A proposito del film dei Coen, perché in fin dell'opera è così che l'abbiamo sentito pubblicizzato ovunque (e non è un caso), se vi è piaciuto, vi prego di smettere di leggere adesso. Ci salutiamo e ci risentiamo al prossimo film.
Bene, ho fatto il mio dovere di ospite, ma rilancio. Il film dei Coen, che per altro ha anche un bel titolo, è un film brutto. Il protagonista è un omuncolo che non ha alcun tipo di spinta verso qualcosa. Il perdente peggiore, di quelli che non riescono nemmeno a lamentarsi (forse perché sanno di essere destinati al fallimento?). È un personaggio che giudica gli altri con una sufficienza meschina senza poi riuscire a raggiungere ciò che gli altri agguantano con un po' di sacrificio. A me piace l'antieroe, ma questo è davvero piccolo. Se poi lo si circonda di persone grottesche (le due cene dai Gorfein) il ritratto è completo. Il fatto che non abbia nemmeno la minima spinta per la sua arte mi fa star male.
Gli altri personaggi, o sono grotteschi o sono ridicoli (la linea grigia che li separa è sottile). L'unico bel personaggio è il jazzista eroinomane. Il solo fatto di parteggiare per lui durante il viaggio in macchina è sintomo evidente del fallimento del protagonista. Ma non è ancora arrivato il peggio.
Al film manca anche una trama. Sì certo, il tecnicismo della trama circolare è lodevole, ma ne parliamo in coda. Mi correggo. La trama c'è, manca la storia. È un continuo trascinarsi da un divano all'altro in una specie di tentativo alla Bukowski triste e stremato. È un ciclico ricadere nei propri errori e fallimenti fino alla fine. Ma ce n'è ancora.
Il film è pretestuoso. Ogni volta che al protagonista succede qualcosa si vede lo zampino di uno scrittore stronzo, pronto solo a mettere il protagonista in difficoltà. Protagonista che non reagisce e non agisce nemmeno per sogno. E quindi il rendergli la vita misera non è nient'altro che un brutto esercizio di stile. Coronato dalla trama circolare, l'unica cosa che ho sopportato.
Ah, c'era un gatto. E grazie a lui abbiamo imbottito il film di citazioni: Capote e Joyce, giusto per non sembrare banali.
Si sente che il film non m'è piaciuto poi molto? Sì, vero? Ma d'altronde è un film dei Coen e parlarne male non si può. A proposito di Davis? Non pervenuto.
Voto: 5
Davide Mazzocchi
Pacific rim e l’imprinting nagaiano
I tempi erano più che maturi affinché la cosmogonia del mecha approdasse al cinema non in anime ma con attori in carne ed ossa. D’altronde il top della tecnologia effettistica digitale è americano e in America i cartoni di Go Nagai non hanno fatto l’imprinting a generazioni di ragazzini come in Italia. Forse nemmeno l’autore Guillermo del Toro si è reso conto dell’importanza dell’operazione, per lui e per molti commentatori di questi giorni Pacific Rim è solo un nuovo episodio del genere kaiju, ormai da tempo (vedi Godzilla anni ‘90) rivitalizzato da Hollywood. Ma per gli attempati ex (molto ex) bambini italiani anni ‘70/‘80 un film così è un evento epocale: Raleigh e Maku che scendono nella testa di Gipsy Danger sono Actarus che si cala in Goldrake; il gomito-pugno aiutato dal reattore è discendente diretto del “maglio perforante”; la spada che esce dal braccio del jeager è la stessa che il Grande Mazinger si estraeva dalla gamba; il raggio sparato dal petto, beh... “attacco solare, energia!”; e quando un kaiju (ciascuno dotato di nome che nello specifico ora non ricordo, come da insegnamento nagaiano) ha la metamorfosi da anfibio a enorme pterodattilo, si intravede la strada da percorrere per i sequel, con i jeager che come per i mecha di Nagai potrebbero (devono!) evolvere tramite nuovi “giocattoli”, tipo le ali che Mazinga Z non aveva e il suo “upgrade” Grande Mazinger sì. A proposito: qualsiasi etimologia vi trovi Google, jaeger deriva da jeeg, non scherziamo!
Colin McKenzie
Voto 7,5: countdown già partito per dei sequel come si deve.
Pacific Rim - Coppa gelato gusti misti
Il fatto è questo: io di robottoni non ci ho mai capito nulla. Ma prima di insultarmi lasciatemi dire la mai. Negli anni '80 ero un ragazzino parcheggiato felicemente dai nonni tutto il pomeriggio e la prima serata. Su qualche emittente privata, sintonizzata sul canale 17, la sera trasmettevano roba giapponese. Di solito c'erano dentro dei robot, di varie forme e dimensioni. A me francamente non importava molto del tipo di robot, la cosa essenziale era che la trama seguisse quella struttura così collaudata.
- Tutti felici e contenti
- Mostro in avvicinamento
- Combattimento con il robot di turno (invariabile mossa finale)
- Tutti felici e contenti (fino al prossimo mostro)
Grazie a questo modo disinteressato di gustarmi i robot, non saprei distinguere il Daitarn da un Gundam o da un (che so?) Voltron. Credo che lo stesso sia successo al buon Guillermo, regista di Pacific Rim. Questi robottoni hanno tutti quello che avevano i loro antenati: un bel minestrone (ma dato il periodo meglio parlare di coppa gelato) gusti misti.
Il film conferma varie idee che mi stanno girando in testa:
- Il livello tecnico non è più un problema. I mostri che ho visto in sala sono più plausibili e verosimili di certe facce che mi girano attorno.
- La trama conta poco, basta che si parli almeno una volta di ambientalismo e una volta di clonazione (prego vedersi la produzione recente di fantascienza Oblivion, After Earth per dire)
- L'impressione generale è sempre quella di trovarsi di fronte a un ottimo mix (meravigliosamente confezionato) di cose già viste e fuori tempo massimo. Qui per dire hanno fatto il mischione tra il Gundam (con una spolverata di Evangelion) e Godzilla.
Ma deve essere chiara una cosa: non è stato affatto male, anzi io l'avrei preferito ancora più "ignorante". Botte da orbi per due ore. Sarei stato certo più contento, a patto che alla fine tutti fossero felici e contenti...
... in attesa della prossima apocalisse.
Voto: 6
Davide Mazzocchi
Star Trek visto da chi non capisce
Ci sono due scene nel film che mi hanno spiazzato. Non tanto per il contenuto ma per la mancanza di qualcosa. Per farla breve:
- Scena d'apertura. Kirk e Spock che ne stanno facendo di ogni (ma si può direi in italiano?) sul pianeta di trogloditi e a un certo punto l'Enterprise salta fuori dall'oceano.
