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Pacific rim e l’imprinting nagaiano

I tempi erano più che maturi affinché la cosmogonia del mecha approdasse al cinema non in anime ma con attori in carne ed ossa. D’altronde il top della tecnologia effettistica digitale è americano e in America i cartoni di Go Nagai non hanno fatto l’imprinting a generazioni di ragazzini come in Italia. Forse nemmeno l’autore Guillermo del Toro si è reso conto dell’importanza dell’operazione, per lui e per molti commentatori di questi giorni Pacific Rim è solo un nuovo episodio del genere kaiju, ormai da tempo (vedi Godzilla anni ‘90) rivitalizzato da Hollywood. Ma per gli attempati ex (molto ex) bambini italiani anni ‘70/‘80 un film così è un evento epocale: Raleigh e Maku che scendono nella testa di Gipsy Danger sono Actarus che si cala in Goldrake; il gomito-pugno aiutato dal reattore è discendente diretto del “maglio perforante”; la spada che esce dal braccio del jeager è la stessa che il Grande Mazinger si estraeva dalla gamba; il raggio sparato dal petto, beh... “attacco solare, energia!”; e quando un kaiju (ciascuno dotato di nome che nello specifico ora non ricordo, come da insegnamento nagaiano) ha la metamorfosi da anfibio a enorme pterodattilo, si intravede la strada da percorrere per i sequel, con i jeager che come per i mecha di Nagai potrebbero (devono!) evolvere tramite nuovi “giocattoli”, tipo le ali che Mazinga Z non aveva e il suo “upgrade” Grande Mazinger sì. A proposito: qualsiasi etimologia vi trovi Google, jaeger deriva da jeeg, non scherziamo!

Colin McKenzie
Voto 7,5: countdown già partito per dei sequel come si deve.

Il terzo Hangover fa sempre ridere

C’è sempre un dubbio che attanaglia lo scrupoloso recensore di un threequel, che è il sequel di un sequel, detto anche "triquel" o "trequel": il film va valutato come opera a sé o nel contesto della serie? Chiedete un parere a un amico che ha appena visto un sequel, o un trequel, o un quaterquel (quest’ultimo, pronunciabile correttamente solo da Paperopolesi, è un neologismo mio e me ne scuso). Nel 90% dei casi non darà un parere sul film in sé, e nell’85% tutto ruoterà attorno all’assioma che il film, rispetto al primo della serie, è una ciofeca (o sinonimo più o meno volgare). Spesso il sequel è quello MOLTO deludente. Del trequel invece di si dirà che va beh, non è all’altezza del primo (che resterà inarrivabile), ma è sempre meglio di quella ciofeca del sequel. Dal quatertel in poi si resterà nel limbo del non classificabile, della roba per fanatici di genere.

Per fortuna Una notte da leoni non è una saga fantasy, non è una serie di fantascienza, né di thriller, né di noir, né di azione, né di storia. È commedia, roba leggera, senza ansia da prestazione estetica. Così posso limitarmi a dire che il trequel mi ha procurato delle grasse risate, come speravo, così come mi era capitato per il primo, così come per il sequel. Per le commedie è spesso così, vedi ad esempio la saga di "Amici miei" o di "Brancaleone da Norcia".

La novità, rispetto agli episodi precedenti, sta nell’intreccio, non più incentrato sull’"hangover" post addio al celibato di un gruppo di amici come contesto di una spasmodica indagine a ritroso su cos’hanno combinato sotto l’effetto della "droga dello stupro". Stavolta Stu, Alan e Phil dovranno andare alla ricerca dello scombinato gangster cinese Chao, abbonato ai bagagliai delle auto guidate dai 3 e tra i personaggi più riusciti della serie. Non temete, comunque, quando meno ve l’aspettate l’hangover salterà fuori anche stavolta, e sarà da sganasciarsi. Così come non deluderà Alan, il vero eroe della serie, posseduto dal fanciullino stronzo (altro che Pascoli). Da un possibile ricovero in un rehab, tra dialoghi surreali e spassosi, il nostro arriverà ad incontrare la donna della sua vita. Immaginatene l’identikit.

Voto 7: Per chi apprezza il lato comico dei sensi di colpa post sbronza
Colin McKenzie

La Grande Bellezza è una perla rara


Considero Louis Ferdinand Céline il miglior scrittore del ‘900, ma come citazione iniziale per questo film avrei visto meglio un aforisma Wildiano sull’inutilità della vera arte. Perché "La grande Bellezza" più che un viaggio è una visita guidata da un brillante e attempato giornalista mondano di nome Jep Gambardella a un giardino zoo(antropo)logico allestito dal talentuoso architetto Paolo Sorrentino.
C’è la performer cialtrona e afasica che inconsapevolmente realizza l’ossimoro "bush comunista" (sul come, si rimanda alla visione); c’è la bimba prodigio che se opportunamente maltrattata può trasformarsi in una Jackson Pollock del 2000 e c’è pure il Pollock lanciatore di coltelli; c’è il fotografo facebookaro che espone le istantanee di se stesso dalla nascita al giorno presente. Tutto un bestiario che Gambardella racconta e satireggia per lavoro. Per diletto, oltre a concedersi una casa con vista sul Colosseo (lo spirito dell’ex ministro Scajola aleggia e alla fine si manifesta), la visione riservatissima e ad libitum di capolavori del passato come la Fornarina o semplicemente un’alba meravigliosa, può frequentare quella che una volta si sarebbe chiamata "la bella società", che del medesimo zoo è un ulteriore padiglione che ospita ricche milf milanesi tanto accessibili quanto noiose, madri apprensive di figli schizzati, poeti silenziosi e ossessivamente innamorati di direttrici nane di giornali scandalistici, nobili a noleggio per serate come fossero ex concorrenti di reality, potenti cardinali con la logorrea culinaria, pubbliciste politicamente impegnate dall'enorme ego (meravigliosamente demolito da Jep in una delle scene più memorabili), patetici artisti wannabe di provincia, spogliarelliste attempate e veraci, ex star televisive cocainomani, un padiglione pettegolo, festaiolo e consapevole della propria pochezza spirituale.

