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Le 5 leggende

Coincidenza o no, la visione delle 5 Leggende è arrivata insieme al freddo polare: il clima ideale per chi ha voglia di coccolarsi con il tepore della sala e una bella sciarpa calda. Il film in sè è una bella termocoperta emotiva, ricamata con le note figure del folklore più o meno generale sotto la direzione di un Babbo Natale dal retrogusto russo. Dal trailer si intuisce una sorta di favolona natalizia e il film conferma l'idea.

Ma lo sapete qual è il vero problema? Che per parlare di questo film servono due persone con competenze assolutamente diverse. Una, che posso fare io, che sappia scrivere e l'altra, preferibilmente di 5 anni (e non di più) che sappia guardare e vedere al di là degli effetti speciali la vera natura del film. Per confondere ulteriormente le idee io vi tiro in ballo Neverland. Per riassumere, Barrie porta a teatro il suo Peter Pan e fa riservare dei posti, sparpagliati in platea, per dei bambini che interagiscono con gli attori. Il risultato netto è che tutti gli adulti riescono ad apprezzare la commedia assaporandola con gli occhi dei bambini. Le 5 Leggende va visto così: dovete andare al cinema con un nipotino, con vostro figlio, con il cuginetto, perché sarà la sua felicità a rendere diversa la vostra serata.

Poi ok, ci sono gli effetti, il 3D (che mi ha stupito davvero), la storiella, il cattivo, l'amicizia, il tradimento, tutto quello che volete, ma non tentate di giudicare un film del genere se pensate che un cucchiaio non possa  più trasformarsi un aereo.

Voto: Sarebbe una contraddizione metterne uno, non pensate?
Davide Mazzocchi

Di nuovo in gioco

È andata così: io volevo andare a vedere Cogan, ma poi l'influenza mi ha piegato in quattro. Alcuni giorni di reclusione e spremute d'arancia in un limbo fatto di ottimi libri e febbre alta. Così Cogan, unica proiezione al cineforum, se n'è andato, ma questa è un'altra storia. Appena ripreso decido per una serata fuori, tanto per ricordarmi che odore ha l'aria. La scelta è Alì ha gli occhi azzurri, italiano, con intenti precisi di analisi di certe situazioni sociali. Credo.

La serata l'abbiamo organizzata a metà: delle due abbiamo indovinato il titolo e sbagliato l'orario. Quando ci siamo presentati inn biglietteria, il film veleggiava verso il suo secondo quarto d'ora. Colpa nostra (mia, soprattutto) e del fidarsi della consuetudine. Con le scelte ridotte all'osso, abbiamo evitato il cineantipasto (preludio di una serie di cinepanettoni tricolori), è rimasto solo il film con il vecchio.

Tutti sanno che io Clint Eastwood non lo amo particolarmente, e parlo di entrambi i lati della cinepresa. Però questa volta non mi è dispiaciuto. Fa la parte del vecchio burbero con qualche acciacco e un po' più tenero del solito. Certo non una cosa originalissima, ma almeno piacevole. Il film parla del baseball, in qualche modo, del rapporto con la figlia, troppo letterale, con colpo di scena finale che in fondo non aggiunge molto al ruolo di genitore come personaggio.

Commediola agrodolce e prevedibile che però ha salvato una settimana partita male sotto ogni aspetto possibile e immaginabile. Decisivi i commenti dei vicini di poltrona.

Voto: 6
Davide Mazzocchi

Amour

L'unica vera, indiscutibile e devastante domanda che strangola lo spettatore una volta uscito dalla sala è: questo è amore? Mentre si tira in ballo la vita di una coppia attempata, la figlia con una relazione instabile, la musica che scorre dalle mani di un pianista emergente, la quotidianità del cucinare uova à la coque, la malattia e infine la morte. Mentre tutto questo danza sullo schermo, la domanda diventa sempre più pesante. Non importano la trama, la tecnica, la narrazione, ma sono la vita e la morte a prendere il posto dei protagonisti. E infine l'amore (se questo è amore).

C'è amore nei dialoghi che aprono il film (stupendi), così come nel monologo finale. Non nella sostanza, quanto nei toni. Però, nonostante sia stato testimone della storia di Georges e Anne, faccio fatica a digerirla. La cosa che sconvolge è la cronaca di una discesa verso la morte, la testardaggine del marito nel non "lasciare andare" l'amata, quando è chiaramente l'unica cosa da fare. Ma proprio per la mancanza di razionalità si deve dare tutta la colpa la cuore e non alla mente. Amore quindi. Ma amore per chi? Per se stessi? Per la vita? Per un'altra persona? Il regista non lo dice, però decreta qualcosa di intenso: l'amore può essere l'inizio, ma anche la fine di tutto.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Pietà, ovvero Cheonggyechon Style


Mentre il mondo balla al ritmo di Psy che celebra e sfotte il lussureggiante e cafone quartiere di Gangnam a Seoul, a Venezia si premia Kim Ki Duk e il suo Cheonggyechon Style che della hit di Psy costituitsce il terribile, cupo e monocorde controcanto. Ma alla fine, il sempre quello: i soldi e la denuncia dell’effetto che fanno. 
Il quartiere di Cheonggyechon è un agglomerato di officine sgarrupate che sta per essere raso al suolo, probabilmente il suo futuro è Gangnam style. Ci lavorano dei piccoli, spesso pavidi e ridicoli, artigiani, un polo della meccanica che la crisi e anche una certa incoscienza spinge nelle mani degli strozzini. L’esattore è il protagonista, un “diavolo” spietato e privo di emozioni, che non concede proroghe e storpia e mutila le persone con la stessa indifferenza con la quale si affetta un’anguilla o si tira il collo a un pollo.
Se dovessi valutare questo film per come articola e intesse il tema della vendetta, mi limiterei a preferire l’Old Boy di Park. Ma non è la vendetta il tema principale, è il materialismo inteso come completa dissoluzione dello spirito nel corpo, o meglio nella carne, che sta sempre al centro della scena, straziata, affettata, scambiata per soldi, mangiata, grondante sangue o umori. Fuorviante vedervi la solita ideologizzata denuncia del capitalismo. Più corretta una nuova declinazione del nichilismo.