- Scena verso il finale in cui Spock mena le mani su un mezzo volante a velocità folle e lui e il suo nemico saltano ovunque.
Non trovate che manchino un paio di elementi? Su, fate uno sforzo e pensateci un po'. Lo so che ci state arrivando anche voi. Vi ha stupito non vedere il Millenium Falcon uscire dall'acqua vero? E il fatto che il combattimento fosse a mani nude e senza spade laser. Dai, non fate quella faccia lì, lo sapete che ho ragione e che in fondo nessuno ha il coraggio di dirlo.
Lo dico io allora. Questo Star Trek è tutto ciò che i nuovi Star Wars avrebbero dovuto essere. Ok l'ho detto, liberi di dissentire, ma rispettate almeno il coraggio.
Fatto sta che siamo andati a vedere un ottimo film di fantascienza con continui colpi di scena, con un nemico vero e bello, con l'azione, con le astronavi (e che astronavi!), con la diplomazia, con i personaggi, quelli che piacciono a noi, quelli con lo spessore che meritano. Kirk, signori, Kirk è un ottimo personaggio perché ispira carisma e fiducia. Se lui dice che c'è da andare si va e basta. Spock è ottimo e completa il quadro famigliare. Mi è piaciuto, ma davvero tanto e io di Star Trek non ci capisco nulla. Ma mi è piaciuto così tanto che il suo ricordo è riuscito a farmi sopportare tre ore di Superman, visto subito dopo per la felicità del botteghino, in una serata di delirio collettivo. Ma questa è un'altra faccenda.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
After Earth - Boh, non so, non saprei...
Una regola che mi sono imposto è di parlare di qualcosa solo dopo averla capita. Per me After Earth è rimasto un mistero fino a pochi minuti fa, e sono passati quei cinque giorni dalla visione. Non è la trama a mettermi in difficoltà, nemmeno l'ambientazione. La cosa difficile è stata capire il rapporto tra me e il film.
Due episodi: uno appena usciti dal cinema, l'altro il giorno dopo. Ve li riporto così come sono capitati.
Titoli di coda, un tentativo di applauso di qualche buontempone, mi alzo e mi aggrego al coro dei delusi. Con il mio gruppo formo il solito cerchio appena fuori dalle porte del cinema e do inizio alla sessione di commenti. Di solito sono quello più chiassoso e chiacchierone: per me il film è (o crea) un legame emotivo, se tocca le corde giuste, le mie intendo, allora avrà fatto centro. Volano vari aggettivi ed epiteti più o meno amichevoli nei confronti di regista e scrittore (Shyamalan e Smith). Io ascolto e quando gli altri mi guardano per sentire un parere, eludo con un "non so... boh... non saprei."
Il giorno dopo. Siamo in ballottaggio per la recensione. Mi chiedono: "La fai tu?" "Ok, ho un paio di idee per farla. Ci penso su e in serata la scrivo." Le idee sarebbero state queste:
- Sfoderare il sarcasmo delle migliori occasioni e svuotare il caricatore con una mitragliata di critiche su tutti quanti, me stesso compreso.
- Raccogliere la sfida e trovare tutto quello che di bello il film mi ha offerto, pur scrivendo ben chiaro che il film ha fallito.
La capite la faccenda? Era un altro "Boh... non so... non saprei..." Ma adesso ho capito.
Erano gli anni '80, di certo, e io scrivevo a malapena il mio nome. Non ricordo l'emittente, ma credo che settimanalmente dessero in televisione dei film prodotti dalla Disney per il mercato Home Video. In questi film i protagonisti erano invariabilmente bambini e la struttura della trama era quella classica: Presentazione della situazione, conflitto e presentazione del "cattivo", sviluppo del conflitto, vittoria sul cattivo, grasse risate.
È questa la chiave, ed è per questo che il film ha un che di "già visto", proprio perché la stessa trama l'avrò goduta centinaia di volte seduto nella piazza sinistra del divano (il mio posto storico) davanti alla tivù. Per questo non riesco a cassare il film anche se lo meriterebbe.
Sentite, facciamo così: non gli metto nemmeno il voto (per la gioia dell'editor), ma voi non andate a vederlo, recuperatevi magari un vecchio film Disney, un nipotino piccolo e passate un pomeriggio a farvi due risate e a godervi dei bei ricordi. Affare fatto?
Davide Mazzocchi
Il terzo Hangover fa sempre ridere
C’è sempre un dubbio che attanaglia lo scrupoloso recensore di un threequel, che è il sequel di un sequel, detto anche "triquel" o "trequel": il film va valutato come opera a sé o nel contesto della serie? Chiedete un parere a un amico che ha appena visto un sequel, o un trequel, o un quaterquel (quest’ultimo, pronunciabile correttamente solo da Paperopolesi, è un neologismo mio e me ne scuso). Nel 90% dei casi non darà un parere sul film in sé, e nell’85% tutto ruoterà attorno all’assioma che il film, rispetto al primo della serie, è una ciofeca (o sinonimo più o meno volgare). Spesso il sequel è quello MOLTO deludente. Del trequel invece di si dirà che va beh, non è all’altezza del primo (che resterà inarrivabile), ma è sempre meglio di quella ciofeca del sequel. Dal quatertel in poi si resterà nel limbo del non classificabile, della roba per fanatici di genere.
Per fortuna Una notte da leoni non è una saga fantasy, non è una serie di fantascienza, né di thriller, né di noir, né di azione, né di storia. È commedia, roba leggera, senza ansia da prestazione estetica. Così posso limitarmi a dire che il trequel mi ha procurato delle grasse risate, come speravo, così come mi era capitato per il primo, così come per il sequel. Per le commedie è spesso così, vedi ad esempio la saga di "Amici miei" o di "Brancaleone da Norcia".
La novità, rispetto agli episodi precedenti, sta nell’intreccio, non più incentrato sull’"hangover" post addio al celibato di un gruppo di amici come contesto di una spasmodica indagine a ritroso su cos’hanno combinato sotto l’effetto della "droga dello stupro". Stavolta Stu, Alan e Phil dovranno andare alla ricerca dello scombinato gangster cinese Chao, abbonato ai bagagliai delle auto guidate dai 3 e tra i personaggi più riusciti della serie. Non temete, comunque, quando meno ve l’aspettate l’hangover salterà fuori anche stavolta, e sarà da sganasciarsi. Così come non deluderà Alan, il vero eroe della serie, posseduto dal fanciullino stronzo (altro che Pascoli). Da un possibile ricovero in un rehab, tra dialoghi surreali e spassosi, il nostro arriverà ad incontrare la donna della sua vita. Immaginatene l’identikit.