Solo la vera bellezza, rara e sommersa sotto il cumulo di vacuità di cui è fatta gran parte della vita, può salvarci. La guida lo trasmette in vari modi ai visitatori dello zoo seduti davanti allo schermo, come nella sequenza della lezione di comportamento ai funerali, lui lo sa da sempre, glielo ribadisce a modo suo una Santa centenaria che si nutre di sole radici. Lo sanno pure le giraffe e i fenicotteri. Lo seppe Jep diciottenne fissando il suo primo amore, al mare. Ogni sequenza, dalla più banale a quella più virtuosistica, trasuda di aspirazione alla bellezza.
Giunto a 65 anni, lo scrittore declassato a giornalista di costume realizza che non ha più tempo da perdere in cose che non gli va di fare. Prendetelo come un consiglio senza età e senza tempo: se non vi piacciono i film in cui l’estetica surclassa l’azione, meglio non andare a vederlo. In caso contrario, non perdetevelo. 

Voto 9. Il grande Cinema si può e si deve fare anche in Italia.
Colin McKenzie

Pietà, ovvero Cheonggyechon Style


Mentre il mondo balla al ritmo di Psy che celebra e sfotte il lussureggiante e cafone quartiere di Gangnam a Seoul, a Venezia si premia Kim Ki Duk e il suo Cheonggyechon Style che della hit di Psy costituitsce il terribile, cupo e monocorde controcanto. Ma alla fine, il sempre quello: i soldi e la denuncia dell’effetto che fanno. 
Il quartiere di Cheonggyechon è un agglomerato di officine sgarrupate che sta per essere raso al suolo, probabilmente il suo futuro è Gangnam style. Ci lavorano dei piccoli, spesso pavidi e ridicoli, artigiani, un polo della meccanica che la crisi e anche una certa incoscienza spinge nelle mani degli strozzini. L’esattore è il protagonista, un “diavolo” spietato e privo di emozioni, che non concede proroghe e storpia e mutila le persone con la stessa indifferenza con la quale si affetta un’anguilla o si tira il collo a un pollo.
Se dovessi valutare questo film per come articola e intesse il tema della vendetta, mi limiterei a preferire l’Old Boy di Park. Ma non è la vendetta il tema principale, è il materialismo inteso come completa dissoluzione dello spirito nel corpo, o meglio nella carne, che sta sempre al centro della scena, straziata, affettata, scambiata per soldi, mangiata, grondante sangue o umori. Fuorviante vedervi la solita ideologizzata denuncia del capitalismo. Più corretta una nuova declinazione del nichilismo.

Voto 7: Il Kim Ki Duk anni 00 era meno disperato e lo preferivo
Colin McKenzie

Il Dittatore

Una sana raffica di risate politicamente scorrettissime, ma solo in apparenza. Per liberarsi da tic antirazzisti, femministi, sessual-libertari, e tutto il resto dell’armamentario ideologico incrostato dal conformismo dell’Occidente da esportazione. Ma anche per rendersi conto che il potere è il potere, a Est come a Ovest, e cioè una forma più o meno controllata di arbitrio di pochi su molti. E se non siete d’accordo, vi faccio giustiziare (calma, tanto le sentenze non le eseguono e vi faranno espatriare su un altro sito meno fico di questo).
Colin McKenzie
Voto: 7

Un'escalation di colpi bassi, una sventagliata di mitra su tutto e tutti: donne, Medioriente, Occidente, mondo dello spettacolo, lobby, Israele, Stati Uniti per arrivare a lei, alla più grande messinscena del mondo: la democrazia del più forte. Fastidioso, al punto in cui non puoi trattenerti dal ridere pur comprendendo le mostruosità che escono dalla bocca del dittatore. Satira, signori, satira! E ne sentivamo il bisogno. Comunque, ricordatevelo: la democrazia è un nano da giardino con le ascelle pelose.
Davide Mazzocchi
Voto: 7

 Se non ci fosse stato il bambino deficiente che rideva come un matto davanti a me, sarei stato io l'idiota a fare più casino, morendo dalle risate.
Paolo Delledonne
Voto: 8 sono anni che non rido così

Disturbato dal film Borat sono partito prevenuto per il Dittatore. Se pure troppo ostentato è riuscito a strapparmi delle risate. Formidabile e irresistibile Sacha Baron Cohen il vero film nel film.
Superflower
Voto: 6,5

Margin call, o del Titanic azionario


Thrill e angoscia sono i sentimenti che suscita questa storia di un naufragio, raccontata nel rispetto delle unità aristoteliche. La notte che ha cambiato la storia di questi ultimi anni, la notte in cui fallisce una banca d’investimenti newyorkese dando il via a una delle crisi finanziarie più drammatiche di sempre viene messa in scena da un cast di top players del calibro di Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto e altri ancora.

