The Woman in Black

Dopo lo sdoganamento di vampiri glamour, licantropi scienziati e zombie innamorati con il fisico da centometristi, l'unica icona horror a mantenere una certa credibilità e una buona sostanza rimane il fantasma che riesce a sfuggire alle grinfie di questo scempio iperglicemico. Ce lo dimostra l'ennesima revisione di The Woman in Black. Già romanzo dei primi anni '80 è stato portato in televisione qualche anno più tardi per approdare poi sul grande schermo.

È un periodo un po' così, quello che stiamo guardando passare in sala: film biografici (ne abbiamo fatto il pieno), film storici e riproposizioni di creazioni d'altri tempi. Albert Nobbs, per cominciare, e qualcosa del vecchio Burroughs per chi ama il fantastico. L'impressione è quella che si sia già detto e scritto così tanto che forse è il caso di fermarsi un momento a rileggere. Proprio The Woman in Black è l'esempio eclatante della rilettura della più scontata tra le ghost stories in circolazione. Ingredienti per la crostata al fantasma, ricetta classica: casa impestata, fantasma ossessionato da qualcosa di incompiuto, meglio se una vendetta, bambini morti, giovane avvocato (con un grande dramma famigliare), villaggio di ignoranti vicino alla casa già mescolata nell'amalgama, pochissimi colori, musica tesa e una scimmietta meccanica. Tolta la scimmia,  questi ingredienti hanno dato vita a un milione di ghost stories tutte uguali dal 1800 a oggi.

È esattamente questa la chiave del film e chiaramente il suo scopo: riproporre qualcosa dal sapore classico, inconfondibile, che ha già penetrato tutti quanti con letture giovanili ambientate in vecchie case (rigorosamente inglesi), ma farcito di quella tensione che lo spettatore di un film di genere si aspetta, oggi. E in questo il regista ha fatto un lavoro incredibile. L'ambientazione è assolutamente fantastica, la musica perfetta, i personaggi adeguati. Ma dove il regista dà il meglio di sé è nello spaventare a morte chiunque con trovate da buontempone scafato. Nessuno in sala si è astenuto dal gridare, le file di poltrone scosse dagli improvvisi balzi di tutti noi. Si arriva anche a ridere, a insultare il regista per le idee che mette in scena, per il cuore in gola e il fiato corto. Si pensa addirittura che tutto questo non sia reale, che è solo un complesso gioco di specchi e che in fondo i fantasmi non esistono. Poi la tensione cala e la narrazione riprende il sopravvento portandoci verso un finale classico e annunciato.

La forma prende il sopravvento su tutto il resto e decreta la riuscita di questo film che strappa di dosso a Radcliffe i panni del maghetto occhialuto e che fa perdere una notte di sonno ai più teneri. Nessuno guarderà più una scimmia meccanica con gli stessi occhi, garantito.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

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