Voto 7: Il Kim Ki Duk anni 00 era meno disperato e lo preferivo
Colin McKenzie

Candidato a Sorpresa

Attirati da un trailer piuttosto divertente siamo caduti nella tentazione di farci due sghignazzate con il Candidato a Sorpresa. Ed è più o meno tutto qui, due risate in leggerezza e null'altro.

Un film che non ha alcuna pretesa (o se ne ha, sono piuttosto modeste) se non quella di mostrare per l'ennesima volta il buon vecchio Zach Galifianakis nel solito ruolo dello strambo ingenuo e pasticcione. Il personaggio è talmente sperimentato che non ci si preoccupa più nemmeno di caratterizzarlo, tanto alla fine lui qualche risata la sa tirare fuori. L'altro, Will Farrell, è un buon "cattivo", insomma la coppia funziona.

Fa pensare però la tendenza: non è il primo film politicamente scorretto che esce in sala di recente e che in qualche modo critica pesantemente un sistema. Abbiamo visto il Dittatore qualche tempo fa e pare che questo Candidato sia una specie di copia: situazioni assurde e vigliaccate che portano a un discorso finale di critica. Guardandolo viene in mente anche Le idi di marzo, giusto per analogia di temi trattati, ma non si può nemmeno pensare un confronto.

Voto: 6 simpatico senza impegno, leggero. Mette a nudo qualche magagna per lo più nota a tutti.
Davide Mazzocchi

Prometheus

Ogni tanto la Fantascienza torna in sala e, dato l'evento, tutti accorriamo augurandoci di vedere qualcosa di nuovo. Perché in fondo è proprio questo, la fantascienza, è esplorazione, novità, stupore, voglia di andare oltre. Ci si illude sempre di essere scossi e bacchettati un po', si vuole guardare avanti, nel futuro, per capire il presente. Ma purtroppo troppe volte c'è la solita nave spaziale, con il suo equipaggio malmesso che fa una brutta fine.

La fantascienza di oggi sono i supereroi, sono i film spettacolari con gli effetti grossi, quelli che devi vedere nella sale giuste con l'audio a palla e Prometheus non fa differenza. È la solita fantascienza di oggi che non stupisce se non per l'incredibile realismo degli effetti speciali. Questo ultimo lavoro di Scott non è un brutto film, ha dentro elementi interessanti e dialoghi azzeccati, ma ci sono cose che proprio non si possono vedere, ingenuità che lo spettatore di oggi dovrebbe ormai aver assimilato. Secondo voi è concepibile che un gruppo di scienziati, arrivati da due ore su un pianeta sconosciuto, vada nella prima caverna a caso e cominci a togliersi il casco, a toccare ovunque (anche la bavetta che cola dai cilindri). No, non è concepibile che almeno il biologo non dica "Ragazzi, magari c'è qualche batterio stronzo nell'aria e siamo tutti all'obitorio eh."

C'è tutto, in questo Prometheus, il design moderno dei mezzi e delle strumentazioni (forse ormai standardizzato sulla tecnologia touch), c'è il pianeta, c'è l'alieno (anzi due), c'è anche qualche elemento interessante (l'androide David: non è che magari è un giochino al contrario con 2001 Odissea nello spazio?), c'è anche la voglia di proporre il problema della Creazione, e su questo devo dire che l'approccio è stato interessante. Ma questi buoni elementi non riescono a bilanciare a dovere alcune banalità e la prevedibilità generale della trama. La presenza degli Alien, tolto un colpo di scena che terrò per me, non porta niente: sappiamo tutti come va a finire se arriva l'Alien no?

Forse forse, la fantascienza di oggi dovrebbe andare a rileggersi molte pagine che sono state scritte nel passato e svecchiarsi, rinnovarsi, trovare nuove idee. L'astronave non è più un bel personaggio, vogliamo qualcosa di diverso. Perché non portano sullo schermo Treason? Perché la fantascienza non osa qualcosa di nuovo, non è forse il suo compito?

Voto: 6
Davide Mazzocchi

Il Ritorno del Cavaliere Oscuro

Chiariamo subito: questo nuovo Batman è un buon film, è meno bello del precedente, ma conclude degnamente una trilogia che ha più di un merito.

Voto: 8 e così non se ne parla più. Anzi qualcosa da dire c'è.

La Trilogia

Il solo fatto di aver pensato a una trilogia rende il respiro del racconto molto più ampio e crea un ottimo collante tra i tre film. Cosa che le precedenti incarnazioni, così episodiche, non hanno nemmeno tentato. I temi trattati, al di là dell'ovvia lotta tra bene e male, sono interessanti.

