrebbero (devono!) evolvere tramite nuovi “giocattoli”, tipo le ali che Mazinga Z non aveva e il suo “upgrade” Grande Mazinger sì. A proposito: qualsiasi etimologia vi trovi Google, jaeger deriva da jeeg, non scherziamo!

Colin McKenzie
Voto 7,5: countdown già partito per dei sequel come si deve.

Pacific Rim - Coppa gelato gusti misti

Il fatto è questo: io di robottoni non ci ho mai capito nulla. Ma prima di insultarmi lasciatemi dire la mai. Negli anni '80 ero un ragazzino parcheggiato felicemente dai nonni tutto il pomeriggio e la prima serata. Su qualche emittente privata, sintonizzata sul canale 17, la sera trasmettevano roba giapponese. Di solito c'erano dentro dei robot, di varie forme e dimensioni. A me francamente non importava molto del tipo di robot, la cosa essenziale era che la trama seguisse quella struttura così collaudata.

  1. Tutti felici e contenti
  2. Mostro in avvicinamento
  3. Combattimento con il robot di turno (invariabile mossa finale)
  4. Tutti felici e contenti (fino al prossimo mostro)
Grazie a questo modo disinteressato di gustarmi i robot, non saprei distinguere il Daitarn da un Gundam o da un (che so?) Voltron. Credo che lo stesso sia successo al buon Guillermo, regista di Pacific Rim. Questi robottoni hanno tutti quello che avevano i loro antenati: un bel minestrone (ma dato il periodo meglio parlare di coppa gelato) gusti misti.
Il film conferma varie idee che mi stanno girando in testa:
  1. Il livello tecnico non è più un problema. I mostri che ho visto in sala sono più plausibili e verosimili di certe facce che mi girano attorno.
  2. La trama conta poco, basta che si parli almeno una volta di ambientalismo e una volta di clonazione (prego vedersi la produzione recente di fantascienza Oblivion, After Earth per dire)
  3. L'impressione generale è sempre quella di trovarsi di fronte a un ottimo mix (meravigliosamente confezionato) di cose già viste e fuori tempo massimo. Qui per dire hanno fatto il mischione tra il Gundam (con una spolverata di Evangelion) e Godzilla.
Ma deve essere chiara una cosa: non è stato affatto male, anzi io l'avrei preferito ancora più "ignorante". Botte da orbi per due ore. Sarei stato certo più contento, a patto che alla fine tutti fossero felici e contenti...

... in attesa della prossima apocalisse.

Voto: 6
Davide Mazzocchi

Star Trek visto da chi non capisce

Ci sono due scene nel film che mi hanno spiazzato. Non tanto per il contenuto ma per la mancanza di qualcosa. Per farla breve:
  1. Scena d'apertura. Kirk e Spock che ne stanno facendo di ogni (ma si può direi in italiano?) sul pianeta di trogloditi e a un certo punto l'Enterprise salta fuori dall'oceano.
  2. Scena verso il finale in cui Spock mena le mani su un mezzo volante a velocità folle e lui e il suo nemico saltano ovunque.
Non trovate che manchino un paio di elementi? Su, fate uno sforzo e pensateci un po'. Lo so che ci state arrivando anche voi. Vi ha stupito non vedere il Millenium Falcon uscire dall'acqua vero? E il fatto che il combattimento fosse a mani nude e senza spade laser. Dai, non fate quella faccia lì, lo sapete che ho ragione e che in fondo nessuno ha il coraggio di dirlo.

Lo dico io allora. Questo Star Trek è tutto ciò che i nuovi Star Wars avrebbero dovuto essere. Ok l'ho detto, liberi di dissentire, ma rispettate almeno il coraggio.

