The descendants - Paradiso amaro

Lasciamo stare il titolo. Il film si risolve nei primi minuti, il resto è sviluppo sensato. Quel "credono che qui siamo immuni alla vita" è qualcosa di potente, una verità talmente ovvia che fa fatica a essere accettata. Il "qui" intende le bellissime Hawaii (da cui l'orrendo titolo italiano di Paradiso Amaro: non solo è fuorviante, ma è l'esatto contrario di quello che dice il film, forse il traduttore non l'ha visto).

Il tema centrale di tutto il dramma (presentato senza troppi veli) è il cambiamento. Il Cambiamento con la maiuscola, quello vero, quello che arriva all'improvviso e stravolge tutto. Il Cambiamento che spacca le ossa e cancella le cicatrici. La spinta verso   qualcosa, qualcuno, tutto condito con quello sporco affare che è la vita, con la sua quotidianità, gli atti di vendita e acquisto, i giochi dei bambini al mare, la scuola, l'amore e tutto il resto. Qui il Cambiamento è messo in moto dalla morte. La classica scintilla che fa esplodere tutto ma che non è per niente la fine, solo un momento nella vita di molti altri.

Il film ci racconta, e nel frattempo indaga, molti aspetti della vita di una famiglia distrutta. I personaggi raramente saltano fuori con grandi dialoghi ma piangono e sanguinano parecchio. Si cozzano l'uno contro l'altro lasciandosi addosso brutte ammaccature, ma alla fine vanno avanti, non più trainati dalla quotidianità e dall'incomprensione, ma da ben altro. Non ci sono eroi, dei o anime pure, ma solo persone talmente comuni che potrebbero avere le facce dei vicini di casa (al posto di quella del buon vecchio George, sempre in gran forma). E non è amaro, semplicemente vero, perché il finale, che può sembrare banale e scontato, la dice molto lunga. È la vita. Va così, tanto vale volersi bene.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

L'arte di vincere - Moneyball

L'avevo detto che è il periodo dei film biografici. Tra il capo dell'FBI e il primo ministro inglese riesce a farsi strada, sgomitando, questo Billy Bean, ex giocatore di baseball e attuale general manager degli Oaklands Athletics. Un perdente (lo dice anche sua figlia, a suon di musica, accompagnata dalla chitarra ragalatale proprio dal padre) nella pratica, ma un combattente nato. Qualcuno che ha voglia di ribaltare tutto, di mandare gambe all'aria tutti quei vecchi tromboni che pensano di saperla così lunga.

D'altronde c'è da dire che il nostro, con l'acqua alla gola e una voglia matta di vincere qualcosa, ma con pochissimi soldi, si butta a pesce (squalo, nella fattispecie), sul grasso laureato in economia e su quella bella teoria che dà il titolo al film: non l'arte, bensì Moneyball. Facile facile: si mettono tutti i dati di ogni giocatore sulla faccia della Terra dentro a un computer e il baracchino elettronico sputa fuori un numero: quanto il giocatore vale realmente. Dato il punteggio è fin troppo facile comprare i giocatori giusti per i ruoli giusti. Tutto il film è un turbine di trattative, acquisti, contratti e licenziamenti. Non c'è romanticismo, lo sport smette di essere agonismo, dedizione, sacrificio, fortuna. Tutto cessa di esistere di fronte a sua santità la statistica asservita all'econimia.

È proprio di questo che si lamentano i vecchi, ma lo spettatore non può che gioirne. Infatti il regista (un tale Bennett Miller che sa come si fanno i film biografici, vedersi Truman Capote, grazie) prende il punto di vista dei soldi e ci evita tutti quei discorsi appiccicosi fatti negli spogliatoi pre e post partita. Ci risparmia il cameratismo maschile e ci prende a schiaffoni quando le cose vanno male (ma anche quando vanno bene). Inoltre ci presenta personaggi credibilissimi: dei duri che vivono in un mondo fatto da squadre che assomigliano sempre di più ad aziende a cui è consentita la moderna tratta di schiavi. C'è tensione. C'è sempre tensione perché per uno che non conosce il baseball, come chi scrive, la tragedia può essere dietro ogni lancio e la sconfitta è sempre amara. È questo, in fondo, il gusto che ha questo film: amaro. Possiamo anche parlare dell'interpretazione di Pitt (con l'inseparabile sputacchiera) o della fotografia, ma non serve. Ci si alza dalla poltrona meno innocenti e più amareggiati di quando sono partiti i titoli di testa. Ma è un vero piacere, quasi un lusso.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

I peggiori nemici degli innovatori sono sempre i suoi colleghi. Una storia paradigmatica, che va oltre lo sport e si applica a tutti i campi del sapere umano. Memorabile il dialogo finale tra Billy Beane e il presidente dei Red Sox.

Voto: 7,5
Colin McKenzie

In Time

Si va al cinema di lunedì, così per cominciare bene la settimana, ignorando che il martedì di festa ha inondato i corridoi, il bar e le sale di bimbi vocianti tutti apparecchiati da mascherine, felici per l'insolito inizio di settimana. Un avventore del bar, travestito da uomo ragno, grazie all'immolazione del proprio orgoglio e della propria dignità, rende migliore la serata anche agli adulti. Da qui in poi è solo discesa.

