La sera del martedì parla di cineforum e ultimamente il trend evidente è questo: film biografici (siamo ormai al quarto della serie) e ruolo della donna in qualunque tipo di contesto. Non mi sembra quindi un caso che anche ieri sera sia stato proiettato un film con questi canoni. The Lady, di un certo Luc Besson, ha riempito la sala in modo quasi sorprendente (siamo ai livelli di Shame, per intenderci) e io e il mio giubbotto ci siamo trovati nella stessa poltrona, molto laterale rispetto al solito e con la voglia di vedere Besson impegnato in qualcosa di diverso.
Il film, biografico appunto, parla del premio Nobel Aung San Suu Kyi, donna birmana recentemente liberata dagli arresti domiciliari qundicennali a cui era stata costretta dal regime dei generali e delle sue importantissime scelte di vita, della creazione della Lega Nazionale per la Democrazia e delle violenze che il regime ha esercitato sul popolo birmano. La sfida di chi scrive e dirige questo genere di film non è tanto quella di creare una trama interessante o un intreccio da acrobata, ma piuttosto di mostrare un personaggio storico (i suoi intenti, la sua lotta, le sue speranze e i suoi dolori) da un punto di vista specifico calato nella cruda realtà di tutti i giorni, quella del telegiornale, per intendersi. È proprio questo il varco a cui aspettavo Besson.
La soluzione, difficile, è stata quella di mostrare un personaggio dilaniato dalla scelta tra la famiglia e il suo paese. Il punto di vista, sicuramente non originalissimo, è però una stupenda chiave di lettura di questa donna che ha sicuramente sofferto moltissimo, ma grazie alla quale sono stati possibili enormi cambiamenti. Come non citare l'altra Lady, quella di ferro, e di come è stata portata sul grande schermo? Un punto di vista simile ma con una differenza sostanziale: l'equilibrio delle parti. Mentre in The Lady il regista ci mostra con bei montaggi paralleli quello che capita a Suu e come se la passa la sua famiglia dall'altra parte del mondo, in The Iron Lady questo equilibrio praticamente non esiste, tutto a favore della Streep. E forse forse, la scelta di Besson è quella che paga di più in assoluto.
Parliamo degli attori? No, perché non se ne vedono: sono così bravi da far pensare solo al personaggio, lasciando da parte il loro mestiere. Il resto è tutto piacevole, con il regista che fa capolino solo con qualche piccolissimo dettaglio (lo scoiattolo sui fili) che fa sorridere tutti quanti, ricordando che l'ironia non è sicuramente andata persa.
Voto: 8
Davide Mazzocchi



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