Fatto sta che siamo andati a vedere un ottimo film di fantascienza con continui colpi di scena, con un nemico vero e bello, con l'azione, con le astronavi (e che astronavi!), con la diplomazia, con i personaggi, quelli che piacciono a noi, quelli con lo spessore che meritano. Kirk, signori, Kirk è un ottimo personaggio perché ispira carisma e fiducia. Se lui dice che c'è da andare si va e basta. Spock è ottimo e completa il quadro famigliare. Mi è piaciuto, ma davvero tanto e io di Star Trek non ci capisco nulla. Ma mi è piaciuto così tanto che il suo ricordo è riuscito a farmi sopportare tre ore di Superman, visto subito dopo per la felicità del botteghino, in una serata di delirio collettivo. Ma questa è un'altra faccenda.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

After Earth - Boh, non so, non saprei...

Una regola che mi sono imposto è di parlare di qualcosa solo dopo averla capita. Per me After Earth è rimasto un mistero fino a pochi minuti fa, e sono passati quei cinque giorni dalla visione. Non è la trama a mettermi in difficoltà, nemmeno l'ambientazione. La cosa difficile è stata capire il rapporto tra me e il film.

Due episodi: uno appena usciti dal cinema, l'altro il giorno dopo. Ve li riporto così come sono capitati.

Titoli di coda, un tentativo di applauso di qualche buontempone, mi alzo e mi aggrego al coro dei delusi. Con il mio gruppo formo il solito cerchio appena fuori dalle porte del cinema e do inizio alla sessione di commenti. Di solito sono quello più chiassoso e chiacchierone: per me il film è (o crea) un legame emotivo, se tocca le corde giuste, le mie intendo, allora avrà fatto centro. Volano vari aggettivi ed epiteti più o meno amichevoli nei confronti di regista e scrittore (Shyamalan e Smith). Io ascolto e quando gli altri mi guardano per sentire un parere, eludo con un "non so... boh... non saprei."

Il giorno dopo. Siamo in ballottaggio per la recensione. Mi chiedono: "La fai tu?" "Ok, ho un paio di idee per farla. Ci penso su e in serata la scrivo." Le idee sarebbero state queste:
  1. Sfoderare il sarcasmo delle migliori occasioni e svuotare il caricatore con una mitragliata di critiche su tutti quanti, me stesso compreso.
  2. Raccogliere la sfida e trovare tutto quello che di bello il film mi ha offerto, pur scrivendo ben chiaro che il film ha fallito.
La capite la faccenda? Era un altro "Boh... non so... non saprei..." Ma adesso ho capito.

Erano gli anni '80, di certo, e io scrivevo a malapena il mio nome. Non ricordo l'emittente, ma credo che settimanalmente dessero in televisione dei film prodotti dalla Disney per il mercato Home Video. In questi film i protagonisti erano invariabilmente bambini e la struttura della trama era quella classica: Presentazione della situazione, conflitto e presentazione del "cattivo", sviluppo del conflitto, vittoria sul cattivo, grasse risate.

È questa la chiave, ed è per questo che il film ha un che di "già visto", proprio perché la stessa trama l'avrò goduta centinaia di volte seduto nella piazza sinistra del divano (il mio posto storico) davanti alla tivù. Per questo non riesco a cassare il film anche se lo meriterebbe.

Sentite, facciamo così: non gli metto nemmeno il voto (per la gioia dell'editor), ma voi non andate a vederlo, recuperatevi magari un vecchio film Disney, un nipotino piccolo e passate un pomeriggio a farvi due risate e a godervi dei bei ricordi. Affare fatto?

Davide Mazzocchi

Il terzo Hangover fa sempre ridere

C’è sempre un dubbio che attanaglia lo scrupoloso recensore di un threequel, che è il sequel di un sequel, detto anche "triquel" o "trequel": il film va valutato come opera a sé o nel contesto della serie? Chiedete un parere a un amico che ha appena visto un sequel, o un trequel, o un quaterquel (quest’ultimo, pronunciabile correttamente solo da Paperopolesi, è un neologismo mio e me ne scuso). Nel 90% dei casi non darà un parere sul film in sé, e nell’85% tutto ruoterà attorno all’assioma che il film, rispetto al primo della serie, è una ciofeca (o sinonimo più o meno volgare). Spesso il sequel è quello MOLTO deludente. Del trequel invece di si dirà che va beh, non è all’altezza del primo (che resterà inarrivabile), ma è sempre meglio di quella ciofeca del sequel. Dal quatertel in poi si resterà nel limbo del non classificabile, della roba per fanatici di genere.