Voto 7: Per chi apprezza il lato comico dei sensi di colpa post sbronza
Colin McKenzie
La Grande Bellezza è una perla rara
Considero Louis Ferdinand Céline il miglior scrittore del ‘900, ma come citazione iniziale per questo film avrei visto meglio un aforisma Wildiano sull’inutilità della vera arte. Perché "La grande Bellezza" più che un viaggio è una visita guidata da un brillante e attempato giornalista mondano di nome Jep Gambardella a un giardino zoo(antropo)logico allestito dal talentuoso architetto Paolo Sorrentino.
C’è la performer cialtrona e afasica che inconsapevolmente realizza l’ossimoro "bush comunista" (sul come, si rimanda alla visione); c’è la bimba prodigio che se opportunamente maltrattata può trasformarsi in una Jackson Pollock del 2000 e c’è pure il Pollock lanciatore di coltelli; c’è il fotografo facebookaro che espone le istantanee di se stesso dalla nascita al giorno presente. Tutto un bestiario che Gambardella racconta e satireggia per lavoro. Per diletto, oltre a concedersi una casa con vista sul Colosseo (lo spirito dell’ex ministro Scajola aleggia e alla fine si manifesta), la visione riservatissima e ad libitum di capolavori del passato come la Fornarina o semplicemente un’alba meravigliosa, può frequentare quella che una volta si sarebbe chiamata "la bella società", che del medesimo zoo è un ulteriore padiglione che ospita ricche milf milanesi tanto accessibili quanto noiose, madri apprensive di figli schizzati, poeti silenziosi e ossessivamente innamorati di direttrici nane di giornali scandalistici, nobili a noleggio per serate come fossero ex concorrenti di reality, potenti cardinali con la logorrea culinaria, pubbliciste politicamente impegnate dall'enorme ego (meravigliosamente demolito da Jep in una delle scene più memorabili), patetici artisti wannabe di provincia, spogliarelliste attempate e veraci, ex star televisive cocainomani, un padiglione pettegolo, festaiolo e consapevole della propria pochezza spirituale.
Solo la vera bellezza, rara e sommersa sotto il cumulo di vacuità di cui è fatta gran parte della vita, può salvarci. La guida lo trasmette in vari modi ai visitatori dello zoo seduti davanti allo schermo, come nella sequenza della lezione di comportamento ai funerali, lui lo sa da sempre, glielo ribadisce a modo suo una Santa centenaria che si nutre di sole radici. Lo sanno pure le giraffe e i fenicotteri. Lo seppe Jep diciottenne fissando il suo primo amore, al mare. Ogni sequenza, dalla più banale a quella più virtuosistica, trasuda di aspirazione alla bellezza.
Giunto a 65 anni, lo scrittore declassato a giornalista di costume realizza che non ha più tempo da perdere in cose che non gli va di fare. Prendetelo come un consiglio senza età e senza tempo: se non vi piacciono i film in cui l’estetica surclassa l’azione, meglio non andare a vederlo. In caso contrario, non perdetevelo.
Voto 9. Il grande Cinema si può e si deve fare anche in Italia.
Colin McKenzie
Il Grande Gatsby
Tutto comincia con la notizia, ormai più di un anno fa: "Lo sai che fanno il grande Gatsby al cinema?" Lì per lì la cosa non mi ha sconvolto, sono andato a vedere il cast e ho deciso che questo film avrebbe avuto delle serie possibilità di piacermi. Poi è arrivato il trailer. È stato quello a sconvolgermi. Non tanto la zebra nella piscina, quella fa parte dell'esagerazione, mi hanno sconvolto la luce verde ammiccante, di là dalla baia e soprattutto il manifesto dell'uomo con gli occhiali.
Riuscite a capire la grandezza del gesto? Quella è stata una dichiarazione di intenti mica da ridere. Il regista stava parlando con me, con fare beffardo: "Guarda, ho preso uno dei tuoi libri preferiti e ci ho fatto un film. Guarda cosa ti metto nel trailer." Avrebbe potuto mettere di tutto, perché quindi mostrare quei due elementi? Per sfidarmi, ecco perché. Ho contato i giorni, le ore e gli attimi che mi separavano da Natale, prima data d'uscita del film, ma ecco che al posto di Gatsby mi tocca vedere un hobbit che vaneggia. Un duro colpo, lo ammetto, incassato con dignità e contegno. Mi sono limitato a imprecare per qualche ora e a piangere per pochi minuti. Trascorrono mesi senza senso quanto i film proposti in sala, ma finalmente arriva il giorno.
Di solito la evito, ma per questo film la prima visione mi sembra azzeccata. Mi accaparro un posto laterale in terza fila e mi gusto il film in diagonale. Il regista ammicca ancora e mi dà il benvenuto con queste parole:
Negli anni più vulnerabili della giovinezza, mio padre mi diede un consiglio che non mi è mai più uscito di mente. "Quando ti vien voglia di criticare qualcuno" mi disse "ricordati che non tutti a questo mondo hanno avuto i vantaggi che hai avuto tu".
Non c'è bisogno di altro: ho capito. Questo, semplicemente non è un film e non va guardato come tale, questo è un tributo. Se non avete letto il libro guarderete il film senza poterlo realmente assaporare, perché il film da solo non vuol dire assolutamente nulla. Serve aver amato le parole di Fitzgerald che descrive la purezza di un sogno e la tragedia della sua distruzione. Senza queste parole, le immagini non servono a nulla e il regista questo lo sa. Infatti si mette da parte e si inginocchia come se fosse al cospetto di un dio. Tutto è perfetto proprio perché nulla è stato cambiato (ok, qualcosina, marginalmente). L'aver colto tutti i significati del libro è stato un gran colpo. A cui si aggiunge la sorpresa di vedere le terribili parole del finale danzare sullo schermo luminose e leggere. In quel momento, lo confesso, mi sono commosso.
Grazie Baz, davvero, per non aver fatto a pezzi questo libro.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Iron Man 3 e Zero Dark Thirty: l'America che non ti aspetti
La faccenda è sempre la stessa. È da una vita che va così e ve la spiego velocemente: c'è un cattivo che minaccia una grande nazione e fino a un certo punto riesce a creare un clima di terrore e ad averla vinta, ma la grande nazione gli sguinzaglia contro un supereroe volante o i servizi segreti e alla fine il cattivo deve farla finita. D'altronde comandare una rivoluzione con un proiettile in testa è anche abbastanza dura.