Film dai toni cupi, per meglio rendere la totale amoralità di un mondo nel quale conta solo accumulare denaro; nel quale dipendenti ventennali vengono licenziati in 5 minuti, tempo di svuotare l’ufficio e portar fuori gli scatoloni compreso; nel quale più guadagni più devi scialacquare; nel quale qualunque background culturale può funzionare, dall’ingegneria aerospaziale a quella civile; nel quale più si sale in gerarchia meno conta la competenza ("Me lo spieghi come fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", chiede il grande Capo Tuld al giovane analista Sullivan, mentre tutto il board osserva); nel quale un broker può ricevere un bonus di 1 milione e rotti di dollari se riesce a truffare un tot di clienti nell’arco di una cruciale, storica giornata, per poi sparire dalla circolazione.

Voto: 7. Geometrico.
Colin McKenzie

Marilyn, tragicamente attuale

Inserendosi nel nuovo filone cinestoriografico già lucidamente richiamato da Davide, molto in voga in questo periodo forse per nostalgica reazione alla mutazione in atto con l'avvento della computer-graphic, s'inserisce quest'opera che, nel raccontare la controversa e dolorosa umanità dell'icona cinematografica novecentesca per eccellenza, mette in scena un altro vecchio conflitto da fase di passaggio: quello della fotogenia istintiva e scatenaormoni che nello spettacolo cinematografico sopraffà inesorabilmente l'arte della recitazione teatrale. Le insegnanti di recitazione sono solo dei supporti psicologici (altro che metodo Stanislavskij), gli assistenti e i manager sono degli innamorati disperati, gli spettatori possono solo adorare il prodigio della bellezza. Ma la dea Marylin non può che divorare la povera Norma Jean, che a sua volta, non tanto per salvarsi quanto almeno per prolungare l'agonia, non può far altro che sbirciare le persone normali, invidiandole, e regalare loro un sogno di amore impossibile.

Colin McKenzie
Voto 6.5

Hunger

Hunger arriva nelle sale italiane fuori tempo massimo, per la vergogna di chi non ha il coraggio di mostrare lungometraggi di questo genere, riservando loro un timido passaggio al cineforum in prima serata. Ci strappiamo i capelli per quello che Diaz rappresenta (e ha rappresentato) per l'Italia. Ma stiamo cercando di difendere un film (Diaz) che non ha il carattere, nè la bellezza tragica di Hunger, che sbiadisce al suo confronto. Non esiste un paragone. Non esiste e questo deve essere chiaro per tutti.

Steve McQueen, sbeffeggiato dalla critica per il nome strambo di attore d'altri tempi, ha ribadito il concetto con Shame, mostrandoci l'animo umano e l'animo della società che l'ha forgiato. Ci è piaciuto, diciamo pure che abbiamo amato Shame, ma Hunger... beh, quello è tutta un'altra storia. "Vaffanculo!", una cosa a cui il cinema ci ha abituato. Peccato che la frase precedente sia "E cosa dirai a tuo figlio?" È questo Hunger: è il mostrare il limite dell'idealismo di una persona, di un gruppo di persone. Idealismo che porterà alla tragica e inevitabile conclusione. Hunger ci mostra il lato sporco di quel Regno Unito che ha un curriculum di merda lungo centinaia di anni, della signora Tatcher, idolatrata in The Iron Lady, delle carceri, dei secondini che picchiano.

Hunger è anche il confronto tra l'indifferente quotidianità di chi è schiavo di un sistema (il tizio che spazzola il corridoio, indifferente), la merda umana insomma (cit. Alberto A.) e l'idealista, Bobby, che si lascia morire per far sentire la sua voce nel silenzio della sua agonia. Hunger è sofferenza, tanta sofferenza, quella delle botte, della fame, dell'umiliazione. Hunger è la vita di tutti i giorni, raccontata con le piccole cose, la colazione, i fiori alla madre in ospizio, il controllare che la macchina non sia stata resa esplosiva dall'IRA. Hunger è teatro: tre atti in cui le parole e le immagini danzano una coreografia perfetta. Il dialogo centrale è una lezione di stile ed emozione. Due persone, un tavolo e qualche sigaretta e ti tiene lì incollato alla poltrona. Hunger è... perfetto.

Voto: 10
Davide Mazzocchi

Steve McQueen ha la straordinaria capacità di costruire personaggi vivissimi e di immediata identificazione tramite le piccole cose e i rituali della quotidianità. Ha inoltre un talento visionario e iperrealista, forse tra i pochi veri epigoni di Kubrik, che gli consente di creare inquadrature come fossero opere d'arte contemporanea.