Per fortuna Una notte da leoni non è una saga fantasy, non è una serie di fantascienza, né di thriller, né di noir, né di azione, né di storia. È commedia, roba leggera, senza ansia da prestazione estetica. Così posso limitarmi a dire che il trequel mi ha procurato delle grasse risate, come speravo, così come mi era capitato per il primo, così come per il sequel. Per le commedie è spesso così, vedi ad esempio la saga di "Amici miei" o di "Brancaleone da Norcia".

La novità, rispetto agli episodi precedenti, sta nell’intreccio, non più incentrato sull’"hangover" post addio al celibato di un gruppo di amici come contesto di una spasmodica indagine a ritroso su cos’hanno combinato sotto l’effetto della "droga dello stupro". Stavolta Stu, Alan e Phil dovranno andare alla ricerca dello scombinato gangster cinese Chao, abbonato ai bagagliai delle auto guidate dai 3 e tra i personaggi più riusciti della serie. Non temete, comunque, quando meno ve l’aspettate l’hangover salterà fuori anche stavolta, e sarà da sganasciarsi. Così come non deluderà Alan, il vero eroe della serie, posseduto dal fanciullino stronzo (altro che Pascoli). Da un possibile ricovero in un rehab, tra dialoghi surreali e spassosi, il nostro arriverà ad incontrare la donna della sua vita. Immaginatene l’identikit.

Voto 7: Per chi apprezza il lato comico dei sensi di colpa post sbronza
Colin McKenzie

La Grande Bellezza è una perla rara


Considero Louis Ferdinand Céline il miglior scrittore del ‘900, ma come citazione iniziale per questo film avrei visto meglio un aforisma Wildiano sull’inutilità della vera arte. Perché "La grande Bellezza" più che un viaggio è una visita guidata da un brillante e attempato giornalista mondano di nome Jep Gambardella a un giardino zoo(antropo)logico allestito dal talentuoso architetto Paolo Sorrentino.
C’è la performer cialtrona e afasica che inconsapevolmente realizza l’ossimoro "bush comunista" (sul come, si rimanda alla visione); c’è la bimba prodigio che se opportunamente maltrattata può trasformarsi in una Jackson Pollock del 2000 e c’è pure il Pollock lanciatore di coltelli; c’è il fotografo facebookaro che espone le istantanee di se stesso dalla nascita al giorno presente. Tutto un bestiario che Gambardella racconta e satireggia per lavoro. Per diletto, oltre a concedersi una casa con vista sul Colosseo (lo spirito dell’ex ministro Scajola aleggia e alla fine si manifesta), la visione riservatissima e ad libitum di capolavori del passato come la Fornarina o semplicemente un’alba meravigliosa, può frequentare quella che una volta si sarebbe chiamata "la bella società", che del medesimo zoo è un ulteriore padiglione che ospita ricche milf milanesi tanto accessibili quanto noiose, madri apprensive di figli schizzati, poeti silenziosi e ossessivamente innamorati di direttrici nane di giornali scandalistici, nobili a noleggio per serate come fossero ex concorrenti di reality, potenti cardinali con la logorrea culinaria, pubbliciste politicamente impegnate dall'enorme ego (meravigliosamente demolito da Jep in una delle scene più memorabili), patetici artisti wannabe di provincia, spogliarelliste attempate e veraci, ex star televisive cocainomani, un padiglione pettegolo, festaiolo e consapevole della propria pochezza spirituale.