La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.
La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?
E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.
Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.
Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi
La solita faccenda ce la raccontano due film che in definitiva non c'entrano nulla un con l'altro, ma hanno tutto in comune da sembrare quasi studiata. Parliamo della nuova pellicola di Iron Man, arrivata alla terza fatica e di Zero Dark Thirty, di quella Bigelow che ultimamente ci dà dentro con il problema Mediorientale. Da una parte l'uomo d'acciaio, dall'altra una donna che non ha nulla da invidiare al playboy volante per determinazione. Due protagonisti che hanno in comune tra l'altro la solitudine. Perché se da un lato il buon vecchio Stark è persona sociale e mondana, si ritrova comunque a combattere sempre da solo. Così come la rossa Maya, agente CIA alle calcagna del vecchio Bin, che di sociale non ha nulla. La solitudine dell'uomo all'ombra della grande nazione, fatta di politicanti che non agevolano nulla e che insomma quasi quasi sembrano contenti che ci sia un cattivone da qualche parte.
La politica come struttura ormai marcia, corrotta, putrida. Mentre in Iron Man l'accusa è palese, in Zero Dark viene dipinta come un colosso di cera che fatica a muoversi, rosa da scontri e battaglie intestine piuttosto che tesa al bene della collettività. Chi ha pensato a Zero Dark come all'esaltazione dell'America sbaglia e di grosso. Io non la vedo così, o meglio, se è questo ciò di cui essere orgogliosi, stiamo freschi. Ormai gli USA non sono più gli eroi in tuta attillata che arrivano e salvano la situazione. Arrancano, sono vittime di continui attacchi (tralasciando gli alieni, naturalmente, in quel caso ci hanno difeso davvero egregiamente, grazie zio Sam). Vittime della loro stessa fame di potere e della loro ingordigia. Se lo dice un film drammatico e lo ribadisce un film d'azione qualcosa deve pur esserci sotto no?
E infine, la vittoria che in qualche modo annienta i due protagonisti. Iron Man se ne esce con una frase e un finale che hanno del patetico. Caro Tony, se hai bisogno di convincerti di essere Iron Man, allora caro mio è meglio se appendi l'armatura al chiodo. Così come Maya, dipinta come un'ossessionata vittima del suo stesso successo (missione compiuta e mental breakdown potente). Insomma, signori, il cinema sta parlando del fallimento degli Stati Uniti che sono ormai diventati un enorme e bolso gigante di argilla che va in giro ad attaccar briga.
Dei due film, molto meglio Zero Dark Thirty che almeno ha una trama che non fa acqua. Iron Man ce lo vogliamo dimenticare al più presto.
Voto: 4 (Iron Man 3), 8 (Zero Dark Thirty)
Davide Mazzocchi
Anna Karenina - Una risposta
Un film che trae origine da un libro non può di certo restare esente dal confronto tra le due opere. Ecco forse perché, pur avendolo apprezzato molto, mi manca parte del tuo entusiasmo. Si potrebbe forse dire che il film sia un crescendo. Vediamo se mi spiego.
Il Bello
Un turbine di colori, movimenti ritmici e ripetitivi, vestiti e accessori ricchi di luce. Bellissimo? Eppure inizialmente quasi infastidisce l’eccesso delle mosse innaturali dei personaggi e il loro abbigliamento perfetto e perfettamente adatto all'ambiente in cui si trovano. Pare troppo per una storia che, nella sua versione originale, era invece intrisa di pacatezza.
Non è nemmeno facile abituarsi alla scelta del teatro nel film. Eppure ha molto senso, in quanto da un lato ne esaspera i valori estetici, e dall'altro ammorbidisce alcuni bruschi passaggi che in una tradizionale sceneggiatura cinematografica lascerebbero delle fastidiose lacune.
La Passione
Col procedere del film l’estetismo, che pareva fine a se stesso, si smorza, o forse ci si abitua, o forse se ne capisce il senso. Così ogni mossa, ogni abito, ogni gioiello, ogni espressione iniziano a trasmettere i sentimenti e la passione.
La passione di Anna e il suo tormento interiore; Dolly e il suo profondo dolore per tradimenti subiti dal marito che ama; Kitty e i tormenti di un’adolescente innamorata che culminano e si contrappongono ad una serenità ritrovata in qualcosa che, seppur semplice, non manca di passione; Levin e la sua chiara distinzione tra giusto e sbagliato; Oblonsky e la sua leggerezza e simpatia; Karenin e la sua infinita e insopportabile bontà cristiana; Vronsky e la sua totale incapacità di trasmettere alcun sentimento al lettore/spettatore; l’amore fraterno, la dedizione verso i figli.
Tutto è rispettato e perfettamente trasmesso dagli attori, nelle loro movenze e nei loro sguardi, che tuttavia non possono avere la stessa profondità di una descrizione letteraria.
Anna
Anna è la vera protagonista di questo film (forse più che nell’opera di Tolstoj). Di lei mi sono mancate solo le morbide forme e le piccole manine.
Aliena B.
Anna Karenina
Sai, una cosa che mi piacerebbe tantissimo è essere intervistato appena fuori dalla sala. Perché è in quell'esatto momento che le emozioni non hanno ancora ceduto il passo alla razionalità e proprio allora sono anche dotato di un sarcasmo pungente: lo stato migliore per scrivere. Non dovrei mai tornare a casa subito dopo la visione, dovrei sedermi da qualche parte a buttare giù la recensione punto e stop. Ma visto che questo lusso non me lo concede mai nessuno, mi intervisto da solo.
"Piaciuto?"
"Capolavoro. Davvero, capolavoro! Non sto scherzando, non sono ironico, domani torno a vederlo, promesso, se ho la serata libera, torno qui e lo riguardo." Fingete che sia appena uscito dal cinema.
"Lo rivedresti ancora?"
"Sì, sì, assolutamente, ma tu l'hai visto? Ma hai idea di com'è fatto?"
"L'ho visto anche io, un buon film, ma non mi aspettavo questo entusiasmo. Come mai?"
"Ma perché sì, perché è fantastico, costruito alla perfezione, no dico, hai presente la scena del ballo? È la scena più bella di tutto il film, perfetta, sopra ogni cosa. Perché di balli ne abbiamo visti molti, ma questo è straordinario. Loro due che volano, le note del valzer che saturano l'aria e poi la luce, loro due da soli e gli altri immobili e il teatro. Sai cosa ti dico? Che finalmente l'ho capita."
