The Artist


George Valentine è un artista perché sa mettere a frutto un talento che combina bella presenza e doti mimiche, sfornando per il pubblico della nascente arte cinematografica raffiche di polpettoni di avventura appassionanti e di enorme successo. Ma siamo negli anni ‘20 e l’arte cinematografica è una “nuova tecnologia” ancora in grande evoluzione, e quando le major fanno l’upgrade al cinema 2.0, aggiungendo l’audio al video, il talento fino a quel momento apprezzato e funzionale diventa improvvisamente ridicolo e desueto.

Il viale del tramonto di Valentine è dietro l’angolo e a differenza di Norma Desmond lui non ci mette molto a capire che è finita, basta un ultimo film, autoprodotto, che fa flop mentre nel teatro accanto la gente fa la coda per assistere all’ultima commedia della nuova star Peppy Miller, solo un paio d’anni prima misconosciuta (e innamorata) fan da lui cooptata fra le comparse. Ma nonostante l’ubriacante successo, Peppy non si dimentica di chi l’ha scoperta...

Per qualche misteriosa congiunzione astrale il 2011 è stato l’anno della celebrazione del cinema delle origini, e Hollywood ha gradito tramite gli Oscar. Dopo Hugo Cabret col suo Méliés dimenticato, arriva questo omaggio all’essenza del cinema, e cioè l’immagine che si fa racconto, imponendo allo spettatore ultrascafato del XXI secolo una specie di rieducazione. La scena iniziale è una specie di camera di decompressione in cui i sensi si riabituano al linguaggio delle origini, dove muti sono sia il film che il pubblico che vi assiste. In più di un passaggio il disagio di Valentine per la nuova tecnologia viene felicemente reso rappresentandolo come una specie di disabile della parola, fino al clou dell’inverosimile incubo in cui si accorge con orrore di udire dei suoni, come fossero presenze disumane.

In questo senso il vero “artist” è Hazanavicius, per la sua capacità di ricreare atmosfere chapliniane, come in un falso d’autore. Quel Chaplin che subì con sospetto l’avvento del sonoro e che in Luci della Città riuscì allo stesso tempo a snobbare la possibilità di introdurre il dialogo e ad usare i suoni per aggiungere valore al suo capolavoro. Continuando a mietere successi.

Voto: 8, Rieducativo.
Colin McKenzie

Un delicato balletto a cavallo di una voragine tecnologica, raccontato con grande stile.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

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