L'avevo detto che è il periodo dei film biografici. Tra il capo dell'FBI e il primo ministro inglese riesce a farsi strada, sgomitando, questo Billy Bean, ex giocatore di baseball e attuale general manager degli Oaklands Athletics. Un perdente (lo dice anche sua figlia, a suon di musica, accompagnata dalla chitarra ragalatale proprio dal padre) nella pratica, ma un combattente nato. Qualcuno che ha voglia di ribaltare tutto, di mandare gambe all'aria tutti quei vecchi tromboni che pensano di saperla così lunga.
D'altronde c'è da dire che il nostro, con l'acqua alla gola e una voglia matta di vincere qualcosa, ma con pochissimi soldi, si butta a pesce (squalo, nella fattispecie), sul grasso laureato in economia e su quella bella teoria che dà il titolo al film: non l'arte, bensì Moneyball. Facile facile: si mettono tutti i dati di ogni giocatore sulla faccia della Terra dentro a un computer e il baracchino elettronico sputa fuori un numero: quanto il giocatore vale realmente. Dato il punteggio è fin troppo facile comprare i giocatori giusti per i ruoli giusti. Tutto il film è un turbine di trattative, acquisti, contratti e licenziamenti. Non c'è romanticismo, lo sport smette di essere agonismo, dedizione, sacrificio, fortuna. Tutto cessa di esistere di fronte a sua santità la statistica asservita all'econimia.
È proprio di questo che si lamentano i vecchi, ma lo spettatore non può che gioirne. Infatti il regista (un tale Bennett Miller che sa come si fanno i film biografici, vedersi Truman Capote, grazie) prende il punto di vista dei soldi e ci evita tutti quei discorsi appiccicosi fatti negli spogliatoi pre e post partita. Ci risparmia il cameratismo maschile e ci prende a schiaffoni quando le cose vanno male (ma anche quando vanno bene). Inoltre ci presenta personaggi credibilissimi: dei duri che vivono in un mondo fatto da squadre che assomigliano sempre di più ad aziende a cui è consentita la moderna tratta di schiavi. C'è tensione. C'è sempre tensione perché per uno che non conosce il baseball, come chi scrive, la tragedia può essere dietro ogni lancio e la sconfitta è sempre amara. È questo, in fondo, il gusto che ha questo film: amaro. Possiamo anche parlare dell'interpretazione di Pitt (con l'inseparabile sputacchiera) o della fotografia, ma non serve. Ci si alza dalla poltrona meno innocenti e più amareggiati di quando sono partiti i titoli di testa. Ma è un vero piacere, quasi un lusso.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
I peggiori nemici degli innovatori sono sempre i suoi colleghi. Una storia paradigmatica, che va oltre lo sport e si applica a tutti i campi del sapere umano. Memorabile il dialogo finale tra Billy Beane e il presidente dei Red Sox.
Voto: 7,5
Colin McKenzie



Nessun commento:
Posta un commento