"Cos'hai capito?"
"La danza, ma mi stai ascoltando? La danza, il turbine, la bellezza, l'amore, i simboli. Il film è tutto costruito su questo canone. Prova a dire che è puramente estetico, ma prima telefona al dentista perché avrai bisogno di due denti nuovi."
"Perché, non lo è?"
"Lo è, anzi no, non è puramente estetico, è perfettamente simbolico. Anche la faccenda del teatro, il dramma, la commedia, la farsa, la tragedia di una vita vanno in scena sul palco mentre i segreti stanno dietro le quinte. Le hai notate le riprese dietro le quinte no? Se così non fosse, domani lo riguardiamo insieme e ti insegno come si fa ad andare al cinema."
"Ma io vado al cinema da quando sono piccolo."
"Si vede che ci vai con l'auto e non con il cuore. E poi lei, hai visto come sorride? No, dico, l'hai vista? Lei è divina e credo di essermi innamorato del suo sorriso. Di lei, del suo demone, dei suoi abiti, della sua morte. La perfetta falena."
"E lui?"
"Un cialtrone che non sfugge alla descrizione iniziale. Bravo anche il marito, bravi tutti, ma soprattutto chi ha scritto la sceneggiatura. Un genio."
"Addirittura?"
"Sì, perché è riuscito a fare un musical senza far cantare nessuno. Un genio, come ti dicevo. Ma senti, grazie per l'intervista. E per la compagnia, ma adesso devo proprio scappare, ho un sacco di idee e devo scrivere una recensione. Alla prossima."
"Aspetta, un'ultima cosa. Dimmi una frase del film che ti ha colpito."
"Ed era amore? È sempre amore."
Mi volto alla ricerca della macchina e scappo a casa, lasciando che i pensieri si trasformino in sogni e viceversa.
Davide Mazzocchi
Voto: 9
Cloud Atlas
- Riguardare il film
- Andarsi a leggere il libro
Perché in definitiva il film in qualche modo fallisce (o raccoglie un successo estremamente valido) lasciando lo spettatore con una montagna di domande. La scenetta è stata più o meno questa: sei persone (tra cui io, scosso) piantate davanti all'uscita del cinema che cercano di stirare le pieghe della trama e capire come si indossa il vestito cucito dai Wachowski.
Il mio primo sospetto lo metto nella traduzione dalla carta alla pellicola. Però state a sentire cosa dice l'autore del libro in questo articolo.
Adaptation is a form of translation, and all acts of translation have to deal with untranslatable spots. Sometimes late at night I'll get an email from a translator asking for permission to change a pun in one of my novels or to substitute an idiomatic phrase with something plainer. My response is usually the same: You are the one with knowledge of the "into" language, so do what works. When asked whether I mind the changes made during the adaptation of "Cloud Atlas," my response is similar: The filmmakers speak fluent film language, and they've done what works.
Per chi non sapesse l'inglese, in sintesi: lascio la traduzione a chi conosce meglio il linguaggio di destinazione, perché sa cosa sta facendo. Fiducia al traduttore da parte dell'autore.
Per chi non sapesse l'inglese, in sintesi: lascio la traduzione a chi conosce meglio il linguaggio di destinazione, perché sa cosa sta facendo. Fiducia al traduttore da parte dell'autore.
Nonostante il parere informato del mio omonimo scrittore, la penso in modo diverso. La narrazione parallela che propongono i creatori di Matrix non funziona del tutto. I due punti chiave che non vanno sono nella costruzione della tensione e soprattutto nel finale (nei finali). La mia aspettativa, lo confesso, era di vederli tutti collegati in modo forte, fortissimo, con un colpo di scena da maestro. Invece mi sono guardato sei storie spezzettate che hanno in comune cose piccole come bottoni, pagine e poco altro.
L'idea, il messaggio, ciò che fai adesso vivrà nel tempo e influenzerà i mondi futuri, è appena accennato, sottinteso, manca di collante e coesione. Un peccato, perché l'esperimento è ardito, audace. Fosse una partita di calcio questa sarebbe un'ottima azione finita sul palo sinistro.
Bisogna anche dire che il film fa ciò che avevo supplicato dopo la visione di Prometheus: dà vigore dalla buona vecchia fantascienza.
Voto: 7 per l'intento e per le proporzioni della sfida.
Davide Mazzocchi
Le 5 leggende
Coincidenza o no, la visione delle 5 Leggende è arrivata insieme al freddo polare: il clima ideale per chi ha voglia di coccolarsi con il tepore della sala e una bella sciarpa calda. Il film in sè è una bella termocoperta emotiva, ricamata con le note figure del folklore più o meno generale sotto la direzione di un Babbo Natale dal retrogusto russo. Dal trailer si intuisce una sorta di favolona natalizia e il film conferma l'idea.
Ma lo sapete qual è il vero problema? Che per parlare di questo film servono due persone con competenze assolutamente diverse. Una, che posso fare io, che sappia scrivere e l'altra, preferibilmente di 5 anni (e non di più) che sappia guardare e vedere al di là degli effetti speciali la vera natura del film. Per confondere ulteriormente le idee io vi tiro in ballo Neverland. Per riassumere, Barrie porta a teatro il suo Peter Pan e fa riservare dei posti, sparpagliati in platea, per dei bambini che interagiscono con gli attori. Il risultato netto è che tutti gli adulti riescono ad apprezzare la commedia assaporandola con gli occhi dei bambini. Le 5 Leggende va visto così: dovete andare al cinema con un nipotino, con vostro figlio, con il cuginetto, perché sarà la sua felicità a rendere diversa la vostra serata.
Poi ok, ci sono gli effetti, il 3D (che mi ha stupito davvero), la storiella, il cattivo, l'amicizia, il tradimento, tutto quello che volete, ma non tentate di giudicare un film del genere se pensate che un cucchiaio non possa più trasformarsi un aereo.
Voto: Sarebbe una contraddizione metterne uno, non pensate?
Davide Mazzocchi
Di nuovo in gioco
È andata così: io volevo andare a vedere Cogan, ma poi l'influenza mi ha piegato in quattro. Alcuni giorni di reclusione e spremute d'arancia in un limbo fatto di ottimi libri e febbre alta. Così Cogan, unica proiezione al cineforum, se n'è andato, ma questa è un'altra storia. Appena ripreso decido per una serata fuori, tanto per ricordarmi che odore ha l'aria. La scelta è Alì ha gli occhi azzurri, italiano, con intenti precisi di analisi di certe situazioni sociali. Credo.