In Time comincia in ritardo, le luci si spengono e colgono di sorpresa tutti quanti. Ci manca un po' la trafila di pubblicità e quel paio di trailer digestivi che agevolano la visione del film, ma bisogna accontentarsi. Titoli di testa in stile Matrix, con qualche numero al posto delle lettere, per far capire che il regista/sceneggiatore ha colto i modi e i metodi dei nuovi linguaggi, quelli nati sulla rete o quanto meno per stabilire il genere del film. Ma non fa differenza, tanto non c'entra nulla. Moraletta da quattro soldi, ops, quattro minuti. Sì perché qui la valuta corrente è il tempo. Non si capisce chi abbia introdotto questo sistema e perché sia stato accettato, ma è così. Hai da vivere 25 anni gratis, il resto lo devi guadagnare, questa è la regola. L'idea a pensarci è ottima, degna di un Dick, che utilizzava il paradosso credibile come arma vincente per la sua scrittura. E viene in mente anche un buon Dan Simmons e il suo mezzo romanzo (l'altra metà di Hyperion, credo superflua, non l'ho mai letta) sulle molte facce del tempo. L'idea, appunto, rimane ottima, lo sviluppo è risibile.

La trama, della stessa consistenza dell'elio, assomiglia a un Robin Hood con la predica sempre a portata di mano: uguaglianza, possibilità, darwinismo spietato, capitalisti ladri e via di questo passo. Non sbagliata in sè, ma resa malissimo: ramanzine banali veleggiano su dialoghi puntiformi e vuoti recitati da un Justin Timberlake (che giustifica con quel suo viso rude la presenza in sala di molte giovanissime) dotato di ben due espressioni: con e senza giacca, parafrasando un certo Leone. Dramma di cartone e amore di gomma, sembra tutto finto. Qualche colpo di scena c'è, peccato che lo spettatore alla mia sinistra, assopendosi, se li sia persi tutti. Uno su tutti le automobili elettriche (almeno all'apparenza) che fanno lo stesso rumore di un motore a combustione, tutte prive di sistemi di trazione e frenata assistita. Sistemi di sicurezza capillari e totalmente superflui. Banche svaligiate facilmente da due persone armate di pistola, tipo quelle del far west. Soldati addestrati malamente che si accaniscono sui vetri blindati invece di mirare all'ovvia gomma anteriore sinistra. Incidenti rocamboleschi finiscono con il solito graffio da film di quarta categoria. Stile e design di architetture, automobili e abiti eccellenti, ma già visti nel decisamente migliore Gattaca, dello stesso Niccol.

Tempo perso? Certamente investito male, ma alla fine, dopo un film del genere, due risate in compagnia possono sempre raddrizzare la serata.
Voto: 2
Davide Mazzocchi

Una bella idea non basta per fare un buon film.
Voto: 8 (per l'idea), 2 (per il resto)
Paolo Delledonne

Inquietante l'idea di vivere in simbiosi a un cronometro. Una continua maratona contro il tempo.
Voto: 6
Andrea Carratta


Action-distopia abborracciata per i nostri contemporanei indignados, con qualche piccola chicca: "Chi viene dal ghetto è sempre di corsa."
Voto: 5, grazie a questa frase e pochi altri spunti.
Colin McKenzie

The Help - manichini parlanti e altre faccende

Nel giorno di San Valentino, ormai più famoso per le offerte di piani tariffari telefonici che per l'amore, il consueto cineforum propone con entusiasmo pacato The Help (caldeggiato via Twitter anche dalla buona Katy Perry). Basato su un romanzo di Kathryn Stockett, e reinterpretato da Tate Taylor, questo film ha pesantemente sbilanciato la sala verso il lato femminile della platea, che in ultima analisi sembra aver abbastanza gradito il lungometraggio, se non nella sua interezza, almeno nell'insieme delle parti: la bimba bionda che ripete una litania salvavita, la vendetta delle oppresse, la sala da bridge con tè e biscotti.

Siamo a Jackson, Mississippi, capitale del razzismo made in USA nei primi anni '60. La città sembra popolata solo da donne che in un modo o nell'altro incarnano i diversi ruoli di quell'epoca: la scema, la scema cattiva, la scema buona, la scema succube, l'idealista, le cameriere. O almeno questo vogliono farci credere la scrittrice e il regista cercando di creare un punto di vista interessante che purtroppo sfocia in ritratti semplici di personaggi perdibili. Le "cattive" sono dipinte con vocette acute e fastidiose, innaturali, simbolo della donnetta americana tutta casa (leggasi ozio , vestiti svolazzanti e tacchi a spillo) chiesa e ipocrisia, mentre le buone hanno almeno la decenza di comportarsi in maniera più naturale per rendersi credibili agli occhi dello spettatore. Lo scontro è chiaramente sul tema razziale: le padrone contro le cameriere con l'intromissione di una scrittrice in erba intenta a sbarcare il lunario con articoli umilianti. 

