Hunger arriva nelle sale italiane fuori tempo massimo, per la vergogna di chi non ha il coraggio di mostrare lungometraggi di questo genere, riservando loro un timido passaggio al cineforum in prima serata. Ci strappiamo i capelli per quello che Diaz rappresenta (e ha rappresentato) per l'Italia. Ma stiamo cercando di difendere un film (Diaz) che non ha il carattere, nè la bellezza tragica di Hunger, che sbiadisce al suo confronto. Non esiste un paragone. Non esiste e questo deve essere chiaro per tutti.
Steve McQueen, sbeffeggiato dalla critica per il nome strambo di attore d'altri tempi, ha ribadito il concetto con Shame, mostrandoci l'animo umano e l'animo della società che l'ha forgiato. Ci è piaciuto, diciamo pure che abbiamo amato Shame, ma Hunger... beh, quello è tutta un'altra storia. "Vaffanculo!", una cosa a cui il cinema ci ha abituato. Peccato che la frase precedente sia "E cosa dirai a tuo figlio?" È questo Hunger: è il mostrare il limite dell'idealismo di una persona, di un gruppo di persone. Idealismo che porterà alla tragica e inevitabile conclusione. Hunger ci mostra il lato sporco di quel Regno Unito che ha un curriculum di merda lungo centinaia di anni, della signora Tatcher, idolatrata in The Iron Lady, delle carceri, dei secondini che picchiano.
Hunger è anche il confronto tra l'indifferente quotidianità di chi è schiavo di un sistema (il tizio che spazzola il corridoio, indifferente), la merda umana insomma (cit. Alberto A.) e l'idealista, Bobby, che si lascia morire per far sentire la sua voce nel silenzio della sua agonia. Hunger è sofferenza, tanta sofferenza, quella delle botte, della fame, dell'umiliazione. Hunger è la vita di tutti i giorni, raccontata con le piccole cose, la colazione, i fiori alla madre in ospizio, il controllare che la macchina non sia stata resa esplosiva dall'IRA. Hunger è teatro: tre atti in cui le parole e le immagini danzano una coreografia perfetta. Il dialogo centrale è una lezione di stile ed emozione. Due persone, un tavolo e qualche sigaretta e ti tiene lì incollato alla poltrona. Hunger è... perfetto.
Voto: 10
Davide Mazzocchi
Steve McQueen ha la straordinaria capacità di costruire personaggi vivissimi e di immediata identificazione tramite le piccole cose e i rituali della quotidianità. Ha inoltre un talento visionario e iperrealista, forse tra i pochi veri epigoni di Kubrik, che gli consente di creare inquadrature come fossero opere d'arte contemporanea.
Colin McKenzie



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