La serata l'abbiamo organizzata a metà: delle due abbiamo indovinato il titolo e sbagliato l'orario. Quando ci siamo presentati inn biglietteria, il film veleggiava verso il suo secondo quarto d'ora. Colpa nostra (mia, soprattutto) e del fidarsi della consuetudine. Con le scelte ridotte all'osso, abbiamo evitato il cineantipasto (preludio di una serie di cinepanettoni tricolori), è rimasto solo il film con il vecchio.
Tutti sanno che io Clint Eastwood non lo amo particolarmente, e parlo di entrambi i lati della cinepresa. Però questa volta non mi è dispiaciuto. Fa la parte del vecchio burbero con qualche acciacco e un po' più tenero del solito. Certo non una cosa originalissima, ma almeno piacevole. Il film parla del baseball, in qualche modo, del rapporto con la figlia, troppo letterale, con colpo di scena finale che in fondo non aggiunge molto al ruolo di genitore come personaggio.
Commediola agrodolce e prevedibile che però ha salvato una settimana partita male sotto ogni aspetto possibile e immaginabile. Decisivi i commenti dei vicini di poltrona.
Voto: 6
Davide Mazzocchi
Amour
L'unica vera, indiscutibile e devastante domanda che strangola lo spettatore una volta uscito dalla sala è: questo è amore? Mentre si tira in ballo la vita di una coppia attempata, la figlia con una relazione instabile, la musica che scorre dalle mani di un pianista emergente, la quotidianità del cucinare uova à la coque, la malattia e infine la morte. Mentre tutto questo danza sullo schermo, la domanda diventa sempre più pesante. Non importano la trama, la tecnica, la narrazione, ma sono la vita e la morte a prendere il posto dei protagonisti. E infine l'amore (se questo è amore).
C'è amore nei dialoghi che aprono il film (stupendi), così come nel monologo finale. Non nella sostanza, quanto nei toni. Però, nonostante sia stato testimone della storia di Georges e Anne, faccio fatica a digerirla. La cosa che sconvolge è la cronaca di una discesa verso la morte, la testardaggine del marito nel non "lasciare andare" l'amata, quando è chiaramente l'unica cosa da fare. Ma proprio per la mancanza di razionalità si deve dare tutta la colpa la cuore e non alla mente. Amore quindi. Ma amore per chi? Per se stessi? Per la vita? Per un'altra persona? Il regista non lo dice, però decreta qualcosa di intenso: l'amore può essere l'inizio, ma anche la fine di tutto.
Voto: 8
Davide Mazzocchi
Pietà, ovvero Cheonggyechon Style
Mentre il mondo balla al ritmo di Psy che celebra e sfotte il lussureggiante e cafone quartiere di Gangnam a Seoul, a Venezia si premia Kim Ki Duk e il suo Cheonggyechon Style che della hit di Psy costituitsce il terribile, cupo e monocorde controcanto. Ma alla fine, il sempre quello: i soldi e la denuncia dell’effetto che fanno.
Il quartiere di Cheonggyechon è un agglomerato di officine sgarrupate che sta per essere raso al suolo, probabilmente il suo futuro è Gangnam style. Ci lavorano dei piccoli, spesso pavidi e ridicoli, artigiani, un polo della meccanica che la crisi e anche una certa incoscienza spinge nelle mani degli strozzini. L’esattore è il protagonista, un “diavolo” spietato e privo di emozioni, che non concede proroghe e storpia e mutila le persone con la stessa indifferenza con la quale si affetta un’anguilla o si tira il collo a un pollo.
Se dovessi valutare questo film per come articola e intesse il tema della vendetta, mi limiterei a preferire l’Old Boy di Park. Ma non è la vendetta il tema principale, è il materialismo inteso come completa dissoluzione dello spirito nel corpo, o meglio nella carne, che sta sempre al centro della scena, straziata, affettata, scambiata per soldi, mangiata, grondante sangue o umori. Fuorviante vedervi la solita ideologizzata denuncia del capitalismo. Più corretta una nuova declinazione del nichilismo.
Voto 7: Il Kim Ki Duk anni 00 era meno disperato e lo preferivo
Colin McKenzie
Candidato a Sorpresa
Attirati da un trailer piuttosto divertente siamo caduti nella tentazione di farci due sghignazzate con il Candidato a Sorpresa. Ed è più o meno tutto qui, due risate in leggerezza e null'altro.
Un film che non ha alcuna pretesa (o se ne ha, sono piuttosto modeste) se non quella di mostrare per l'ennesima volta il buon vecchio Zach Galifianakis nel solito ruolo dello strambo ingenuo e pasticcione. Il personaggio è talmente sperimentato che non ci si preoccupa più nemmeno di caratterizzarlo, tanto alla fine lui qualche risata la sa tirare fuori. L'altro, Will Farrell, è un buon "cattivo", insomma la coppia funziona.
Fa pensare però la tendenza: non è il primo film politicamente scorretto che esce in sala di recente e che in qualche modo critica pesantemente un sistema. Abbiamo visto il Dittatore qualche tempo fa e pare che questo Candidato sia una specie di copia: situazioni assurde e vigliaccate che portano a un discorso finale di critica. Guardandolo viene in mente anche Le idi di marzo, giusto per analogia di temi trattati, ma non si può nemmeno pensare un confronto.
Voto: 6 simpatico senza impegno, leggero. Mette a nudo qualche magagna per lo più nota a tutti.
Davide Mazzocchi
Prometheus
Ogni tanto la Fantascienza torna in sala e, dato l'evento, tutti accorriamo augurandoci di vedere qualcosa di nuovo. Perché in fondo è proprio questo, la fantascienza, è esplorazione, novità, stupore, voglia di andare oltre. Ci si illude sempre di essere scossi e bacchettati un po', si vuole guardare avanti, nel futuro, per capire il presente. Ma purtroppo troppe volte c'è la solita nave spaziale, con il suo equipaggio malmesso che fa una brutta fine.
La fantascienza di oggi sono i supereroi, sono i film spettacolari con gli effetti grossi, quelli che devi vedere nella sale giuste con l'audio a palla e Prometheus non fa differenza. È la solita fantascienza di oggi che non stupisce se non per l'incredibile realismo degli effetti speciali. Questo ultimo lavoro di Scott non è un brutto film, ha dentro elementi interessanti e dialoghi azzeccati, ma ci sono cose che proprio non si possono vedere, ingenuità che lo spettatore di oggi dovrebbe ormai aver assimilato. Secondo voi è concepibile che un gruppo di scienziati, arrivati da due ore su un pianeta sconosciuto, vada nella prima caverna a caso e cominci a togliersi il casco, a toccare ovunque (anche la bavetta che cola dai cilindri). No, non è concepibile che almeno il biologo non dica "Ragazzi, magari c'è qualche batterio stronzo nell'aria e siamo tutti all'obitorio eh."