L'impianto narrativo è semplice e ancorato a una struttura collaudata già da tempo: sono presenti tutti gli elementi del dramma. Per i più esigenti c'è anche una bella storia d'amore con il consueto malandrino ignorante, che alla prima occasione diventa uccel di bosco per non farsi più vedere (è soltanto uno dei tre maschi presenti nel film, maschi non uomini). Già a metà si intuisce il finale dolceamaro che la sceneggiatura puntualmente non tradirà. Grazie al personaggio di Minny (la Mamy della situazione, addirittura citata) il pubblico viene risollevato con siparietti comici e trovate di un certo impatto gastrico. La cosa che rimane sbalorditiva è la partecipazione della sala alle gesta delle cameriere ribelli. Invece di sottolineare con sdegno la banalità del personaggi e delle situazioni, si nota una crescente partecipazione e approvazione di modi e metodi (lotta senza quartiere tra le mura domestiche a suon di torte e pettegolezzi). Per i tre maschi già citati è doveroso calare il velo della pietà, essi infatti sono ridotti a esseri subumani dalla mera funzione decorativa, economica e a volte riproduttiva, praticamente animali da soma con camicia e cravatta.

Un film dalle grandi potenzialità ridotto a commedietta lacrimosa di cose già viste, già sentite, già fatte.

Voto: 5
Davide Mazzocchi

The Iron Lady

Una persona preda dei propri ricordi può sembrare patetica, ma una persona privata del suo passato non è nulla. Maggie non fa differenza. La figlia del droghiere, il primo ministro della Gran Bretagna, la moglie, la madre, la donna, la figlia, la laureata a Oxford. Nessuna di queste persone può esistere separata dai propri ricordi. Anche quando gli stessi ricordi si ripresentano con la forza dirompente delle allucinazioni che soltanto i farmaci possono ormai tenere a bada. Persone morte, un tempo amate, che tornano a parlare con Maggie nelle ore più buie della notte. Volti carichi di adorazione, stima, odio, invidia, disprezzo. Baci teneri e passi di danza. Un concerto. Tutta materia dei ricordi di Maggie. Della Maggie ormai senile e piegata dalla malattia che un tempo ha ricoperto il ruolo di nocchiere esperto della Gran Bretagna. La dolce Maggie che ama teneramente i suoi figli e che si guadagna il nomignolo Lady di ferro. Maggie che assiste al lento suicidio di militanti dell'IRA, che dichiara guerra all'Argentina e che piange commossa per la dichiarazione d'amore di Dennis. Un groviglio di ricordi e situazioni che cozzano una contro l'altra. Un miscuglio di tempi e di luoghi tenuti in equilibrio su quell'unico punto: Maggie, sempre e solo Maggie.

È un turbine di immagini e generi, questo lungometraggio (arrivato in tempo per il periodo dei film biografici). Tutta la sceneggiatura è un turbine, così come lo è la sua realizzazione. Immagini di repertorio non sfigurano affiancate alle scene del film (piccola perla la scena dell'insediamento al 10 di Downing Street). I tre tempi narrativi si intrecciano in modo piacevole legati per benino dall'ovvio filo conduttore che ci mostra Maggie giovane, matura e anziana. Il dramma balla il valzer con la commedia e i siparietti del marito morto sono piacevoli segni di punteggiatura durante il racconto. Il privato, l'intimo non risulta avulso dal personaggio pubblico, anzi contribuisce a dare la sensazione di interezza.

Anche se la mano viene calcata pesantemente sulla figura umana, la regista ci mostra le gesta più famose di questo primo ministro così inflessibile che arriva, in una delle fotografie finali, ad assomigliare a una specie di divinità pagana nel suo tempio disadorno, abbandonato e prossimo allo sfacelo. Tutto attraverso la meraviglia dell'interpretazione di Maryl Streep che conferma capacità eccezionali nel dar vita a qualunque tipo di personaggio anche solo accentuando un po' l'asimmetria del sorriso di una donna che ha lottato tutta una vita.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Shame: l’apatia dell’uomo qualunque, senza vergogna

Preceduto da dibattiti chic e un morboso interesse quale, mutatis mutandis, quello che dovette aver accompagnato Ultimo Tango a Parigi nei primi anni ‘70, rischiando di condizionarti nella tua facoltà di dare giudizi fondati (e quando al tuo abituale Cineforum ti ritrovi per la prima volta dopo tanto tempo nelle file basse, notando un interessante incremento del tasso di presenze femminili, capisci che qualcosa deve essere accaduto), arriva finalmente nelle sale Shame di Steve McQueen (no, non quello di Vasco. Questo è nero). E c’è da dire che hanno ragione le donne (pare che il dibattito fosse di tipo sessista): il film è bello, appassiona, smuove sentimenti, tanto più forti quanto più, paradossalmente, il protagonista si rivela allo spettatore nella sua totale anaffettività.

Questo film non è un fenomeno modaiolo, è un'opera profonda, pur nella sua semplicità (vedi: estrema sensibilità artistica) tecnica. Mette in scena un disagio che ha a che fare con nevrosi attualissime, ci mostra una Manhattan tanto cupa quanto genuina e realistica, una città come nessun film ha mai avuto la lucidità di raccontare: si può dire che era molto tempo che la Grande Mela non veniva trattata come uno “studio” holliwoodiano distaccato sull’East Coast, come si fa di solito, ma come una città vera. McQueen la reinventa e la rende realmente universale.