Colin McKenzie

To Rome with love per lo spettacolo e le sue illusioni

Utilizzando Roma come sfondo da cartolina e maneggiando i più classici stereotipi sugli italiani, Woody Allen confeziona un gustoso intreccio di storie legate dal filo del perturbante mondo dello spettacolo che irrompe nella routine della gente con le sue vacue illusioni, la sconvolge fin quasi al punto di rottura, prima di tornare a una normalità che però non sarà più come prima.

Il becchino che viene lanciato nel mondo del melodramma; il grigio impiegato che senza ragione i media trasformano da un giorno all’altro in celebrità; lo studente di architettura che si lascia sedurre dall’attrice-migliore amica della fidanzata; la sposina provinciale a sua volta affascinata dal lumacone di Cinecittà (mentre il marito è alle prese con la escort più richiesta sulla piazza).

È sorprendente come Allen riesca a non essere banale, pur usando di Roma e dell’Italia i temi più banali: i monumenti universalmente celebrati e i luoghi comuni più abusati. Ma quando la finzione, come spettacolo e come illusione, è il cuore del racconto, tutto è lecito. Dei quattro episodi, i più riusciti sono quello del giovane architetto ghermito dalle spire dell’amica della fidanzata, seduttrice morbosa e seriale, anche per l’espediente del fantasma-super io Alec Baldwin che interagisce spassosamente con i protagonisti del ménage à trois; e soprattutto l’episodio che ha tra i protagonisti l’autore stesso, impresario un po’ svitato in pensione, arrivato a Roma per conoscere il futuro consuocero, titolare di un agenzia di pompe funebri (immaginate le freddure), e dotato di una strepitosa voce da tenore con un piccolo limite: funziona solo sotto la doccia. Letteralmente irresistibile la scena in cui, tra un’insaponata alle ascelle e una spazzolata alla schiena, nei (non) panni di Canio uccide Nedda e Silvio cantando “Ridi pagliaccio” davanti a un pubblico comunque travolto dall’emozione.

Voto 8: Sto ancora singhiozzando per la scena dei Pagliacci con box doccia semovente.
Colin McKenzie

Romanzo di una Strage

Difficile raccontare "l'11 settembre italiano" senza scontentare i protagonisti, o gli eredi dei protagonisti, della stagione più tragica e irrisolvibile dell’Italia repubblicana. E così è accaduto (vedi pamphlet di Adriano Sofri, vedi puntualizzazioni di Calabresi figlio, vedi articolo di Corrado Stajano).

Purtroppo la verità, quella completa, quella con tutti i dettagli al loro posto, non la sa nessuno. O chi la sa tace ancora, anche perché molti ormai riposano in eterno. Bene ha fatto Giordana a mettere nel titolo la parola "romanzo", non tanto per omaggiare PPP e quell’ispiratissimo scritto corsaro che iniziava con "io so", quanto per inquadrare il film nell’unica dimensione possibile, e cioè quella della fiction, mettendo in secondo piano il "docu". In questo senso, Romanzo di una strage è un film riuscito, perché puntellando i fatti dove documenti e testimonianze riscontrate lo consentono, si è dedicato alla costruzione di tre splendidi personaggi tragici, aiutato dall’ottima prova mimetica fornita da Mastrandrea (Calabresi), Gifuni (Moro) e da un emozionante Favino (Pinelli).

La verità storico-politica resta sullo sfondo della Guerra Fredda e delle sue sporche, sporchissime trame spionistiche, delle sue intromissioni sanguinarie nelle sovranità nazionali, dove la democrazia è tale solo se il popolo non osa dare l’impressione di voler compiere determinate scelte. In primo piano, le persone, fragili, sacrificabili in nome della ragion di stato, insieme alle verità che si portano dentro. La loro vita quotidiana, gli affetti, il dialetto e le inflessioni recitate con precisione filologica. Qualcuno ha scritto che un film così non riuscirà ad interessare i già svogliati giovani a queste vicende, ormai consegnate alla nostra storia, ma al massimo i vecchi. In effetti, in sala c’era molta gente con rughe e capelli grigi, commossa. Ma come si fa a raccontare a un ragazzo che lo stato cosiddetto democratico di cui fa parte può permettersi impunemente di ostacolare le indagini su un'orribile strage di innocenti, coprire i colpevoli e far beffardamente pagare le spese processuali ai parenti delle vittime? Meglio un film Pixar in 3D, vah, prima che a qualcuno venga ancora voglia di andare per strada con chiavi inglesi e P38.

Voto 8: Almeno 3 personaggi di alto spessore tragico e grande partecipazione emotiva.
Colin McKenzie

The Artist


George Valentine è un artista perché sa mettere a frutto un talento che combina bella presenza e doti mimiche, sfornando per il pubblico della nascente arte cinematografica raffiche di polpettoni di avventura appassionanti e di enorme successo. Ma siamo negli anni ‘20 e l’arte cinematografica è una “nuova tecnologia” ancora in grande evoluzione, e quando le major fanno l’upgrade al cinema 2.0, aggiungendo l’audio al video, il talento fino a quel momento apprezzato e funzionale diventa improvvisamente ridicolo e desueto.

Il viale del tramonto di Valentine è dietro l’angolo e a differenza di Norma Desmond lui non ci mette molto a capire che è finita, basta un ultimo film, autoprodotto, che fa flop mentre nel teatro accanto la gente fa la coda per assistere all’ultima commedia della nuova star Peppy Miller, solo un paio d’anni prima misconosciuta (e innamorata) fan da lui cooptata fra le comparse. Ma nonostante l’ubriacante successo, Peppy non si dimentica di chi l’ha scoperta...