Uno su tutti: la convinzione che le persone, quegli esserini che popolano le strade di Gotham, siano buone e che meritino quindi una città migliore. La fiducia (quasi) incondizionata nell'animo della popolazione che porta avanti una vita tanto banale quanto unica e bellissima. Tema accennato nel primo film, dimostrato nel secondo e ribadito nel terzo. Quella popolazione che però ha bisogno di qualcosa in cui credere, un simbolo, che l'eroe incarna (e ha incarnato). Una discreta novità narrativa sul tema supereroistico (merito non indifferente).

Sviluppando il tema in tre film, Nolan, ha avuto la possibilità di imbastire un arco narrativo coerente. I temi del primo film sono sviluppati nuovamente nel terzo. Ed è un po' questa la vera sorpresa del "Ritorno". Senza rovinare nulla a nessuno: Bane, il cattivo di questo episodio, nasce sulle pagine del fumetto come nemico a sé stante, idea che viene scardinata riuscendo a dare più profondità a un personaggio su cui non avrei scommesso moltissimo. A proposito...

I Personaggi

In generale i personaggi di tutti i film sono sviluppati piuttosto bene sotto il punto di vista psicologico. Chiara la distinzione tra buoni e cattivi, ma con tante zone d'ombra.

Batman/Bruce Wayne. Ok lui è l'eroe, il cavaliere, il giustiziere, ma la cosa che mi piace di più di questo Batman è che è ossessionato dal salvare l'anima della città (che gli ha tolto moltissimo) da una parte e conscio del fatto che non potrà essere lui a farlo (bensì la città stessa) nel prossimo futuro (vedersi il secondo film su questo punto).

Ra's Al Ghul: cattivo con principi fermi di giustizia. È il tipico personaggio che non vuole la distruzione fine a sé stessa. Concetto discutibile, ma comunque più interessante del cattivo ignorante.

Scarecrow: simpatico buffone e scheggia impazzita nell'underground di Gotham.

Joker: la follia lucida, la liberazione dell'uomo attraverso l'anarchia, la distruzione delle divisioni. Un concetto al limite, ma non necessariamente sbagliato.

Harvey Dent/Two Face: lu duplicità dell'uomo. La ragione e l'istinto, la giustizia e la rabbia, l'amore e l'odio. Avrebbe potuto essere lui il cavaliere (bianco stavolta) alla guida della città, ma il fuoco se l'è portato via.

Selina Kyle: il volto ancheggiante del cittadino medio che vive per sè stesso ma che alla fine sa cos'è giusto fare. Forse il personaggio meno riuscito, ma comunque apprezzabile.

Bane: l'erede, il protettore di un'idea folle. Completamente cattivo? Certamente no, saldi principi portati avanti senza troppa eleganza e molta violenza.
Il Film
Per chi, come me, ha letto i fumetti (con antagonista Bane) la trama di questo episodio non sarà una sorpresa, anzi. Le perle che Nolan riesce a infilarci, sotto forma di ottimi colpi di scena e personaggi azzeccati (Detective Blake, tanto per dire), sono piacevolissime e danno enorme spessore a un racconto forse scontato. Ritmo stranissimo, che per due ore buone resta costante e fa da colonna sonora alla sistematica distruzione di tutto e tutti; ultimi quarantacinque minuti in crescendo netto. Dialoghi azzeccati, taglienti (Alfred fa un paio di tirate che valgono tutto il film). Azione presente ma non protagonista come negli altri titoli. Presenza di elementi targati DC Comics più importante rispetto ai precedenti titoli. Trama chiusa ma non del tutto: non si può chiudere un personaggio del genere, è economicamente stupido.

Insomma, come dicevo, un buon film. Ottimo se si pensa all'opera nella sua interezza.

Abbiamo parlato dei personaggi, ma secondo voi,



Expendables 2 - I Protagonisti


Oggi nei cinema statunitensi e italiani esce Expendables 2, seguito del fortunato film uscito due anni fa diretto da Stallone. In questo sequel la regia passa nelle mani di Simon West, Schwarzenegger e Willis espandono i loro cammei diventando veri e propri protagonisti e Chuck Norris entra a far parte della banda. Il cattivo di turno sarà Jean-Claude Van Damme. Insomma tutte le icone dei film d'azione faranno parte del film:

Sylvester Stallone, soprannominato Sly, è principalmente conosciuto per l’interpretazione dei due celebri personaggi Rocky Balboa e John Rambo, entrambi protagonisti di due lunghe saghe cinematografiche iniziate con le pellicole Rocky (1976) e Rambo (1982). Il sito AskMen.com l'ha posizionato al 3º posto nella classifica dei "più grandi attori d'azione del cinema", mentre l'American Film Institute lo posiziona al 7º posto nella classifica dei 100 più grandi eroi del cinema. Nell'ottobre del 1997 la rivista Empire lo posiziona al 92º posto della lista delle "più grandi star del cinema di tutti i tempi".

Arnold Schwarzenegger, sin da giovane si è imposto come uno dei maggiori culturisti del mondo. Affermato uomo d'affari, ha costruito la propria carriera sul suo fisico possente, grazie al quale è entrato nel mondo del cinema. La celebrità gli è derivata dall'interpretazione del barbaro guerriero Conan, al quale ha fatto seguito il primo film della tetralogia di Terminator. Considerato uno degli interpreti più rappresentativi del cinema d'azione statunitense, occupa un posto di rilievo nello star system del cinema americano. Avvicinatosi alla politica nei primi anni novanta, è diventato membro attivo del partito repubblicano. Nel 2003 si è dato alla politica ed è stato eletto governatore dello stato della California. Nel 2006, è stato riconfermato alla stessa carica. Successivamente è tornato al cinema.