“Universale”, pur nelle esperienze “estreme” che vive (forse ma forse meno “estreme” di quel che l’uomo comune ha il coraggio di raccontare pubblicamente), è anche Brandon, il protagonista, apparentemente “malato di sesso”, in realtà incapace, o non interessato, a relazionarsi con l’altro. Vive passivamente il lavoro e il rapporto coi colleghi, e nel tempo libero si lascia guidare, più che dagli istinti, dalle molteplici possibilità che il mondo gli offre per soddisfarli: youporn, prostitute, donne attratte dalla sua avvenenza per una sveltina, non cambia molto. Non conta il suo background (s’intuisce difficile, ma non necessariamente drammatico), non i problemi della sorella, lui è apatico in sé, come l’attore di Somewhere, come l’ex musicista pop di This must be the place, come l’artificiere di The Hurt Locker A differenza di loro, Brandon non vive o ha vissuto esperienze “limite”, non è una “celebrità” o ex tale, è uno di noi. E noi spettatori, seguendolo nel suo aggirarsi tra metrò, ufficio, web, abbordaggi al bar con o senza colleghi, uscite a cena con aspiranti fidanzate, litigi con la sorella, ci specchiamo in lui più di quel che, uscendo dalla sala, siamo disposti ad ammettere.

Voto: 9
Colin McKenzie

Hugo Cabret: Scorsese fa il Méliès del 3D


Se i fratelli Lumière furono fin da subito unanimemente riconosciuti come gli inventori del cinematografo in quanto macchina (complice un provvido brevetto), non è mai stato sufficientemente celebrato colui che inventò il cinema come arte, realizzandone per primo le potenzialità narrative. George Méliès era presente, il 28 dicembre 1895, alla prima dimostrazione dei Lumière, e da illusionista di successo qual era, ne capì subito le potenzialità espressive, iniziando una frenetica attività ventennale che lo rese il più popolare cineasta degli inizi. Strategie commerciali ingenue e Grande Guerra, oltre che uno stile ancora rozzo (le scene dei suoi film erano quadri statici giustapposti; il montaggio serviva solo a far “sparire magicamente” gli attori), ne decretarono il fallimento e l’oblio.

Non appare un caso, dunque, che Martin Scorsese abbia deciso di sperimentare il 3D proprio con un film meta-cinematografico su questo controverso precursore. Da Avatar in poi si è riaperto il dibattito su cosa il 3D possa aggiungere alla settima arte, se sia solo un orpello fine a se stesso o se possa aprire orizzonti artistici finora mai pienamente esplorati. Ma il 3D di Hugo Cabret non offre molti momenti estetici realmente significativi: il disegno che, tra i molti svolazzanti nella stanza, si schiaffa sotto gli occhi dello spettatore; Méliès che nella scena finale, da provetto mago, incombe dal palcoscenico direttamente sugli spettatori. Ma resta l’impressione che il 3D IMAX sia ancora nella sua fase “Méliès”, fatta di trucchi ottici fini a se stessi, e che sia ancora da venire l’avvento dei Griffith, degli Eisenstein della situazione; in poche parole, dei fondatori di una grammatica potente e funzionale, in grado di esaltarlo. Ammesso che arrivino.

Altro curioso paradosso: per celebrare un autore giocoso e amorale come fu Méliès si mette in scena un intreccio di classica scuola pedadogica anglosassone, dickensiana. L’orfanello nascosto alla stazione parigina (non poteva che vivere tra treni in arrivo il protagonista di un film sul cinema delle origini), precocemente costretto a mettere a frutto il suo talento da orafo, oltre che a guardarsi dall’accalappia-ragazzini destinati all’orfanotrofio, è un pretesto narrativo che riesce a creare il pathos che serve a generare nello spettatore il desiderio di conoscere la storia del cinema senza cadere preda di noiosi cinefili.
Resta comunque un lieve retrogusto di “freddezza”, di “innaturalezza”, che forse ha a che fare con la morale del film, più volte ribadita dai protagonisti: il mondo è una grande macchina, come il cinema. Come l’uomo. In questo senso, però, la scena dell’incubo di Hugo che scopre, togliendosi i vestiti, di essere diventato un automa come quello di Papà Georges, è probabilmente, se non quella più spettacolare, la più potente, emblematica e attuale del film. E funziona benissimo anche senza 3D. 

Voto: 7
Colin McKenzie

Buried - Sepolto

Buio. Un uomo e la sua bara. Un uomo la sua bara e un telefono cellulare. Una lotta contro il mondo per la sopravvivenza. Questo è Buried.

Film crudo e spietato in cui le massime scene di azione mostrano i tentativi del protagonista di cambiare posizione nella sua tomba (per ben 2 o 3 volte).
Il film non è nient'altro che la preparazione alla grande dipartita. Ma tutto avviene per gradi. Prima Paul urla contro il mondo, lo sfida lo insulta, nell'affanosa ricerca di chi deve dargli la libertà. Subentra la rassegnazione a una morte lenta e spaventosa, la preparazione, appunto, alla dipartita con le telefonate alla madre e alle persone care. Poi le parti si invertono: è il mondo che chiede e ottiene, chiede di tutto e di più ad un uomo ormai sopraffatto e rassegnato alla propria (prematura?) morte. Infine la speranza della liberazione porta il protagonista a combattere fino all'ultima boccata d'aria nell'attesa dei soccorsi che oramai stanno arrivando. Fino all'agoniata libertà (dalla tomba o dalla vita?).