Per qualche misteriosa congiunzione astrale il 2011 è stato l’anno della celebrazione del cinema delle origini, e Hollywood ha gradito tramite gli Oscar. Dopo Hugo Cabret col suo Méliés dimenticato, arriva questo omaggio all’essenza del cinema, e cioè l’immagine che si fa racconto, imponendo allo spettatore ultrascafato del XXI secolo una specie di rieducazione. La scena iniziale è una specie di camera di decompressione in cui i sensi si riabituano al linguaggio delle origini, dove muti sono sia il film che il pubblico che vi assiste. In più di un passaggio il disagio di Valentine per la nuova tecnologia viene felicemente reso rappresentandolo come una specie di disabile della parola, fino al clou dell’inverosimile incubo in cui si accorge con orrore di udire dei suoni, come fossero presenze disumane.

In questo senso il vero “artist” è Hazanavicius, per la sua capacità di ricreare atmosfere chapliniane, come in un falso d’autore. Quel Chaplin che subì con sospetto l’avvento del sonoro e che in Luci della Città riuscì allo stesso tempo a snobbare la possibilità di introdurre il dialogo e ad usare i suoni per aggiungere valore al suo capolavoro. Continuando a mietere successi.

Voto: 8, Rieducativo.
Colin McKenzie

Un delicato balletto a cavallo di una voragine tecnologica, raccontato con grande stile.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Shame: l’apatia dell’uomo qualunque, senza vergogna

Preceduto da dibattiti chic e un morboso interesse quale, mutatis mutandis, quello che dovette aver accompagnato Ultimo Tango a Parigi nei primi anni ‘70, rischiando di condizionarti nella tua facoltà di dare giudizi fondati (e quando al tuo abituale Cineforum ti ritrovi per la prima volta dopo tanto tempo nelle file basse, notando un interessante incremento del tasso di presenze femminili, capisci che qualcosa deve essere accaduto), arriva finalmente nelle sale Shame di Steve McQueen (no, non quello di Vasco. Questo è nero). E c’è da dire che hanno ragione le donne (pare che il dibattito fosse di tipo sessista): il film è bello, appassiona, smuove sentimenti, tanto più forti quanto più, paradossalmente, il protagonista si rivela allo spettatore nella sua totale anaffettività.

Questo film non è un fenomeno modaiolo, è un'opera profonda, pur nella sua semplicità (vedi: estrema sensibilità artistica) tecnica. Mette in scena un disagio che ha a che fare con nevrosi attualissime, ci mostra una Manhattan tanto cupa quanto genuina e realistica, una città come nessun film ha mai avuto la lucidità di raccontare: si può dire che era molto tempo che la Grande Mela non veniva trattata come uno “studio” holliwoodiano distaccato sull’East Coast, come si fa di solito, ma come una città vera. McQueen la reinventa e la rende realmente universale.

“Universale”, pur nelle esperienze “estreme” che vive (forse ma forse meno “estreme” di quel che l’uomo comune ha il coraggio di raccontare pubblicamente), è anche Brandon, il protagonista, apparentemente “malato di sesso”, in realtà incapace, o non interessato, a relazionarsi con l’altro. Vive passivamente il lavoro e il rapporto coi colleghi, e nel tempo libero si lascia guidare, più che dagli istinti, dalle molteplici possibilità che il mondo gli offre per soddisfarli: youporn, prostitute, donne attratte dalla sua avvenenza per una sveltina, non cambia molto. Non conta il suo background (s’intuisce difficile, ma non necessariamente drammatico), non i problemi della sorella, lui è apatico in sé, come l’attore di Somewhere, come l’ex musicista pop di This must be the place, come l’artificiere di The Hurt Locker A differenza di loro, Brandon non vive o ha vissuto esperienze “limite”, non è una “celebrità” o ex tale, è uno di noi. E noi spettatori, seguendolo nel suo aggirarsi tra metrò, ufficio, web, abbordaggi al bar con o senza colleghi, uscite a cena con aspiranti fidanzate, litigi con la sorella, ci specchiamo in lui più di quel che, uscendo dalla sala, siamo disposti ad ammettere.

Voto: 9
Colin McKenzie

Hugo Cabret: Scorsese fa il Méliès del 3D


Se i fratelli Lumière furono fin da subito unanimemente riconosciuti come gli inventori del cinematografo in quanto macchina (complice un provvido brevetto), non è mai stato sufficientemente celebrato colui che inventò il cinema come arte, realizzandone per primo le potenzialità narrative. George Méliès era presente, il 28 dicembre 1895, alla prima dimostrazione dei Lumière, e da illusionista di successo qual era, ne capì subito le potenzialità espressive, iniziando una frenetica attività ventennale che lo rese il più popolare cineasta degli inizi. Strategie commerciali ingenue e Grande Guerra, oltre che uno stile ancora rozzo (le scene dei suoi film erano quadri statici giustapposti; il montaggio serviva solo a far “sparire magicamente” gli attori), ne decretarono il fallimento e l’oblio.