Bruce Willis, nato in una base militare tedesca della Germania Occidentale, dopo aver esordito nella serie televisiva Moonlighting (1985-1989), è diventato famoso presso il grande pubblico soprattutto come eroe di film d'azione, partendo dalla quadrilogia di Die Hard (1988, 1990, 1995, 2007). Inizialmente prestatosi alle commedie, si è però anche dimostrato all'altezza in ruoli alternativi e drammatici, come ne Il sesto senso.

Chuck Norris, conosciuto soprattutto perchè molti dei personaggi da lui interpretati costituiscono eroi duri, decisi e coraggiosi ma che sanno anche dimostrare le loro debolezze, tra i quali ricordiamo il reduce del Vietnam James Braddock nella saga di Rombo di tuono, il maggiore e colonnello Scott McCoy nella saga di Delta Force, il Texas Ranger Cordell Walker nella famosa serie Walker Texas Ranger e il campione di arti marziali Colt nel celebre film L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente diretto da Bruce Lee.

Jean-Claude Van-Damme dopo aver studiato intensamente le arti marziali sin dall'età di dieci anni, realizzò un successo nazionale in Belgio come artista marziale e culturista, guadagnandosi il titolo di culturismo di "Mr. Belgium Junior-Overall Winner 1978-1979". Emigrò negli Stati Uniti nel 1982 per intraprendere la carriera di attore, realizzando un successo con Senza esclusione di colpi! (1988), basato sulla vera storia di Frank Dux. Raggiunse diversi successi in termini di incasso, in particolare con Timecop (1994), che ebbe un incasso internazionale di oltre $100 milioni, divenendo il suo film più riuscito dal punto di vista finanziario.

Tutti personaggi pesanti, quindi, ma la vera domanda è: chi è il vostro preferito?


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Biancaneve e il Cacciatore

Biancaneve e il cacciatore è un adattamento dark fantasy della fiaba "Biancaneve e i sette nani"; questo progetto nasce dagli stessi produttori di Alice in Wonderland ma il regista ha un nome meno altisonante del ben noto Burton. Rupert Sanders infatti è esordiente alla regia di un lungometraggio ma, nonostante ciò, il suo scopo, dare un volto nuovo alla favola dei fratelli Grimm, è pienamente superato. La pellicola risulta essere infatti molto gotica, violenta e ricca d'azione.

L'operazione in effetti non è una novità, ultimamente infatti si è assistito ad una trasformazione dark di favole classiche. Gli ultimi esempi sono Cappuccetto rosso (sangue) e La bella e la bestia. Il film comunque sembra avere qualcosa in piu' di quest'ultimi esempi che ho citato (che non hanno avuto riscontri positivi sia da critica che di pubblico). Ciò che pero' non mi ha convinto pienamente è la prova offerta dagli attori, ad esclusione di Charlize Theron che mi è apparsa molto seducente, cattiva e diabolica. L'ex dio Thor, Chris Hemworth, e l'ex "Bella" di Twilight, Kristen Stewart, non convincono del tutto nei loro ruoli. Nonostante ciò i 127 minuti della pellicola scorrono in maniera piuttosto fluida e quindi ne consiglio la visione per chi piace il genere.

Volete dire la vostra? Benissimo! Cliccare qui please.

Voto: 6
Alberto Bosio

I Colori della Passione

The Mill and the Cross, tradotto letteralmente Il Mulino e la Croce, presentato al Sundance 2011, passa in Italia con il titolo generico I Colori della Passione. Già un altro lungometraggio di qualche anno fa ha subito più o meno la stessa sorte: I Colori dell'Anima, dal titolo originale più sobrio (Modigliani). E io un po' ci speravo che questi colori della passione fossero simili a quelli dell'Anima di Amedeo, perché credo che quella sia una delle più belle storie d'amore passate sul grande schermo.

Purtroppo o per fortuna, siamo davanti (anzi dietro) a qualcosa di completamente diverso. Il film parla di un quadro, della sua nascita, degli intenti del pittore e della sua realizzazione. Ma non mostra le tribolazioni di Pieter Bruegel (detto anche il vecchio e interpretato dallo stagionato ma sempre in gamba Rutger Hauer), mostra più che altro come il pittore riesce a comporre in modo allegorico la realtà che lo circonda. Il film, in prevalenza muto, ritrae i personaggi principali che sono presenti ne La Salita al Calvario e lo fa in modo grottesco, proprio in linea con quell'arte fiamminga che ha così folgorato il regista. Ogni personaggio ha una storia ed entra a far parte del quadro generale man mano che il film si svolge. Se all'inizio lo spettatore è quasi stordito da scene che sembrano non avere nè capo nè coda, alla fine si riesce a capire la grandezza e la totalità di un'opera all'apparenza caotica.

Il quadro come oggetto di indagine, come sfondo (letteralmente) del film e come protagonista. I suoni e le parole diventano il contorno di un lungometraggio molto interessante. I dettagli sono studiati per bene, i movimenti di macchina anche, le luci, seppur eccessive, rendono perfettamente l'idea. Intendiamoci, il film non è perfetto e forse pecca di qualche ripetizione, ma il punto di vista è interessantissimo. La spiegazione del pittore coprotagonista lo rende accessibile un po' a tutti. L'ambientazione e la critica storica mettono la ciliegina sulla torta.

