Amour

L'unica vera, indiscutibile e devastante domanda che strangola lo spettatore una volta uscito dalla sala è: questo è amore? Mentre si tira in ballo la vita di una coppia attempata, la figlia con una relazione instabile, la musica che scorre dalle mani di un pianista emergente, la quotidianità del cucinare uova à la coque, la malattia e infine la morte. Mentre tutto questo danza sullo schermo, la domanda diventa sempre più pesante. Non importano la trama, la tecnica, la narrazione, ma sono la vita e la morte a prendere il posto dei protagonisti. E infine l'amore (se questo è amore).

C'è amore nei dialoghi che aprono il film (stupendi), così come nel monologo finale. Non nella sostanza, quanto nei toni. Però, nonostante sia stato testimone della storia di Georges e Anne, faccio fatica a digerirla. La cosa che sconvolge è la cronaca di una discesa verso la morte, la testardaggine del marito nel non "lasciare andare" l'amata, quando è chiaramente l'unica cosa da fare. Ma proprio per la mancanza di razionalità si deve dare tutta la colpa la cuore e non alla mente. Amore quindi. Ma amore per chi? Per se stessi? Per la vita? Per un'altra persona? Il regista non lo dice, però decreta qualcosa di intenso: l'amore può essere l'inizio, ma anche la fine di tutto.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

2 commenti:

  1. Haneke ha intitolato la pellicola Amour, secondo me, non tanto per l’amore tra i due protagonisti (che comunque è indubbiamente presente, solo in una visione d'amore "alla Haneke", regista cioé di uno dei film più crudeli che io abbia mai visto, cioé Funny Games), ma perché qui c’è insita la sua visione d’amore per lo spettatore e per il cinema. Il film cambia registro dopo l’”intrusione” nell’appartamento da parte di Isabelle Huppert, personaggio morale che rivendica il diritto dello spettatore al “vedere” ciò che sta succedendo nella camera da letto…da lì si capovolgono i ruoli di rispetto: non più rispetto per i suoi protagonisti, che vengono cinicamente mostrati in condizioni umilianti, ma per lo spettatore.
    O forse neanche per lui, si sente dire, ho letto, forse l'ho anche pensato.
    Lo vuole solo facilmente impietosire? Non ci è dato sapere.
    Io personalmente in sala tutto questo meschino non ce l’ho visto, ma è probabile che sia dato dalla cecità spettatoriale per la perfezione di tutto il resto…
    Un salutone

    Irene (quella di twitter :D)

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  2. Mi fai venire in mente la scena interminabile (iniziale) in cui lo spettatore del cinema è spettacolo per gli spettatori del teatro dentro allo schermo. Ho provato disagio. poi tutto cambia.
    Rispetto a te, non ho trovato l'intrusione un momento di rottura. O forse sì. È proprio da quel vedere che Georges intuisce la verità sulla proprio situazione? Rimanendo fedele a me stesso, ho abbracciato il film e scritto la recensione prima ancora di leggere tutto quello che altri hanno prodotto. Così abbiamo due interpretazioni personalissime, la mia, scritta con lo stomaco e la tua, raffinata ed elegante. Grazie Irene (da twitter :D)

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