Solo la vera bellezza, rara e sommersa sotto il cumulo di vacuità di cui è fatta gran parte della vita, può salvarci. La guida lo trasmette in vari modi ai visitatori dello zoo seduti davanti allo schermo, come nella sequenza della lezione di comportamento ai funerali, lui lo sa da sempre, glielo ribadisce a modo suo una Santa centenaria che si nutre di sole radici. Lo sanno pure le giraffe e i fenicotteri. Lo seppe Jep diciottenne fissando il suo primo amore, al mare. Ogni sequenza, dalla più banale a quella più virtuosistica, trasuda di aspirazione alla bellezza.
Giunto a 65 anni, lo scrittore declassato a giornalista di costume realizza che non ha più tempo da perdere in cose che non gli va di fare. Prendetelo come un consiglio senza età e senza tempo: se non vi piacciono i film in cui l’estetica surclassa l’azione, meglio non andare a vederlo. In caso contrario, non perdetevelo. 

Voto 9. Il grande Cinema si può e si deve fare anche in Italia.
Colin McKenzie

Il Grande Gatsby


Tutto comincia con la notizia, ormai più di un anno fa: "Lo sai che fanno il grande Gatsby al cinema?" Lì per lì la cosa non mi ha sconvolto, sono andato a vedere il cast e ho deciso che questo film avrebbe avuto delle serie possibilità di piacermi. Poi è arrivato il trailer. È stato quello a sconvolgermi. Non tanto la zebra nella piscina, quella fa parte dell'esagerazione, mi hanno sconvolto la luce verde ammiccante, di là dalla baia e soprattutto il manifesto dell'uomo con gli occhiali.

Riuscite a capire la grandezza del gesto? Quella è stata una dichiarazione di intenti mica da ridere. Il regista stava parlando con me, con fare beffardo: "Guarda, ho preso uno dei tuoi libri preferiti e ci ho fatto un film. Guarda cosa ti metto nel trailer." Avrebbe potuto mettere di tutto, perché quindi mostrare quei due elementi? Per sfidarmi, ecco perché. Ho contato i giorni, le ore e gli attimi che mi separavano da Natale, prima data d'uscita del film, ma ecco che al posto di Gatsby mi tocca vedere un hobbit che vaneggia. Un duro colpo, lo ammetto, incassato con dignità e contegno. Mi sono limitato a imprecare per qualche ora e a piangere per pochi minuti. Trascorrono mesi senza senso quanto i film proposti in sala, ma finalmente arriva il giorno.

Di solito la evito, ma per questo film la prima visione mi sembra azzeccata. Mi accaparro un posto laterale in terza fila e mi gusto il film in diagonale. Il regista ammicca ancora e mi dà il benvenuto con queste parole:
Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu".
Non c'è bisogno di altro: ho capito. Questo, semplicemente non è un film e non va guardato come tale, questo è un tributo. Se non avete letto il libro guarderete il film senza poterlo realmente assaporare, perché il film da solo non vuol dire assolutamente nulla. Serve aver amato le parole di Fitzgerald che descrive la purezza di un sogno e la tragedia della sua distruzione. Senza queste parole, le immagini non servono a nulla e il regista questo lo sa. Infatti si mette da parte e si inginocchia come se fosse al cospetto di un dio. Tutto è perfetto proprio perché nulla è stato cambiato (ok, qualcosina, marginalmente). L'aver colto tutti i significati del libro è stato un gran colpo. A cui si aggiunge la sorpresa di vedere le terribili parole del finale danzare sullo schermo luminose e leggere. In quel momento, lo confesso, mi sono commosso.

Grazie Baz, davvero, per non aver fatto a pezzi questo libro.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Iron Man 3 e Zero Dark Thirty: l'America che non ti aspetti

La faccenda è sempre la stessa. È da una vita che va così e ve la spiego velocemente: c'è un cattivo che minaccia una grande nazione e fino a un certo punto riesce a creare un clima di terrore e ad averla vinta, ma la grande nazione gli sguinzaglia contro un supereroe volante o i servizi segreti e alla fine il cattivo deve farla finita. D'altronde comandare una rivoluzione con un proiettile in testa è anche abbastanza dura.

La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.

La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?

E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.

Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.

Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi

Anna Karenina - Una risposta


Un film che trae origine da un libro non può di certo restare esente dal confronto tra le due opere. Ecco forse perché, pur avendolo apprezzato molto, mi manca parte del tuo entusiasmo. Si potrebbe forse dire che il film sia un crescendo. Vediamo se mi spiego.

Il Bello
Un turbine di colori, movimenti ritmici e ripetitivi, vestiti e accessori ricchi di luce. Bellissimo? Eppure inizialmente quasi infastidisce l’eccesso delle mosse innaturali dei personaggi e il loro abbigliamento perfetto e perfettamente adatto all'ambiente in cui si trovano. Pare troppo per una storia che, nella sua versione originale, era invece intrisa di pacatezza.
Non è nemmeno facile abituarsi alla scelta del teatro nel film. Eppure ha molto senso, in quanto da un lato ne esaspera i valori estetici, e dall'altro ammorbidisce alcuni bruschi passaggi che in una tradizionale sceneggiatura cinematografica lascerebbero delle fastidiose lacune.

La Passione
Col procedere del film l’estetismo, che pareva fine a se stesso, si smorza, o forse ci si abitua, o forse se ne capisce il senso. Così ogni mossa, ogni abito, ogni gioiello, ogni espressione iniziano a trasmettere i sentimenti e la passione.
La passione di Anna e il suo tormento interiore; Dolly e il suo profondo dolore per tradimenti subiti dal marito che ama; Kitty e i tormenti di un’adolescente innamorata che culminano e si contrappongono ad una serenità ritrovata in qualcosa che, seppur semplice, non manca di passione; Levin e la sua chiara distinzione tra giusto e sbagliato; Oblonsky e la sua leggerezza e simpatia; Karenin e la sua infinita e insopportabile bontà cristiana; Vronsky e la sua totale incapacità di trasmettere alcun sentimento al lettore/spettatore; l’amore fraterno, la dedizione verso i figli.
Tutto è rispettato e perfettamente trasmesso dagli attori, nelle loro movenze e nei loro sguardi, che tuttavia non possono avere la stessa profondità di una descrizione letteraria.

Anna
Anna è la vera protagonista di questo film (forse più che nell’opera di Tolstoj). Di lei mi sono mancate solo le morbide forme e le piccole manine.

Aliena B.

Anna Karenina

Sai, una cosa che mi piacerebbe tantissimo è essere intervistato appena fuori dalla sala. Perché è in quell'esatto momento che le emozioni non hanno ancora ceduto il passo alla razionalità e proprio allora sono anche dotato di un sarcasmo pungente: lo stato migliore per scrivere. Non dovrei mai tornare a casa subito dopo la visione, dovrei sedermi da qualche parte a buttare giù la recensione punto e stop. Ma visto che questo lusso non me lo concede mai nessuno, mi intervisto da solo.
"Piaciuto?"
"Capolavoro. Davvero, capolavoro! Non sto scherzando, non sono ironico, domani torno a vederlo, promesso, se ho la serata libera, torno qui e lo riguardo." Fingete che sia appena uscito dal cinema.
"Lo rivedresti ancora?"
"Sì, sì, assolutamente, ma tu l'hai visto? Ma hai idea di com'è fatto?"
"L'ho visto anche io, un buon film, ma non mi aspettavo questo entusiasmo. Come mai?"
"Ma perché sì, perché è fantastico, costruito alla perfezione, no dico, hai presente la scena del ballo? È la scena più bella di tutto il film, perfetta, sopra ogni cosa. Perché di balli ne abbiamo visti molti, ma questo è straordinario. Loro due che volano, le note del valzer che saturano l'aria e poi la luce, loro due da soli e gli altri immobili e il teatro. Sai cosa ti dico? Che finalmente l'ho capita."
"Cos'hai capito?"
"La danza, ma mi stai ascoltando? La danza, il turbine, la bellezza, l'amore, i simboli. Il film è tutto costruito su questo canone. Prova a dire che è puramente estetico, ma prima telefona al dentista perché avrai bisogno di due denti nuovi."
"Perché, non lo è?"
"Lo è, anzi no, non è puramente estetico, è perfettamente simbolico. Anche la faccenda del teatro, il dramma, la commedia, la farsa, la tragedia di una vita vanno in scena sul palco mentre i segreti stanno dietro le quinte. Le hai notate le riprese dietro le quinte no? Se così non fosse, domani lo riguardiamo insieme e ti insegno come si fa ad andare al cinema."
"Ma io vado al cinema da quando sono piccolo."
"Si vede che ci vai con l'auto e non con il cuore. E poi lei, hai visto come sorride? No, dico, l'hai vista? Lei è divina e credo di essermi innamorato del suo sorriso. Di lei, del suo demone, dei suoi abiti, della sua morte. La perfetta falena."
"E lui?"
"Un cialtrone che non sfugge alla descrizione iniziale. Bravo anche il marito, bravi tutti, ma soprattutto chi ha scritto la sceneggiatura. Un genio."
"Addirittura?"
"Sì, perché è riuscito a fare un musical senza far cantare nessuno. Un genio, come ti dicevo. Ma senti, grazie per l'intervista. E per la compagnia, ma adesso devo proprio scappare, ho un sacco di idee e devo scrivere una recensione. Alla prossima."
"Aspetta, un'ultima cosa. Dimmi una frase del film che ti ha colpito."
"Ed era amore? È sempre amore."

