War Horse

"Ci sono grandi giorni e giorni insignificanti, la maggior parte sono insignificanti e di cui non importa molto a nessuno, ma questo, beh questo è un gran giorno." Lo dice il padre, lo ribadisce il figlio e lo conferma il regista. Ieri sera non è stata una di quelle sere da ricordare. La proiezione di War Horse non ci ha lasciato molto, deludendo anche il pubblico femminile equipaggiato con grandi fazzoletti per l'eventuale lacrimuccia.

La storia che ci propone Spielberg è almeno antica e parla del legame che può crearsi tra un uomo e un animale. Un legame che può valere una vita. Già John Griffith Chaney (alias Jack London) l'aveva esplorata tempo fa. Il film la ripropone in chiave Grande Guerra con il tentativo interessante di ancorare il punto di vista all'animale, proprio come fece il nostro buon Jack con i suoi cani e lupi. Grazie a questo grazioso escamotage, il vecchio Steven riesce a mostrarci un conflitto dalle molte sfaccettature e da numerosi punti di vista (inglese, tedesco, per quanto riguarda le fazioni e francese per la parte civile). Il risultato purtroppo è stancante e il film assomiglia molto a una sequenza di situazioni seppur molto ben realizzate (la fotografia è notevole, sempre e comunque).

Il collage visivo non ha mordente. Prevedibile nella trama generale con colpi di scena preparati ad hoc per spettatori primitivi, denso di quell'atmosfera buona buona che preclude la presenza di personaggi realmente cattivi o almeno un pochino stronzi. C'è da dire che alcuni pezzi di questo pittoresco collage sono realizzati davvero benissimo. La Somme, presentata in Una lunga domenica di passioni come un campo di margherite, ha l'aspetto di una palude trafitta da piante morte e seminata di corpi putrescenti e irriconoscibili, senza colore o fazione. Bella la cavalcata nel filo spinato. Appena decente il dialogo (tra i tanti perdibili) tra l'inglese e il tedesco, buono negli intenti ma maldestro nella realizzazione: i cavalli (così come le persone) non sono fatti per fare la guerra, ma per correre liberi. Quindi, viene da pensare che far tirare un aratro (snaturando il cavallo) è paragonibile a farlo combattere, ma ampiamente accettabile.

Certo il film ha i suoi pregi: uno su tutti è l'enorme distacco da un film di guerra "tradizionale", proponendo una visione molto più ampia e super partes. La favola (sì, perché si deve giustificarlo così) alla Spielberg è troppo zuccherina anche per chi voleva farsi un pianto in santa pace.
Voto: 4
Davide Mazzocchi

Se vi aspettate un bel film, andate a vedere altro. La prova d'attore del cavallo avrebbe rivaleggiato ad armi pari con Dujardin e Streep, ma forse per gli Academy Awards è troppo.
Voto: 4
Alberto Arpini


L'interpretazione esemplare degli artisti che impersonano Joey e Topthorn vale la visione di tutti i 146 minuti. L'espressività dei cavalli è disarmante.
Voto: 5,5
Aliena B.

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