In breve: Film geniale e avvincente, in cui in ogni momento ci si domanda cosa potrà mai succedere ancora in una bara.

Voto: 8
Paolo Delledonne



Missione di pace

Avete mai sognato di comporre una squadra di governo post-rivoluzionario per l’Italia, sottoponendola all’approvazione di un Ernesto “Che” Guevara sonnecchioso e distratto, intento a guardare “Il pranzo è servito” di Corrado in TV? E all’Ikea? Dico: avreste mai pensato di poter isolare col Che l’essenza del comunismo passeggiando pigramente per l’Ikea, scoprendo infine che l’utopia Marxista è un ideale inattuabile grazie a una sedia per ufficio Torbiörn, che senza proprietà privata diventerebbe inutilizzabile, dato che nessuno potrebbe legittimamente sedervisi? Ma soprattutto, se siete maschi, che rapporto avete con vostro padre? Spero non competitivo come quello di Giacomo, il giovane protagonista di questa commedia, figlio pacifista di un capitano dell’esercito italiano, in missione nell’ex Jugoslavia alla ricerca di un criminale di guerra, feroce quanto può essere feroce uno che passa il tempo nei boschi a divorare il cuore degli orsi. Ovviamente, il caso vorrà che Giacomo finirà proprio nel bel mezzo delle operazioni militari, per rompere le uova del paniere paterno.
“Missione di pace” è una commedia grottesca esile esile, che gioca col luogo comune del militare italiano inaffidabile e casinista di salvatoresiana memoria, per ricordarci che nel XXI secolo l’ideologia è modernariato pop, che la guerra non può finire mai soprattutto perché si combatte in famiglia e che l’unico nemico degno di questo nome è se stessi.

Voto: 6,5 lampi di farsesca follia
Colin McKenzie


Underworld: Il risveglio

Questo film ha le stesse aspirazioni di capolavori quali Starship troopers, 10000 BC e Scontro tra titani, solo con più vampiri a popolare il palcoscenico di questa città in fiamme. L'intreccio delle vicende subisce una forte accelerazione di 12 anni portandosi dietro, purtroppo, qualche incoerenza e leggerezza. Le due creature più potenti (Selene e Michael) sono catturate con troppa facilità, mentre la figlia di Selene "invecchia" fino a sembrare una ragazzina di 12 anni. Per esseri immuni al tempo, questa ha tutta l'aria di una forzatura pretestuosa. Così come pretestuoso è tutto il resto del film che consente ai due registi di mostrare sparatorie, inseguimenti e sventramenti tra lycan e vampiri. Delle scene d'azione (confuse e al limite della visibilità umana) due svettano sulle altre: la perdita di controllo della figlia e il tributo che Selene fa ai lungometraggi precedenti, sfondando il pavimento dell'ascensore a colpi di pistola.

Interessante la soluzione del film: non sempre l'essere più forte, ha il predominio, errore in cui è caduto un altro colosso quale Avatar. Dopo aver assistito allo squartamento finale dei due (insulsi) cattivi di questo episodio, l'incoerenza torna a farsi strada nella trama: Michael, ritrovato e scongelato nei laboratori, da buon padre di famiglia abbandona amata e figlia in balia di mostri assetati di sangue. Comportamento strano, quasi sospetto. Ma forse il film non voleva mostrare conflitti interiori, evoluzioni emotive e acrobazie introspettive: si accontentava di ritrarre Selene in quella sua tutina così aderente, e questo è piuttosto piacevole.

Voto: 7 per il viso e per le grazie della Beckinsale
Paolo Delledonne



L'industriale

Quello sguardo di chi trova il coraggio, o la rassegnazione, di guardare in faccia lo spettatore. Quegli occhi vuoti che sono il riflesso della vacuità interiore di chi ha perso tutto e tutti. L'industriale racconta la storia di Nicola, ingegnere e piccolo imprenditore, che lotta contro la crisi economica che si sta portando via tutto, la fabbrica, l'amore, gli amici e l'entusiasmo. Ci mostra la discesa in un inferno freddo dove la più grande tortura sono solitudine e isolamento, prima, e ipocrisia e falsità dopo. Sul palcoscenico torinese gli attori hanno le maschere della moglie, Laura, della suocera, del banchiere, della collega di Laura, del ragioniere, del garagista rumeno. Di questi personaggi non ce n'è nemmeno uno che tenda una mano a Nicola. Abbandonato, tradito e deriso da chiunque, il nostro industriale si trova a lottare per preservare intatto almeno un personale orgoglio, un amor proprio. Ma la tragedia è spietata e si compie con precisione finanziaria.