Non appare un caso, dunque, che Martin Scorsese abbia deciso di sperimentare il 3D proprio con un film meta-cinematografico su questo controverso precursore. Da Avatar in poi si è riaperto il dibattito su cosa il 3D possa aggiungere alla settima arte, se sia solo un orpello fine a se stesso o se possa aprire orizzonti artistici finora mai pienamente esplorati. Ma il 3D di Hugo Cabret non offre molti momenti estetici realmente significativi: il disegno che, tra i molti svolazzanti nella stanza, si schiaffa sotto gli occhi dello spettatore; Méliès che nella scena finale, da provetto mago, incombe dal palcoscenico direttamente sugli spettatori. Ma resta l’impressione che il 3D IMAX sia ancora nella sua fase “Méliès”, fatta di trucchi ottici fini a se stessi, e che sia ancora da venire l’avvento dei Griffith, degli Eisenstein della situazione; in poche parole, dei fondatori di una grammatica potente e funzionale, in grado di esaltarlo. Ammesso che arrivino.

Altro curioso paradosso: per celebrare un autore giocoso e amorale come fu Méliès si mette in scena un intreccio di classica scuola pedadogica anglosassone, dickensiana. L’orfanello nascosto alla stazione parigina (non poteva che vivere tra treni in arrivo il protagonista di un film sul cinema delle origini), precocemente costretto a mettere a frutto il suo talento da orafo, oltre che a guardarsi dall’accalappia-ragazzini destinati all’orfanotrofio, è un pretesto narrativo che riesce a creare il pathos che serve a generare nello spettatore il desiderio di conoscere la storia del cinema senza cadere preda di noiosi cinefili.
Resta comunque un lieve retrogusto di “freddezza”, di “innaturalezza”, che forse ha a che fare con la morale del film, più volte ribadita dai protagonisti: il mondo è una grande macchina, come il cinema. Come l’uomo. In questo senso, però, la scena dell’incubo di Hugo che scopre, togliendosi i vestiti, di essere diventato un automa come quello di Papà Georges, è probabilmente, se non quella più spettacolare, la più potente, emblematica e attuale del film. E funziona benissimo anche senza 3D. 

Voto: 7
Colin McKenzie

Missione di pace

Avete mai sognato di comporre una squadra di governo post-rivoluzionario per l’Italia, sottoponendola all’approvazione di un Ernesto “Che” Guevara sonnecchioso e distratto, intento a guardare “Il pranzo è servito” di Corrado in TV? E all’Ikea? Dico: avreste mai pensato di poter isolare col Che l’essenza del comunismo passeggiando pigramente per l’Ikea, scoprendo infine che l’utopia Marxista è un ideale inattuabile grazie a una sedia per ufficio Torbiörn, che senza proprietà privata diventerebbe inutilizzabile, dato che nessuno potrebbe legittimamente sedervisi? Ma soprattutto, se siete maschi, che rapporto avete con vostro padre? Spero non competitivo come quello di Giacomo, il giovane protagonista di questa commedia, figlio pacifista di un capitano dell’esercito italiano, in missione nell’ex Jugoslavia alla ricerca di un criminale di guerra, feroce quanto può essere feroce uno che passa il tempo nei boschi a divorare il cuore degli orsi. Ovviamente, il caso vorrà che Giacomo finirà proprio nel bel mezzo delle operazioni militari, per rompere le uova del paniere paterno.
“Missione di pace” è una commedia grottesca esile esile, che gioca col luogo comune del militare italiano inaffidabile e casinista di salvatoresiana memoria, per ricordarci che nel XXI secolo l’ideologia è modernariato pop, che la guerra non può finire mai soprattutto perché si combatte in famiglia e che l’unico nemico degno di questo nome è se stessi.

Voto: 6,5 lampi di farsesca follia
Colin McKenzie


La talpa

La seconda guerra mondiale ha sancito il passaggio di testimone, nelle gerarchie mondiali, tra l'Impero Britannico e gli Stati Uniti d’America. Nella Guerra Fredda, il Regno Unito è stato un buon alleato dei cugini americani, abituandosi, suo malgrado, a supportare le schermaglie con l’Unione Sovietica in posizione subordinata. Così anche sul fronte spionistico, dove il "Circus", o MI6, arranca nel tentativo di conquistarsi un ruolo di primo piano. Cinematograficamente c'è la versione lussureggiante della storia incarnata dal fumettone James Bond, poi c'è l’altra faccia della medaglia, quella di questo sobrio e impeccabile film di Tomas Alfredson, che trae da un romanzo di Le Carrè ispirazione per una ricostruzione storica molto suggestiva, che s'inquadra in un filone che Hollywood ha proposto con "The good sheperd".

È una trama fondata sulla beffa, quella di "La Talpa". Altro che James Bond: il Circus inglese è in balia delle trame inesorabilli dei servizi sovietici guidati dal misterioso "Karla", che s'infiltrano ai vertici dell’organizzazione britannica e dedicano agli avversari grassse risate, proprio mentre vengono epurati il vecchio Direttore Control e l'altrettanto stagionato Smiley, interpretato da un solo apparentemente inespressivo Gary Oldman. Il ministero della difesa incaricherà proprio quest'ultimo di indagare, da finto pensionato, sui suoi ex colleghi, lui che Karla l’aveva conosciuto all'inizio delle rispettive carriere, misurandone intelligenza e fanatica applicazione alla causa, e rivelandogli inconsapevolmente il suo punto debole: l’amore per la moglie. Tema questo trattato con una delicatezza, e allo stesso tempo un'intensità, che arricchisce ulteriormente un'opera che funziona su tutti i piani: intellettuale, fotografico, storico, scenografico e attoriale.