C'è tutto, in questo Prometheus, il design moderno dei mezzi e delle strumentazioni (forse ormai standardizzato sulla tecnologia touch), c'è il pianeta, c'è l'alieno (anzi due), c'è anche qualche elemento interessante (l'androide David: non è che magari è un giochino al contrario con 2001 Odissea nello spazio?), c'è anche la voglia di proporre il problema della Creazione, e su questo devo dire che l'approccio è stato interessante. Ma questi buoni elementi non riescono a bilanciare a dovere alcune banalità e la prevedibilità generale della trama. La presenza degli Alien, tolto un colpo di scena che terrò per me, non porta niente: sappiamo tutti come va a finire se arriva l'Alien no?
Forse forse, la fantascienza di oggi dovrebbe andare a rileggersi molte pagine che sono state scritte nel passato e svecchiarsi, rinnovarsi, trovare nuove idee. L'astronave non è più un bel personaggio, vogliamo qualcosa di diverso. Perché non portano sullo schermo Treason? Perché la fantascienza non osa qualcosa di nuovo, non è forse il suo compito?
Voto: 6
Davide Mazzocchi
Il Ritorno del Cavaliere Oscuro
Chiariamo subito: questo nuovo Batman è un buon film, è meno bello del precedente, ma conclude degnamente una trilogia che ha più di un merito.
Voto: 8 e così non se ne parla più. Anzi qualcosa da dire c'è.
Uno su tutti: la convinzione che le persone, quegli esserini che popolano le strade di Gotham, siano buone e che meritino quindi una città migliore. La fiducia (quasi) incondizionata nell'animo della popolazione che porta avanti una vita tanto banale quanto unica e bellissima. Tema accennato nel primo film, dimostrato nel secondo e ribadito nel terzo. Quella popolazione che però ha bisogno di qualcosa in cui credere, un simbolo, che l'eroe incarna (e ha incarnato). Una discreta novità narrativa sul tema supereroistico (merito non indifferente).
Sviluppando il tema in tre film, Nolan, ha avuto la possibilità di imbastire un arco narrativo coerente. I temi del primo film sono sviluppati nuovamente nel terzo. Ed è un po' questa la vera sorpresa del "Ritorno". Senza rovinare nulla a nessuno: Bane, il cattivo di questo episodio, nasce sulle pagine del fumetto come nemico a sé stante, idea che viene scardinata riuscendo a dare più profondità a un personaggio su cui non avrei scommesso moltissimo. A proposito...
Batman/Bruce Wayne. Ok lui è l'eroe, il cavaliere, il giustiziere, ma la cosa che mi piace di più di questo Batman è che è ossessionato dal salvare l'anima della città (che gli ha tolto moltissimo) da una parte e conscio del fatto che non potrà essere lui a farlo (bensì la città stessa) nel prossimo futuro (vedersi il secondo film su questo punto).
Ra's Al Ghul: cattivo con principi fermi di giustizia. È il tipico personaggio che non vuole la distruzione fine a sé stessa. Concetto discutibile, ma comunque più interessante del cattivo ignorante.
Scarecrow: simpatico buffone e scheggia impazzita nell'underground di Gotham.
Joker: la follia lucida, la liberazione dell'uomo attraverso l'anarchia, la distruzione delle divisioni. Un concetto al limite, ma non necessariamente sbagliato.
Harvey Dent/Two Face: lu duplicità dell'uomo. La ragione e l'istinto, la giustizia e la rabbia, l'amore e l'odio. Avrebbe potuto essere lui il cavaliere (bianco stavolta) alla guida della città, ma il fuoco se l'è portato via.
Selina Kyle: il volto ancheggiante del cittadino medio che vive per sè stesso ma che alla fine sa cos'è giusto fare. Forse il personaggio meno riuscito, ma comunque apprezzabile.
Bane: l'erede, il protettore di un'idea folle. Completamente cattivo? Certamente no, saldi principi portati avanti senza troppa eleganza e molta violenza.
Il Film
Per chi, come me, ha letto i fumetti (con antagonista Bane) la trama di questo episodio non sarà una sorpresa, anzi. Le perle che Nolan riesce a infilarci, sotto forma di ottimi colpi di scena e personaggi azzeccati (Detective Blake, tanto per dire), sono piacevolissime e danno enorme spessore a un racconto forse scontato. Ritmo stranissimo, che per due ore buone resta costante e fa da colonna sonora alla sistematica distruzione di tutto e tutti; ultimi quarantacinque minuti in crescendo netto. Dialoghi azzeccati, taglienti (Alfred fa un paio di tirate che valgono tutto il film). Azione presente ma non protagonista come negli altri titoli. Presenza di elementi targati DC Comics più importante rispetto ai precedenti titoli. Trama chiusa ma non del tutto: non si può chiudere un personaggio del genere, è economicamente stupido.
Insomma, come dicevo, un buon film. Ottimo se si pensa all'opera nella sua interezza.
Abbiamo parlato dei personaggi, ma secondo voi,
Voto: 8 e così non se ne parla più. Anzi qualcosa da dire c'è.
La Trilogia
Il solo fatto di aver pensato a una trilogia rende il respiro del racconto molto più ampio e crea un ottimo collante tra i tre film. Cosa che le precedenti incarnazioni, così episodiche, non hanno nemmeno tentato. I temi trattati, al di là dell'ovvia lotta tra bene e male, sono interessanti.Uno su tutti: la convinzione che le persone, quegli esserini che popolano le strade di Gotham, siano buone e che meritino quindi una città migliore. La fiducia (quasi) incondizionata nell'animo della popolazione che porta avanti una vita tanto banale quanto unica e bellissima. Tema accennato nel primo film, dimostrato nel secondo e ribadito nel terzo. Quella popolazione che però ha bisogno di qualcosa in cui credere, un simbolo, che l'eroe incarna (e ha incarnato). Una discreta novità narrativa sul tema supereroistico (merito non indifferente).
Sviluppando il tema in tre film, Nolan, ha avuto la possibilità di imbastire un arco narrativo coerente. I temi del primo film sono sviluppati nuovamente nel terzo. Ed è un po' questa la vera sorpresa del "Ritorno". Senza rovinare nulla a nessuno: Bane, il cattivo di questo episodio, nasce sulle pagine del fumetto come nemico a sé stante, idea che viene scardinata riuscendo a dare più profondità a un personaggio su cui non avrei scommesso moltissimo. A proposito...