Ci troviamo di fronte ad un lungometraggio costantemente teso, grave, appesantito nei toni da una fotografia impietosa, ma elegantissima e sottile. Le vite sono mostrate (quasi) senza colori, i toni freddi dominano tutta la pellicola e si appesantiscono con il calare della notte. Il rosso della passione di labbra che si baciano è smunto e logoro. Il cielo è sempre grigio. I volti sono stanchi e sbiaditi, gli occhi affossati. Il commento musicale, affidato a un certo Andrea Morricone, è delizioso ed esalta alcune scene densamente poetiche. Ma sono i dialoghi a dominare la scena, schietti, didascalici, freddi (soprattutto quelli telefonici: "Stasera...? Ceniamo...?" ), sputati in faccia con la rabbia di chi sta soffocando o con la tristezza di chi ha perso l'amore e forse tutto il resto a cui rimane solo la scelta tra ciò che è morale e ciò che non lo è.

In breve: Un film che tratteggia la penosa esistenza di un uomo strangolato dai difetti di un sistema e dalla bruttezza degli animi di chi lo circonda.

Voto: 8
Davide Mazzocchi



La talpa

La seconda guerra mondiale ha sancito il passaggio di testimone, nelle gerarchie mondiali, tra l'Impero Britannico e gli Stati Uniti d’America. Nella Guerra Fredda, il Regno Unito è stato un buon alleato dei cugini americani, abituandosi, suo malgrado, a supportare le schermaglie con l’Unione Sovietica in posizione subordinata. Così anche sul fronte spionistico, dove il "Circus", o MI6, arranca nel tentativo di conquistarsi un ruolo di primo piano. Cinematograficamente c'è la versione lussureggiante della storia incarnata dal fumettone James Bond, poi c'è l’altra faccia della medaglia, quella di questo sobrio e impeccabile film di Tomas Alfredson, che trae da un romanzo di Le Carrè ispirazione per una ricostruzione storica molto suggestiva, che s'inquadra in un filone che Hollywood ha proposto con "The good sheperd".

È una trama fondata sulla beffa, quella di "La Talpa". Altro che James Bond: il Circus inglese è in balia delle trame inesorabilli dei servizi sovietici guidati dal misterioso "Karla", che s'infiltrano ai vertici dell’organizzazione britannica e dedicano agli avversari grassse risate, proprio mentre vengono epurati il vecchio Direttore Control e l'altrettanto stagionato Smiley, interpretato da un solo apparentemente inespressivo Gary Oldman. Il ministero della difesa incaricherà proprio quest'ultimo di indagare, da finto pensionato, sui suoi ex colleghi, lui che Karla l’aveva conosciuto all'inizio delle rispettive carriere, misurandone intelligenza e fanatica applicazione alla causa, e rivelandogli inconsapevolmente il suo punto debole: l’amore per la moglie. Tema questo trattato con una delicatezza, e allo stesso tempo un'intensità, che arricchisce ulteriormente un'opera che funziona su tutti i piani: intellettuale, fotografico, storico, scenografico e attoriale.

Voto: 8 per la mente e per il cuore
Colin McKenzie

Regia: Tomas Alfredson
Script: Bridget O'Connor, Peter Straughan e John le Carré (romanzo)
Cast: Gary Oldman, Colin Firth e Tom Hardy

Trama: 1973, in piena guerra fredda, George Smiley, un ex agente dell'MI6 in pensione, viene incaricato di scovare una "talpa", una spia sovietica che si annida tra i più alti membri dei servizi segreti britannici, suoi ex colleghi. Sembra che il fantomatico capo del KGB, Karla, sia riuscito ad inserire in un posto di comando una talpa, chiamata Gerald. La talpa è riuscita a prendere il controllo dei servizi segreti dopo la morte di Controllo, l'ex capo ormai deceduto di Smiley.
Controllo stesso, poco prima di morire, aveva affidato a Jim Prideaux un'importante missione: mettersi in contatto con un militare ungherese per ottenere il nome della talpa. Ma la missione fallisce con il ferimento di Prideaux e la perdita dell'intera rete spionistica in Ungheria. Controllo perde quindi la faccia, va in pensione e poco dopo muore.
Smiley indaga segretamente e scopre che il Circus è in una posizione difficile. La talpa Gerald ha creato una serie di rapporti, chiamati Rapporti Strega, che altro non sono che mangime (falsi rapporti da scambiare con autentiche importanti informazioni).
Smiley riuscirà a scoprire l'identità della talpa al prezzo della perdita di un amico (e della scoperta che parte dei suoi problemi famigliari sono stati causati dalla talpa stessa).

J. Edgar: il potere di chi sa come raccontarsi


Se negli anni ‘80 l’ancora scalcagnata polizia italiana (no RIS di Parma a quei tempi) avesse adottato i metodi che l’FBI americano utilizzava già negli anni ‘30 probabilmente il mistero del Mostro di Firenze sarebbe stato risolto e ci sarebbe stata qualche vittima in meno. 
Il padre dell’indagine scientifica applicata da un organo di polizia su scala nazionale, oltre che uno degli uomini chiave del ‘900 americano, ci viene raccontato da Clint Eastwood come un omosessuale represso, succube della madre, razzista e ossessionato dal comunismo, ma soprattutto come un machiavellico e abile manipolatore di media e uomini di potere: i primi tramite una maniacale propaganda di se stesso, i secondi tramite dossier scottanti (assurti a vero e proprio mito anche grazie a una cospicua letteratura che va da De Lillo a Ellroy) da usare per restare incollato sulla poltrona che in effetti occupò per 50 anni, fino alla morte, nell’ufficio su Pennsylvania Avenue da dove ha assistito, da mammasantissima, alla cerimonia di insediamento di almeno una decina di Presidenti.