Voto: 8 per la mente e per il cuore
Colin McKenzie

Regia: Tomas Alfredson
Script: Bridget O'Connor, Peter Straughan e John le Carré (romanzo)
Cast: Gary Oldman, Colin Firth e Tom Hardy

Trama: 1973, in piena guerra fredda, George Smiley, un ex agente dell'MI6 in pensione, viene incaricato di scovare una "talpa", una spia sovietica che si annida tra i più alti membri dei servizi segreti britannici, suoi ex colleghi. Sembra che il fantomatico capo del KGB, Karla, sia riuscito ad inserire in un posto di comando una talpa, chiamata Gerald. La talpa è riuscita a prendere il controllo dei servizi segreti dopo la morte di Controllo, l'ex capo ormai deceduto di Smiley.
Controllo stesso, poco prima di morire, aveva affidato a Jim Prideaux un'importante missione: mettersi in contatto con un militare ungherese per ottenere il nome della talpa. Ma la missione fallisce con il ferimento di Prideaux e la perdita dell'intera rete spionistica in Ungheria. Controllo perde quindi la faccia, va in pensione e poco dopo muore.
Smiley indaga segretamente e scopre che il Circus è in una posizione difficile. La talpa Gerald ha creato una serie di rapporti, chiamati Rapporti Strega, che altro non sono che mangime (falsi rapporti da scambiare con autentiche importanti informazioni).
Smiley riuscirà a scoprire l'identità della talpa al prezzo della perdita di un amico (e della scoperta che parte dei suoi problemi famigliari sono stati causati dalla talpa stessa).

J. Edgar: il potere di chi sa come raccontarsi


Se negli anni ‘80 l’ancora scalcagnata polizia italiana (no RIS di Parma a quei tempi) avesse adottato i metodi che l’FBI americano utilizzava già negli anni ‘30 probabilmente il mistero del Mostro di Firenze sarebbe stato risolto e ci sarebbe stata qualche vittima in meno. 
Il padre dell’indagine scientifica applicata da un organo di polizia su scala nazionale, oltre che uno degli uomini chiave del ‘900 americano, ci viene raccontato da Clint Eastwood come un omosessuale represso, succube della madre, razzista e ossessionato dal comunismo, ma soprattutto come un machiavellico e abile manipolatore di media e uomini di potere: i primi tramite una maniacale propaganda di se stesso, i secondi tramite dossier scottanti (assurti a vero e proprio mito anche grazie a una cospicua letteratura che va da De Lillo a Ellroy) da usare per restare incollato sulla poltrona che in effetti occupò per 50 anni, fino alla morte, nell’ufficio su Pennsylvania Avenue da dove ha assistito, da mammasantissima, alla cerimonia di insediamento di almeno una decina di Presidenti.

La cura ossessiva e falsificatoria con la quale si sarebbe dedicato alla propria immagine è anche il pretesto per la narrazione, che ruota attorno all’autobiografia che ormai anziano, ma ancora in pista, detta ai suoi giovani sottoposti. Ciò però consente a Eastwood di generare nello spettatore un distacco, quando non repulsione, dal protagonista, prospettiva non frequente nei film di genere biografico, e perciò spiazzante, dove si è abituati al meccanismo inverso dell’identificazione emotiva.
L’Hoover anziano, dal punto di vista dell’interpretazione, è anche una nuova occasione per Leonardo Di Caprio di dimostrare le sue grandi doti attoriali, o, per i suoi detrattori, per tentare di scrollarsi di dosso l’invero lontano cliché di idolo delle ragazzine. Nello specifico, è stato molto apprezzato il trucco dell’invecchiamento, che in realtà non sembra poi così innovativo, dato che ricorda molto (citazione voluta?) quello a cui venne sottoposto 70 anni fa il 25enne Orson Welles per consentirgli di mettere in scena Charles Foster Kane da vecchio.

Link consigliati: 

Voto: 7,5
Colin McKenzie
Regia: Clint Eastwood
Script: Dustin Lance Black
Cast: Leonardo Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts

Trama: Nel film si affrontano le fasi più importanti di come J. Edgar Hoover modifica radicalmente il metodo e i mezzi investigativi dell'FBI: la narrazione parte con l'ormai vecchio Edgar, che racconta il suo excursus lavorativo da semplice impiegato a direttore dell'FBI. Tutto l'intero film presenta continui flashback, che danno vita alla narrazione di Edgar. Vissuto in una famiglia in cui la madre è autoritaria e il padre è un uomo vecchio e malato, il giovane Hoover è descritto come un giovane il cui unico scopo della vita è fare carriera, mettendo tutto il resto in secondo piano (come si vedrà in seguito, è succube delle decisioni di una madre autoritaria e di un'educazione rigida e conservatrice). Il suo unico obiettivo è difendere la patria da qualsiasi tipo di attacco.