Gradevole proiezione che va al di là dell'esercizio tecnico, pur con qualche imperfezione e un po' di pesantezza, rimane un film interessante.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

The Amazing Spiderman


Le possibilità che offre un reboot di un personaggio offre talmente tante possibilità che mancarle tutte è quasi prodigioso. Succede proprio in questo Spiderman, il cui motto potrebbe essere "tutto nuovo, niente di nuovo". Il regista, praticamente uno sconosciuto, giusto per stare nei ranghi e per non dare grossi scossoni alla media, crea un film che non aggiunge nulla al personaggio appiccicoso. Presenta un Peter Parker come un ragazzetto diciassettenne con qualche problemino sociale (che forse forse è la parte migliore del film, resa naturalmente in modo grottesco), che morso da un ragno acquisisce vari poteri e naturalmente grandi responsabilità. Citazione stagionatissima.

La rinascita di questo Uomo Ragno è tragica e tutta basata sul senso di colpa. La scena della morte dello zio Ben, unico personaggio riuscito con quella sua semplice schiettezza, è toccante, questo lo concedo. Il resto del film, morto lo zio, è noia. I dialoghi, praticamente inesistenti dati i problemi di Peter, sono banali all'inverosimile e belli piatti. La duplicità del personaggio (con e senza costume) è esagerata e francamente poco giustificabile, perché con il cappuccio rosso diventa un buontempone? Gli stereotipi ci sono tutti e così abbiamo il cattivo che intrattiene se stesso con grandi monologhi, il poliziotto che non ascolta mai nessuno ma poi si ravvede, sistemi di sicurezza avanzatissimi e degni di un asilo nido, gente che frequenta il liceo ma che in realtà ha doti intellettuali fuori scala e gira per laboratori e confeziona sieri e antidoti (per altro inutili).

Tolto tutto questo, del poco che rimane si salvano le scene d'azione godibili (lui che penzola dalle gru non è male in fondo) e con un ritmo bello andante. Peccato che il film contenga tutte e sole le scene del trailer (complimenti a chi l'ha confezionato) a parte il finale e sulle due ore abbondanti del film sono troppo diluite. Spidy ha un unico lato interessante: il minimo tentativo che il regista fa di presentare i problemi del ragazzo abbandonato dai genitori. Indagine abbastanza superficiale purtroppo. Bello, invece, che Peter si mostri con facilità agli altri, questo è davvero apprezzabile e in rottura con i supereroi mascherati e schivi.

The Avengers ha stabilito uno standard piuttosto alto per questi film ed è quindi lecito aspettarsi moltissimo. Se delude anche il prossimo Batman (cosa probabile, a sensazione), io grido al disastro.

Voto: 5
Davide Mazzocchi

Il Dittatore

Una sana raffica di risate politicamente scorrettissime, ma solo in apparenza. Per liberarsi da tic antirazzisti, femministi, sessual-libertari, e tutto il resto dell’armamentario ideologico incrostato dal conformismo dell’Occidente da esportazione. Ma anche per rendersi conto che il potere è il potere, a Est come a Ovest, e cioè una forma più o meno controllata di arbitrio di pochi su molti. E se non siete d’accordo, vi faccio giustiziare (calma, tanto le sentenze non le eseguono e vi faranno espatriare su un altro sito meno fico di questo).
Colin McKenzie
Voto: 7

Un'escalation di colpi bassi, una sventagliata di mitra su tutto e tutti: donne, Medioriente, Occidente, mondo dello spettacolo, lobby, Israele, Stati Uniti per arrivare a lei, alla più grande messinscena del mondo: la democrazia del più forte. Fastidioso, al punto in cui non puoi trattenerti dal ridere pur comprendendo le mostruosità che escono dalla bocca del dittatore. Satira, signori, satira! E ne sentivamo il bisogno. Comunque, ricordatevelo: la democrazia è un nano da giardino con le ascelle pelose.
Davide Mazzocchi
Voto: 7

 Se non ci fosse stato il bambino deficiente che rideva come un matto davanti a me, sarei stato io l'idiota a fare più casino, morendo dalle risate.
Paolo Delledonne
Voto: 8 sono anni che non rido così

Disturbato dal film Borat sono partito prevenuto per il Dittatore. Se pure troppo ostentato è riuscito a strapparmi delle risate. Formidabile e irresistibile Sacha Baron Cohen il vero film nel film.
Superflower
Voto: 6,5

Love and Secrets

Fosse stato per la locandina e soprattutto per il titolo, questo film non mi sarei mai sognato di andarlo a vedere. Possiamo aprire un mondo fatto di polemiche e insulti, ma sarebbe sterile decretare l'idiozia globale, quindi mi asterrò. All Good Things, questo il titolo originale (e sensato, altamente sensato) prende spunto da fatti realmente accaduti tra gli anni '70, '80 e 2000, ma si riferisce in particolare al negozio di alimenti biologici che David e Katie aprono in Vermont e che chiudono poco tempo dopo in favore dell'attività di immobiliarista di lui.