Mi volto alla ricerca della macchina e scappo a casa, lasciando che i pensieri si trasformino in sogni e viceversa.

Davide Mazzocchi
Voto: 9

Cloud Atlas

Dopo aver visto Cloud Atlas ci sono due cose da fare per mettere a tacere il tarlo della curiosità:
  1. Riguardare il film
  2. Andarsi a leggere il libro
Perché in definitiva il film in qualche modo fallisce (o raccoglie un successo estremamente valido) lasciando lo spettatore con una montagna di domande. La scenetta è stata più o meno questa: sei persone (tra cui io, scosso) piantate davanti all'uscita del cinema che cercano di stirare le pieghe della trama e capire come si indossa il vestito cucito dai Wachowski.

Il mio primo sospetto lo metto nella traduzione dalla carta alla pellicola. Però state a sentire cosa dice l'autore del libro in questo articolo.

Adaptation is a form of translation, and all acts of translation have to deal with untranslatable spots. Sometimes late at night I'll get an email from a translator asking for permission to change a pun in one of my novels or to substitute an idiomatic phrase with something plainer. My response is usually the same: You are the one with knowledge of the "into" language, so do what works. When asked whether I mind the changes made during the adaptation of "Cloud Atlas," my response is similar: The filmmakers speak fluent film language, and they've done what works.

Per chi non sapesse l'inglese, in sintesi: lascio la traduzione a chi conosce meglio il linguaggio di destinazione, perché sa cosa sta facendo. Fiducia al traduttore da parte dell'autore.

Nonostante il parere informato del mio omonimo scrittore, la penso in modo diverso. La narrazione parallela che propongono i creatori di Matrix non funziona del tutto. I due punti chiave che non vanno sono nella costruzione della tensione e soprattutto nel finale (nei finali). La mia aspettativa, lo confesso, era di vederli tutti collegati in modo forte, fortissimo, con un colpo di scena da maestro. Invece mi sono guardato sei storie spezzettate che hanno in comune cose piccole come bottoni, pagine e poco altro.

L'idea, il messaggio, ciò che fai adesso vivrà nel tempo e influenzerà i mondi futuri, è appena accennato, sottinteso, manca di collante e coesione. Un peccato, perché l'esperimento è ardito, audace. Fosse una partita di calcio questa sarebbe un'ottima azione finita sul palo sinistro.

Bisogna anche dire che il film fa ciò che avevo supplicato dopo la visione di Prometheus: dà vigore dalla buona vecchia fantascienza.

Voto: 7 per l'intento e per le proporzioni della sfida.
Davide Mazzocchi