La cura ossessiva e falsificatoria con la quale si sarebbe dedicato alla propria immagine è anche il pretesto per la narrazione, che ruota attorno all’autobiografia che ormai anziano, ma ancora in pista, detta ai suoi giovani sottoposti. Ciò però consente a Eastwood di generare nello spettatore un distacco, quando non repulsione, dal protagonista, prospettiva non frequente nei film di genere biografico, e perciò spiazzante, dove si è abituati al meccanismo inverso dell’identificazione emotiva.
L’Hoover anziano, dal punto di vista dell’interpretazione, è anche una nuova occasione per Leonardo Di Caprio di dimostrare le sue grandi doti attoriali, o, per i suoi detrattori, per tentare di scrollarsi di dosso l’invero lontano cliché di idolo delle ragazzine. Nello specifico, è stato molto apprezzato il trucco dell’invecchiamento, che in realtà non sembra poi così innovativo, dato che ricorda molto (citazione voluta?) quello a cui venne sottoposto 70 anni fa il 25enne Orson Welles per consentirgli di mettere in scena Charles Foster Kane da vecchio.

Link consigliati: 

Voto: 7,5
Colin McKenzie
Regia: Clint Eastwood
Script: Dustin Lance Black
Cast: Leonardo Di Caprio, Armie Hammer, Naomi Watts

Trama: Nel film si affrontano le fasi più importanti di come J. Edgar Hoover modifica radicalmente il metodo e i mezzi investigativi dell'FBI: la narrazione parte con l'ormai vecchio Edgar, che racconta il suo excursus lavorativo da semplice impiegato a direttore dell'FBI. Tutto l'intero film presenta continui flashback, che danno vita alla narrazione di Edgar. Vissuto in una famiglia in cui la madre è autoritaria e il padre è un uomo vecchio e malato, il giovane Hoover è descritto come un giovane il cui unico scopo della vita è fare carriera, mettendo tutto il resto in secondo piano (come si vedrà in seguito, è succube delle decisioni di una madre autoritaria e di un'educazione rigida e conservatrice). Il suo unico obiettivo è difendere la patria da qualsiasi tipo di attacco.


J. Edgar

Ci sono tre momenti durante tutto il film, tre minuscole sequenze, brillanti come stelle su un cielo grigio, monotono e tutto uguale. Un cielo che ha lo stesso sapore di una cronaca, un susseguirsi di episodi che si ripetono, che si specchiano, che rimbombano in sala cullati da monologhi autocelerativi. Tre piccoli momenti che danno un senso all'ultimo film di Eastwood. J. Edgar vestito con l'abito della madre e adornato dalla collana di perle, in lacrime davanti a uno specchio. J. Edgar messo di fronte alla propria frode dall'amico amante malato e stanco. J. Edgar sul balcone che osserva il susseguirsi dei presidenti degli Stati Uniti d'America. Il resto del film è ridondante, sempre uguale a se stesso, piatto. Racconta la storia di un uomo che, preda della sua ossessione e della figura materna, inventa qualcosa di impensabile, da romanzo e che, pur di non perdere ciò che ha creato è capace di bassezze e ricatti. Un uomo potente, ma anche miserabile, che ha condotto una vita sacrificando la felicità al potere, credendo di poter sopravvivere proprio grazie alla grandezza della sua creazione. Un uomo che il regista ci mostra parzialmente, lasciandoci intuire a grandi linee le reali proporzioni della sua figura.

Una biografia, quindi, che vuole raccontare l'uomo con la puntualità della cronaca sacrificando molto della struttura narrativa. Mancano tensione, ritmo, emozione, eleganza e finezza. È tutto plateale, mostrato per quello che è (stato?). Il linguaggio stesso del cinema viene soffocato dai monologhi recitati a meraviglia da un ottimo Di Caprio. Eppure regista e sceneggiatore sanno usare questi strumenti, altrimenti non si spiegherebbero quei tre momenti così belli, punteggiati da silenzi che dicono moltissimo. Scelte. Strane scelte, non ultima quella di non mostrare praticamente mai il rapporto tra politica e polizia, calcando la mano su un'indagine pretestuosa che mostra l'evolversi dell'FBI nei primi anni dell'impero di J. Edgar. A contribuire a questo senso di grigiore, la fotografia essanziale che solo a tratti riesce a farsi strada tra le filippiche del protagonista.

In breve: un punto di vista e uno sviluppo biografico parziali e monotoni, salvati negli ultimi minuti dalle varie morti del protagonista.

Voto 5,5
Davide Mazzocchi

The Eagle

Un film che parla di liberazione, in un senso un po' sottile. Il protagonista cerca di liberarsi dai dubbi e dal disonore, lo schiavo desidera la libertà., i romani bramano liberare l'aquila simbolo di gloria e supremazia, i Britanni difendono la libertà delle proprio terre. Tutto questo turbinio di desideri contrastanti genera una serie di conflitti e una costante tensione che fa da colonna sonora a tutto il film. La fotografia è studiata bene, sia nei colori (freddi) sia nelle inquadrature anche se la cinepresa ogni tanto inciampa in qualche movimento non azzeccatissimo. La trama non è scontata pur restando molto semplice.