Tutto quello che i due avrebbero potuto costruire insieme, tutte le cose buone, la famiglia, gli amici, la vita, i figli possibili, sono spazzati via dal cemento, dagli affitti, dalla prostituzione e da altre prodezze finanziarie della famiglia Marks. È questo in definitiva il senso del film. La faccenda evolve e se all'inizio sembra di vedere A Beautiful Mind (la parte in cui lei si prende cura di lui soffrendo come pochi), la piega che prende nella seconda parte assomiglia di più al Talento di Mr Ripley o a Match Point. Ma in definitiva non è la brutta copia dei titoli citati: vive di vita propria, è completo, strutturato, mai banale.

Ansiogeno. Definizione passata su Twitter. Lo è, verissimo. Perché ci sono parti che uccidono lo spettatore: la freddezza di lui mentre dà di matto, la consapevolezza però che lui è malato (in mano a una schiera di psichiatri fin da piccolo), la lucidità di un assassino, l'organizzazione di un manager. Tutto questo è David, dietro la maschera dell'ottimo Gosling. Se vogliamo portare il discorso ancora oltre c'è la parte in cui un David ormai attempato si camuffa da donna e "sparisce". La maschera della maschera della maschera. Fino a che punto si può non conoscere una persona? È il dramma di Katie. Tutte le ottime cose che i due avrebbero potuto fare insieme, anche banalmente vivere, non si realizzeranno mai, nessuna sliding door, nessuna pietà, niente, il vuoto riflesso negli occhi di David. Tutti pensieri attuali, senza tempo, indagati in modo elegante.

Da vedere, ma preparati: non è un commedietta rosa lacrimosa e iperglicemica, è un dramma completo.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

Silent Souls

"Il vero amore è per sempre" e le luci in sala si riaccendono. Mi guardo attorno, siamo pochi ma tutti frastornati, non ci alziamo. Ci vuole un po' prima che il messaggio attecchisca e faccia fiorire qualche pensiero almeno un po' sensato. Si cerca di ripercorrere quelle strade dissestate decorate da scheletri d'albero, avanti e indietro nel tentativo di capire come si è arrivati fin lì. Ma la vera soluzione è che non ce n'è bisogno, la soluzione è sempre stata davanti agli occhi di tutti, solo, qualcuno doveva avere il coraggio di dirlo, che il vero amore è per sempre.

Si cerca di scavare dentro al film, ribaltarlo, sminuzzarlo per comprenderne le parti, per fare ordine, ma ancora non ce n'è bisogno. È fin troppo facile da capire, è questo il punto, non c'è bisogno. Se pensi che anche la trama è ridotta all'osso, i dialoghi, rari, sono addirittura superflui. Se pensi che alla fine la morte è una cosa naturale così come amare una persona, non hai bisogno di metterti lì a pensare a quello che hai visto. Eppure il tentativo lo devi fare. È ancora una volta l'essere umano ad andare in scena, tutto quello che rappresenta e il regista propone un'indagine delle cose più profonde del nostro animo raccontando la sepoltura di una donna, un viaggio di due uomini e le tradizioni di un popolo scomparso, per poi stabilire per sempre che l'amore è eterno.

Siamo tutti frastornati, come non si vedeva dai tempi della proiezione del Faust (prego vedere qui e qui), e abbiamo ragione, proprio perché si possono fare infiniti paralleli con il capolavoro di Sokurov. Due uomini, un viaggio, la vita, la morte, il senso a tutto questo, ma mentre nel Faust è tutto dialogo e annusarsi, qui è il silenzio a dominare. Il silenzio e la distanza. La voce fuori campo ci racconta i dettagli di questo viaggio verso il Volga, ma è il vuoto, lo spazio lasciato dalla morte di una persona a riempire gli occhi dello spettatore. Vuoto geometrico e perfettamente descritto dalla fotografia, vuoto dell'esistenza. Un vuoto che deve essere colmato con qualcosa. L'ultima frase: "il vero amore è per sempre", dà un senso a tutto e con le stesse parole semplici dei due protagonisti colma il vuoto lasciato dal silenzio.

Voto: 8, difficilissimo
Davide Mazzocchi

Margin call, o del Titanic azionario


Thrill e angoscia sono i sentimenti che suscita questa storia di un naufragio, raccontata nel rispetto delle unità aristoteliche. La notte che ha cambiato la storia di questi ultimi anni, la notte in cui fallisce una banca d’investimenti newyorkese dando il via a una delle crisi finanziarie più drammatiche di sempre viene messa in scena da un cast di top players del calibro di Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto e altri ancora.

Film dai toni cupi, per meglio rendere la totale amoralità di un mondo nel quale conta solo accumulare denaro; nel quale dipendenti ventennali vengono licenziati in 5 minuti, tempo di svuotare l’ufficio e portar fuori gli scatoloni compreso; nel quale più guadagni più devi scialacquare; nel quale qualunque background culturale può funzionare, dall’ingegneria aerospaziale a quella civile; nel quale più si sale in gerarchia meno conta la competenza ("Me lo spieghi come fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", chiede il grande Capo Tuld al giovane analista Sullivan, mentre tutto il board osserva); nel quale un broker può ricevere un bonus di 1 milione e rotti di dollari se riesce a truffare un tot di clienti nell’arco di una cruciale, storica giornata, per poi sparire dalla circolazione.

