Pietà, ovvero Cheonggyechon Style


Mentre il mondo balla al ritmo di Psy che celebra e sfotte il lussureggiante e cafone quartiere di Gangnam a Seoul, a Venezia si premia Kim Ki Duk e il suo Cheonggyechon Style che della hit di Psy costituitsce il terribile, cupo e monocorde controcanto. Ma alla fine, il sempre quello: i soldi e la denuncia dell’effetto che fanno. 
Il quartiere di Cheonggyechon è un agglomerato di officine sgarrupate che sta per essere raso al suolo, probabilmente il suo futuro è Gangnam style. Ci lavorano dei piccoli, spesso pavidi e ridicoli, artigiani, un polo della meccanica che la crisi e anche una certa incoscienza spinge nelle mani degli strozzini. L’esattore è il protagonista, un “diavolo” spietato e privo di emozioni, che non concede proroghe e storpia e mutila le persone con la stessa indifferenza con la quale si affetta un’anguilla o si tira il collo a un pollo.
Se dovessi valutare questo film per come articola e intesse il tema della vendetta, mi limiterei a preferire l’Old Boy di Park. Ma non è la vendetta il tema principale, è il materialismo inteso come completa dissoluzione dello spirito nel corpo, o meglio nella carne, che sta sempre al centro della scena, straziata, affettata, scambiata per soldi, mangiata, grondante sangue o umori. Fuorviante vedervi la solita ideologizzata denuncia del capitalismo. Più corretta una nuova declinazione del nichilismo.

Voto 7: Il Kim Ki Duk anni 00 era meno disperato e lo preferivo
Colin McKenzie

1 commento:

  1. Pietà: Disgustoso dramma familiare del recidivo Kim Ki-duk puntualmente premiato con il Leone d'oro. Una donna ritrova il figlio, sadico esattore di uno strozzino. Chi non paga si vede amputare una mano o vola giù dalla finestra. Il titolo? Sembra l'invocazione della platea dopo il primo quarto d'ora.

    RispondiElimina