Nel giorno di San Valentino, ormai più famoso per le offerte di piani tariffari telefonici che per l'amore, il consueto cineforum propone con entusiasmo pacato The Help (caldeggiato via Twitter anche dalla buona Katy Perry). Basato su un romanzo di Kathryn Stockett, e reinterpretato da Tate Taylor, questo film ha pesantemente sbilanciato la sala verso il lato femminile della platea, che in ultima analisi sembra aver abbastanza gradito il lungometraggio, se non nella sua interezza, almeno nell'insieme delle parti: la bimba bionda che ripete una litania salvavita, la vendetta delle oppresse, la sala da bridge con tè e biscotti.
Siamo a Jackson, Mississippi, capitale del razzismo made in USA nei primi anni '60. La città sembra popolata solo da donne che in un modo o nell'altro incarnano i diversi ruoli di quell'epoca: la scema, la scema cattiva, la scema buona, la scema succube, l'idealista, le cameriere. O almeno questo vogliono farci credere la scrittrice e il regista cercando di creare un punto di vista interessante che purtroppo sfocia in ritratti semplici di personaggi perdibili. Le "cattive" sono dipinte con vocette acute e fastidiose, innaturali, simbolo della donnetta americana tutta casa (leggasi ozio , vestiti svolazzanti e tacchi a spillo) chiesa e ipocrisia, mentre le buone hanno almeno la decenza di comportarsi in maniera più naturale per rendersi credibili agli occhi dello spettatore. Lo scontro è chiaramente sul tema razziale: le padrone contro le cameriere con l'intromissione di una scrittrice in erba intenta a sbarcare il lunario con articoli umilianti.
L'impianto narrativo è semplice e ancorato a una struttura collaudata già da tempo: sono presenti tutti gli elementi del dramma. Per i più esigenti c'è anche una bella storia d'amore con il consueto malandrino ignorante, che alla prima occasione diventa uccel di bosco per non farsi più vedere (è soltanto uno dei tre maschi presenti nel film, maschi non uomini). Già a metà si intuisce il finale dolceamaro che la sceneggiatura puntualmente non tradirà. Grazie al personaggio di Minny (la Mamy della situazione, addirittura citata) il pubblico viene risollevato con siparietti comici e trovate di un certo impatto gastrico. La cosa che rimane sbalorditiva è la partecipazione della sala alle gesta delle cameriere ribelli. Invece di sottolineare con sdegno la banalità del personaggi e delle situazioni, si nota una crescente partecipazione e approvazione di modi e metodi (lotta senza quartiere tra le mura domestiche a suon di torte e pettegolezzi). Per i tre maschi già citati è doveroso calare il velo della pietà, essi infatti sono ridotti a esseri subumani dalla mera funzione decorativa, economica e a volte riproduttiva, praticamente animali da soma con camicia e cravatta.
Un film dalle grandi potenzialità ridotto a commedietta lacrimosa di cose già viste, già sentite, già fatte.
Voto: 5
Davide Mazzocchi



Nessun commento:
Posta un commento