Voto: 7. Geometrico.
Colin McKenzie

Margin Call

Di cosa parliamo? Dei protagonisti del film. Opera corale che fa apparire in ordine di grandezza tutti gli squali di questa bella banca di investimenti (tipo Lehman, Merrill). Prima ci sono i due impiegatucoli, poi il capetto, poi il capo e alla fine il board al gran completo. Per l'occasione sono stati tirati fuori dal freezer e scongelati attori che non si sentono da un po'. I vari Irons, Spacey, Quinto, Bettany, Moore. Tutta gente brava, bravissima, forse un po' stagionata, ma di certo spessore. Gente che riesce a tenere su la tensione solo con i dialoghi. Perché alla fine il film si riduce a una serie di dialoghi. Taglio teatrale e (quasi) unità di tempo e luogo: un buonissimo docu-thriller (si può scrivere docu-thriller in un blog?).

I dialoghi. Belli, taglienti, diretti. Cito alcuni passaggi: "Spiegamelo come se fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", e ancora "Sono solo soldi." E poi un bel monologo di Bettany che parla di ipocrisia dell'intero sistema finanziario: quella di chi maneggia i soldi e quella di chi li pretende per "vivere al di sopra delle proprie possibilità." Una bella critica che almeno non spara solo in una direzione, ma colpisce tutti e distribuisce per bene la pioggia di merda.

Ma c'è qualcosa che non riesce proprio a quadrarmi: il film non tende la mano, semplicemente non riesce a portare lo spettatore allo stesso livello degli affanni dei protagonisti. È già difficile immedesimarsi in qualcuno quando il film è corale e soprattutto quando non esiste nemmeno mezza figura positiva in tutto il cast (ok, Spacey ci va vicino, ma è comunque un personaggio dubbio). Cito: "Faccio fatica a simpatizzare per il povero impiegato che si becca 250.000 dollari l'anno, e se va male male ci guadagna su un altro milione." È proprio qui dove fallisce il film, nel far fare il salto allo spettatore dentro al telo grigio. Peccato perché poi non è nemmeno fatto male, anzi.

Voto: 7, ma con qualche riserva
Davide Mazzocchi

Marilyn, tragicamente attuale

Inserendosi nel nuovo filone cinestoriografico già lucidamente richiamato da Davide, molto in voga in questo periodo forse per nostalgica reazione alla mutazione in atto con l'avvento della computer-graphic, s'inserisce quest'opera che, nel raccontare la controversa e dolorosa umanità dell'icona cinematografica novecentesca per eccellenza, mette in scena un altro vecchio conflitto da fase di passaggio: quello della fotogenia istintiva e scatenaormoni che nello spettacolo cinematografico sopraffà inesorabilmente l'arte della recitazione teatrale. Le insegnanti di recitazione sono solo dei supporti psicologici (altro che metodo Stanislavskij), gli assistenti e i manager sono degli innamorati disperati, gli spettatori possono solo adorare il prodigio della bellezza. Ma la dea Marylin non può che divorare la povera Norma Jean, che a sua volta, non tanto per salvarsi quanto almeno per prolungare l'agonia, non può far altro che sbirciare le persone normali, invidiandole, e regalare loro un sogno di amore impossibile.

Colin McKenzie
Voto 6.5

Marilyn

In un momento in cui il cinema sta per certi versi riscoprendo, indagando e tributando le proprie origini,  (prego vedersi The Artist, Hugo Cabret) un film biografico su Marilyn Monroe non sembra affatto stonare. Riportare sul grande schermo una persona che è stata per un periodo un'icona indiscussa, l'oggetto del desiderio di moltissimi, è sicuramente una sfida interessante, così come la sua effettiva realizzazione: Simon Curtis, il regista, ha usato lo scritto di Colin Clark come partenza e l'ha interpretato in maniera elegante.

Marilyn quindi, la bionda che si è stampata nell'immaginario di molti. Il film, biografico, fa subito la scelta importantissima di non mostrare tutta la vita, ma solo una piccola parte, un anno in cui l'attrice americana ha girato un film, Il principe e la ballerina, con il colosso del teatro inglese Sir Laurence Olivier (nei panni di regista e coprotagonista). Scelta importante, perché almeno si distacca dalla solita cronistoria che rischia di assomigliare di più a un sommario che a un'indagine. Il punto di vista non è nemmeno quello di Marilyn. Lei è vista dall'esterno attraverso gli occhi di tutti gli altri personaggi presenti nel film. È fantastico osservare come ognuno di questi personaggi aggiunga spessore a lei, alla dea greca di cui si innamora Colin. Così possiamo vedere la Marilyn attrice, la donna, la bimba, la moglie, la persona preda della depressione, insicura, malata. La persona vera insomma e non quell'immagine bidimensionale della maschera bionda sorridente e ammiccante.

Attraverso Colin anche lo spettatore si innamora di Marilyn, e come potrebbe essere altrimenti? La scena bellissima dei due lungo il fiume: colori pastello, leggerezza, vento. Mi sono preso la briga di guardare le facce degli altri spettatori illuminate dalla luce riflessa del telone. Ho visto gli occhi sognanti di tutti, mentre la ammiravano felice almeno per un momento. È questa la vera forza del film. Sì, ci sono anche tante altre cose, non ultimo il tributo al cinema, alla sua storia, alla sua evoluzione, il confronto con il teatro. C'è anche una minima indagine (a suon di citazioni di Shakespeare) sulla fama di chi l'ha per talento e di chi la brama e la merita. Ma alla fine tutto sbiadisce con la figura di una donna distrutta che sullo schermo risplende come una vera stella.

