Quello sguardo di chi trova il coraggio, o la rassegnazione, di guardare in faccia lo spettatore. Quegli occhi vuoti che sono il riflesso della vacuità interiore di chi ha perso tutto e tutti. L'industriale racconta la storia di Nicola, ingegnere e piccolo imprenditore, che lotta contro la crisi economica che si sta portando via tutto, la fabbrica, l'amore, gli amici e l'entusiasmo. Ci mostra la discesa in un inferno freddo dove la più grande tortura sono solitudine e isolamento, prima, e ipocrisia e falsità dopo. Sul palcoscenico torinese gli attori hanno le maschere della moglie, Laura, della suocera, del banchiere, della collega di Laura, del ragioniere, del garagista rumeno. Di questi personaggi non ce n'è nemmeno uno che tenda una mano a Nicola. Abbandonato, tradito e deriso da chiunque, il nostro industriale si trova a lottare per preservare intatto almeno un personale orgoglio, un amor proprio. Ma la tragedia è spietata e si compie con precisione finanziaria.
Ci troviamo di fronte ad un lungometraggio costantemente teso, grave, appesantito nei toni da una fotografia impietosa, ma elegantissima e sottile. Le vite sono mostrate (quasi) senza colori, i toni freddi dominano tutta la pellicola e si appesantiscono con il calare della notte. Il rosso della passione di labbra che si baciano è smunto e logoro. Il cielo è sempre grigio. I volti sono stanchi e sbiaditi, gli occhi affossati. Il commento musicale, affidato a un certo Andrea Morricone, è delizioso ed esalta alcune scene densamente poetiche. Ma sono i dialoghi a dominare la scena, schietti, didascalici, freddi (soprattutto quelli telefonici: "Stasera...? Ceniamo...?" ), sputati in faccia con la rabbia di chi sta soffocando o con la tristezza di chi ha perso l'amore e forse tutto il resto a cui rimane solo la scelta tra ciò che è morale e ciò che non lo è.
In breve: Un film che tratteggia la penosa esistenza di un uomo strangolato dai difetti di un sistema e dalla bruttezza degli animi di chi lo circonda.
Voto: 8
Davide Mazzocchi


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