Faust o della Materia fine a se stessa

Per recensire il lungometraggio di Sokurov bisognerebbe ridurre il formato di questo post e contrarre il testo per il lungo, o forse raddoppiare la dimensione del font, in modo da far provare al lettore un effetto di compressione simile a quello dello spettatore di Faust, che guarda un film tagliato ai lati, in un originale formato 4:3 che sembra più un 4:4 o un 3:3. Un formato volutamente claustrofobico, soffocante, riempito dai corpi di personaggi che non trovano mai spazio; o svuotato di spazi (metafisici) dalla proliferazione dei corpi, anche deformati da riprese angolate e sbilenche.

Il corpo umano, nella sua trivialità, nel suo essere sostanzialmente e disperatamente materia, è il vero protagonista della narrazione, a partire dall'incipit nel quale osserviamo il dottor Faust con una mano dissezionare un cadavere che si svuota delle interiora e nel contempo con l'altra alimentarsi; e per il resto seguendo il protagonista aggirarsi, o meglio, trascinarsi, per la labirintica cittadina pre-moderna in cui vive, alla ricerca di spazi liberi fra i corpi ammassati dei suoi concittadini, sempre invadenti, in mezzo ai piedi, come a impedirgli di tirare le fila dei suoi pensieri, lui, filosofo letterato, alla ricerca del senso della vita, o almeno della speranza che una dimensione metafisica esista, che l'anima dell'uomo si manifesti. Trova invece sempre e solo materia: un diavolo usuraio, che gli si incolla alle calcagna (o Faust si incolla a lui?) e non lo molla più; trova signori che viaggiano in carrozze troppo larghe per i vicoli del paese; belle lavandaie che espongono voluttuose le loro grazie (e, tra loro, ovviamente Margherita); processioni e funerali stralunati; preti ingordi di denaro; soldati beoni e rissosi (e tra loro il fratello di Margherita, ucciso da Faust non per cattiveria ma, ancora, per mancanza di spazio); e Margherita che accende di colori caldi l'immaginazione amorosa dello studioso, col suo viso angelico, troppo presto rimpiazzato dall'immagine fredda del suo pube, esposto brutalmente come il pene del cadavere che costituiva la sequenza iniziale.

E finalmente Mefistofele si porta via Faust, con sé in un'oltretomba brullo, islandese, dove la materia però è terrena e viene esposta nella sua primordialità alla contemplazione eterna dell'incauto filosofo, che la usa per seppellire il suo incauto tentatore, prima di proseguire la sua marcia nel nulla dell'Universo lasciato a se stesso.

Voto: 7,5
Colin McKenzie

Basic Istinct


Regia: Paul Verhoeven
Script: Joe Eszterhas
Attori: Michael Douglas, Sharon Stone and George Dzundza

Trama: La rockstar Johnny Boz viene trovato morto nel suo letto, ucciso con un rompighiaccio. Il detective Nick Curran, che ha un passato di droga ed alcolismo ormai superato, si occupa del caso. I primi sospetti cadono su Catherine Tramell, una bella ed affascinante scrittrice che era stata vista diverse volte in compagnia di Johnny Boz. La psichiatra Beth Gardner, che è anche l'ex ragazza di Nick, scopre che il delitto di Johnny è identico ad uno descritto in uno dei romanzi della Tramell...



Kim Novak di Vertigo e soprattutto Grace Kelly di Caccia al Ladro fanno autocoscienza, si emancipano e vengono fatte reincarnare a forza in una fino ad allora sconosciuta attricetta ormai over 30, tal Sharon Stone, che grazie a un celeberrimo sgranchimento ginecologico diventa finalmente celebre. Il risultato è un film di scarsa qualità, ma di grande successo all'inizio dei postmoderni anni '90 (riempì molte altrimenti languenti conversazioni dell'anno 1992 col fatidico dubbio se la "cosa" fosse davvero visibile). Verhoeven non è De Palma e i ripetuti tentativi di rimando hitchcockiano sono goffi, ma a distanza di 20 anni, scanalando la sera e fermandosi su Iris Mediaset, si può rivederlo con sapida leggerezza solo per ammirare la capacità degli autori di cogliere lo spirito dei tempi che cambiano, vera chiave del film.

Dopo essere stato strapazzato e condotto al decesso da Mrs. Rose nell'omonima guerra, dopo aver subito il pericolosissimo stalking di Glenn Close in Fatal Attraction, il profeta di Wall Street, Gordon Gekko, viene pateticamente circuito da una scaltra e viziatissima milionaria (oltre che provetta psicopatica, ma è un dettaglio), che tra le altre cose nei ritagli di tempo pubblica best seller di giallistica. Ma la cosa peggiore, per quella che è e rimane una delle icone maschili degli anni '80, è il finale: invece di finirlo, la mantide religiosa bionda si fa commuovere dalla sua remissività nel rinunciare al proprio desiderio di paternità, sicché l'arma del (sacrosanto) delitto rimane sotto il letto.
Siamo certi che la mattina dopo il nostro Gekko ammosciato (un'immagine quanto mai attuale dati i disastri finanziari di questi tempi) l'avrà riposta lui in cucina, giustificando dentro di sé l'amata.

In breve: brutto, ma interessante per la storia del costume.

Voto: 5, di affetto per i tempi che furono.


Colin McKenzie