Voto: 8
Davide Mazzocchi


Conoscere la vita interiore di una Stella del genere scoprendo il suo lato così fragile e contradditorio non può che essere doloroso. Sì doloroso per tutti, per lei, per gli innamorati e per gli spettatori... estasiati comunque da lei Norma in arte Marylin!
Citando Lucy e Colin: Sì mi ha fatto soffrire... mentendo dico... solo un pochino...  ma è quello che gli serviva  no? E allora perchè non concedergli una sbirciatina... sì solo ogni tanto... ma questa sbirciatina se pur dolorosa non può che servire anche a tutti noi.

Voto: 7
SuperFlower

Cosmopolis

Cronenberg. Pochi mesi fa ci ha raccontato la storia di Jung e Freud prendendosi la libertà di fare un film dal ritmo incerto, che mette paura allo spettatore e che in fondo non spiega assolutamente nulla di cosa sia la psicoanalisi. In omaggio mette l'accento su uno scontro che i due giganti hanno avuto, ma non con le dovute proporzioni. Dopo questo scivolone, ritroviamo il vecchio David alle prese con qualcosa di più recente e sbarellato (si può scrivere sbarellato in una recensione?).

Basato su un romanzo di DeLillo, questo Cosmopolis parte anche bene e stabilisce subito il tema centrale e la scelta stilistica: abbandonato il serio, si torna sul pacato surreale. Il Pattinson decide che è ora di darsi una sistemata al taglio ed esce di casa. Con questo flebile pretesto, DeLillo e Cronenberg ci mostrano una società che merita ancora una volta una critica: il potere nelle mani di giovani rampanti che gestiscono infinite fortune e salgono nell'olimpo dei grandi miliardari per poi precipitare a causa dei capricci di una monetina cinese. Si tira in ballo anche l'arte (il possesso della stessa), il rapporto uomo-donna (freddo, distaccato, alla stregua di un mestiere o un dovere imposto da interessi altissimi), il sesso (fatto in macchina, tanto per gradire) e la protesta degli indignati.

Nonostante tutto, le premesse, i temi e un inizio francamente piacevole, Cronenberg cade nella retorica di dialoghi lunghi e più simili a giochini intellettuali con cui lo spettatore può confrontarsi se ha voglia. Notevole quello fatto durante la rettoscopia (anche questa in macchina, mentre il Pattinson paziente, discute di macroeconomia e pulsioni sessuali), notevole, ma inconcludente, quello finale con Paul Giamatti. Peccato, perché finire un film così lascia un brutto ricordo. In definitiva, è un film interessante, questo sì, ma bisogna mettersi lì a cercarci un senso e scavare a fondo in un terreno sabbioso e incerto. Ah c'è anche un topo gigante.

Voto: 5,5 perché il collega metterà 6,5
Davide Mazzocchi

Hunger

Hunger arriva nelle sale italiane fuori tempo massimo, per la vergogna di chi non ha il coraggio di mostrare lungometraggi di questo genere, riservando loro un timido passaggio al cineforum in prima serata. Ci strappiamo i capelli per quello che Diaz rappresenta (e ha rappresentato) per l'Italia. Ma stiamo cercando di difendere un film (Diaz) che non ha il carattere, nè la bellezza tragica di Hunger, che sbiadisce al suo confronto. Non esiste un paragone. Non esiste e questo deve essere chiaro per tutti.

Steve McQueen, sbeffeggiato dalla critica per il nome strambo di attore d'altri tempi, ha ribadito il concetto con Shame, mostrandoci l'animo umano e l'animo della società che l'ha forgiato. Ci è piaciuto, diciamo pure che abbiamo amato Shame, ma Hunger... beh, quello è tutta un'altra storia. "Vaffanculo!", una cosa a cui il cinema ci ha abituato. Peccato che la frase precedente sia "E cosa dirai a tuo figlio?" È questo Hunger: è il mostrare il limite dell'idealismo di una persona, di un gruppo di persone. Idealismo che porterà alla tragica e inevitabile conclusione. Hunger ci mostra il lato sporco di quel Regno Unito che ha un curriculum di merda lungo centinaia di anni, della signora Tatcher, idolatrata in The Iron Lady, delle carceri, dei secondini che picchiano.

Hunger è anche il confronto tra l'indifferente quotidianità di chi è schiavo di un sistema (il tizio che spazzola il corridoio, indifferente), la merda umana insomma (cit. Alberto A.) e l'idealista, Bobby, che si lascia morire per far sentire la sua voce nel silenzio della sua agonia. Hunger è sofferenza, tanta sofferenza, quella delle botte, della fame, dell'umiliazione. Hunger è la vita di tutti i giorni, raccontata con le piccole cose, la colazione, i fiori alla madre in ospizio, il controllare che la macchina non sia stata resa esplosiva dall'IRA. Hunger è teatro: tre atti in cui le parole e le immagini danzano una coreografia perfetta. Il dialogo centrale è una lezione di stile ed emozione. Due persone, un tavolo e qualche sigaretta e ti tiene lì incollato alla poltrona. Hunger è... perfetto.

Voto: 10
Davide Mazzocchi

Steve McQueen ha la straordinaria capacità di costruire personaggi vivissimi e di immediata identificazione tramite le piccole cose e i rituali della quotidianità. Ha inoltre un talento visionario e iperrealista, forse tra i pochi veri epigoni di Kubrik, che gli consente di creare inquadrature come fossero opere d'arte contemporanea.

Colin McKenzie