I Personaggi
In generale i personaggi di tutti i film sono sviluppati piuttosto bene sotto il punto di vista psicologico. Chiara la distinzione tra buoni e cattivi, ma con tante zone d'ombra.Batman/Bruce Wayne. Ok lui è l'eroe, il cavaliere, il giustiziere, ma la cosa che mi piace di più di questo Batman è che è ossessionato dal salvare l'anima della città (che gli ha tolto moltissimo) da una parte e conscio del fatto che non potrà essere lui a farlo (bensì la città stessa) nel prossimo futuro (vedersi il secondo film su questo punto).
Ra's Al Ghul: cattivo con principi fermi di giustizia. È il tipico personaggio che non vuole la distruzione fine a sé stessa. Concetto discutibile, ma comunque più interessante del cattivo ignorante.
Scarecrow: simpatico buffone e scheggia impazzita nell'underground di Gotham.
Joker: la follia lucida, la liberazione dell'uomo attraverso l'anarchia, la distruzione delle divisioni. Un concetto al limite, ma non necessariamente sbagliato.
Harvey Dent/Two Face: lu duplicità dell'uomo. La ragione e l'istinto, la giustizia e la rabbia, l'amore e l'odio. Avrebbe potuto essere lui il cavaliere (bianco stavolta) alla guida della città, ma il fuoco se l'è portato via.
Selina Kyle: il volto ancheggiante del cittadino medio che vive per sè stesso ma che alla fine sa cos'è giusto fare. Forse il personaggio meno riuscito, ma comunque apprezzabile.
Bane: l'erede, il protettore di un'idea folle. Completamente cattivo? Certamente no, saldi principi portati avanti senza troppa eleganza e molta violenza.
Il Film
Per chi, come me, ha letto i fumetti (con antagonista Bane) la trama di questo episodio non sarà una sorpresa, anzi. Le perle che Nolan riesce a infilarci, sotto forma di ottimi colpi di scena e personaggi azzeccati (Detective Blake, tanto per dire), sono piacevolissime e danno enorme spessore a un racconto forse scontato. Ritmo stranissimo, che per due ore buone resta costante e fa da colonna sonora alla sistematica distruzione di tutto e tutti; ultimi quarantacinque minuti in crescendo netto. Dialoghi azzeccati, taglienti (Alfred fa un paio di tirate che valgono tutto il film). Azione presente ma non protagonista come negli altri titoli. Presenza di elementi targati DC Comics più importante rispetto ai precedenti titoli. Trama chiusa ma non del tutto: non si può chiudere un personaggio del genere, è economicamente stupido.
Insomma, come dicevo, un buon film. Ottimo se si pensa all'opera nella sua interezza.
Abbiamo parlato dei personaggi, ma secondo voi,
Expendables 2 - I Protagonisti
Oggi nei cinema statunitensi e italiani esce Expendables 2, seguito del fortunato film uscito due anni fa diretto da Stallone. In questo sequel la regia passa nelle mani di Simon West, Schwarzenegger e Willis espandono i loro cammei diventando veri e propri protagonisti e Chuck Norris entra a far parte della banda. Il cattivo di turno sarà Jean-Claude Van Damme. Insomma tutte le icone dei film d'azione faranno parte del film:
Sylvester Stallone, soprannominato Sly, è principalmente conosciuto per l’interpretazione dei due celebri personaggi Rocky Balboa e John Rambo, entrambi protagonisti di due lunghe saghe cinematografiche iniziate con le pellicole Rocky (1976) e Rambo (1982). Il sito AskMen.com l'ha posizionato al 3º posto nella classifica dei "più grandi attori d'azione del cinema", mentre l'American Film Institute lo posiziona al 7º posto nella classifica dei 100 più grandi eroi del cinema. Nell'ottobre del 1997 la rivista Empire lo posiziona al 92º posto della lista delle "più grandi star del cinema di tutti i tempi".
Arnold Schwarzenegger, sin da giovane si è imposto come uno dei maggiori culturisti del mondo. Affermato uomo d'affari, ha costruito la propria carriera sul suo fisico possente, grazie al quale è entrato nel mondo del cinema. La celebrità gli è derivata dall'interpretazione del barbaro guerriero Conan, al quale ha fatto seguito il primo film della tetralogia di Terminator. Considerato uno degli interpreti più rappresentativi del cinema d'azione statunitense, occupa un posto di rilievo nello star system del cinema americano. Avvicinatosi alla politica nei primi anni novanta, è diventato membro attivo del partito repubblicano. Nel 2003 si è dato alla politica ed è stato eletto governatore dello stato della California. Nel 2006, è stato riconfermato alla stessa carica. Successivamente è tornato al cinema.
Bruce Willis, nato in una base militare tedesca della Germania Occidentale, dopo aver esordito nella serie televisiva Moonlighting (1985-1989), è diventato famoso presso il grande pubblico soprattutto come eroe di film d'azione, partendo dalla quadrilogia di Die Hard (1988, 1990, 1995, 2007). Inizialmente prestatosi alle commedie, si è però anche dimostrato all'altezza in ruoli alternativi e drammatici, come ne Il sesto senso.
Chuck Norris, conosciuto soprattutto perchè molti dei personaggi da lui interpretati costituiscono eroi duri, decisi e coraggiosi ma che sanno anche dimostrare le loro debolezze, tra i quali ricordiamo il reduce del Vietnam James Braddock nella saga di Rombo di tuono, il maggiore e colonnello Scott McCoy nella saga di Delta Force, il Texas Ranger Cordell Walker nella famosa serie Walker Texas Ranger e il campione di arti marziali Colt nel celebre film L'urlo di Chen terrorizza anche l'occidente diretto da Bruce Lee.
Jean-Claude Van-Damme dopo aver studiato intensamente le arti marziali sin dall'età di dieci anni, realizzò un successo nazionale in Belgio come artista marziale e culturista, guadagnandosi il titolo di culturismo di "Mr. Belgium Junior-Overall Winner 1978-1979". Emigrò negli Stati Uniti nel 1982 per intraprendere la carriera di attore, realizzando un successo con Senza esclusione di colpi! (1988), basato sulla vera storia di Frank Dux. Raggiunse diversi successi in termini di incasso, in particolare con Timecop (1994), che ebbe un incasso internazionale di oltre $100 milioni, divenendo il suo film più riuscito dal punto di vista finanziario.
Tutti personaggi pesanti, quindi, ma la vera domanda è: chi è il vostro preferito?
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