Un film godibile che fa una ricostruzione di un mondo in cui violenza e onore si scontrano, anche all'interno di una sola persona.

Voto: 7
Davide Mazzocchi


The informers

"Ho bisogno di altro sole," implora una delle protagoniste alla fine della pellicola. Ma di sole non ce n'è più. La luce che illumina le vite decadenti dei personaggi è finita e l'unica cosa ovvia che rimane è la fine di tutto ad eccezione della decadenza è la notte.

Un film che racconta, ripetendosi, la decadenza di una società (gli Stati Uniti degli anni '80) che sembra non avere più alcun tipo di valore, dopo aver avuto tutto resta solo una lenta morte.

Voto: 6
Davide Mazzocchi




Le idi di marzo

Alle idi di marzo muore qualcosa. Un tiranno, un imperatore, l'intera politica o soltanto l'innocenza di una persona. Non fa molta differenza, perché in qualche modo la morte è equa. Nel caso specifico assistiamo alla trasformazione del protagonista, interpretato da Ryan Gosling, da idealista e leale vice addetto stampa a qualcosa di più simile ad uno squalo che a un essere umano. Tutto il lungometraggio, trasportato da dialoghi serrati e taglienti, dipinge un mondo, la politica, in grado di disincantare chiunque. È un pugno in faccia, è tutto così schietto, così diretto che fa quasi male. Eppure è così crudamente reale. Attraverso personaggi tratteggiati magistralmente, Clooney ci racconta moltissimo dell'animo umano. La voglia di schiacciare, sopraffare, vincere attraverso la menzogna, manipolare, distruggere. Niente ha la minima importanza, nemmeno la vita umana, trattata come una pratica medica.

I dialoghi sono il vero punto di forza del film. Gli ordini impartiti da chi comanda, i discorsi del governatore, gli scambi amorosi, le telefonate, le domande, le inchieste, gli articoli di giornale. Le parole (ma anche qualche stupendo silenzio) riescono a riempire tutte le due ore del film senza annoiare. Lo spettatore è ammaliato, offeso, indignato da quello che gli si para davanti. La fotografia è sottile. Non esagera, ma riesce ad accompagnare in modo asciutto la caduta di Stephen. I colori chiari dell'inizio si tramutano nei colori caldi dell'amore e infine nei colori freddi del finale. Un'evoluzione elegante che racconta moltissimo, così come lo sguardo in camera di quegli occhi azzurri privi di felicità che ci penetrano nel finale.

In breve: uno sguardo severo al mondo della politica e dei suoi abitanti tratteggiati in maniera diretta ed elegante, mai banale.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Regia: George Clooney
Script: George Clooney, Grant Heslov, Beau Willimon
Attori: Paul Giamatti, George Clooney, Philip Seymour Hoffman e Bryan Gosling

Trama: “Le Idi di Marzo”, scritto e diretto da George Clooney, è tratto dal lavoro teatrale di Beau Willimon “Farragut North”.
Il film è ambientato nel mondo politico statunitense in un prossimo futuro, durante le primarie in Ohio per la presidenza del Partito Democratico.
Racconta la vicenda di un giovane e idealista guru della comunicazione (Ryan Gosling) che lavora per un candidato alla presidenza, il governatore Mike Morris (George Clooney), e che si trova suo malgrado pericolosamente coinvolto negli inganni e nella corruzione che lo circondano.



Il segreto di Kells

La conoscenza e la sua stessa diffusione contro la paura, la smania di ricchezze, la violenza. Contro la morte stessa, perché la conoscenza e la saggezza possono essere trascritte in un libro decorato di bellissime parole e strabilianti miniature.

Un film che cattura l'attenzione dello spettatore con personaggi vivi, pronti al sorriso e al sacrificio, con un'estetica raffinata, priva di prospettiva eppure capace di grande profondità, con colori intensi e contrasti degni del messaggio che convoglia.

Voto: 8
Davide Mazzocchi


Il ladro di orchidee

Scrivere un film sui fiori. È questo il problema che si pone il protagonista del film dal titolo dissacrato (Adaptation, in origine). Scrivere un film sui fiori in cui i personaggi non mutano, non convogliano grandi messaggi e tutto si risolve con un deus ex machina. Scrivere un film, la sceneggiatura, ed esserne protagonista. Parlare di se stessi mentre si scrive un film su se stessi intenti a scrivere un film. È follia.

Ma c'è lucidità, struttura, metodo, originalità. Adattare un libro che parla di fiori e mettere a nudo un po' i personaggi e il mestiere dello scrivere. Non importa se il finale è assurdo: importa che i personaggi ci siano e vivano. Esperimento riuscito, rocambolesco, ma comunque riuscito.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

Midnight in Paris

Parigi, la città mutevole e imprevedibile come un acquazzone estivo, fa da teatro all'amore di Gil e Inez, alla saccenza di Paul, all'arrendevolezza di Carol, alla miopia di John. O forse sono solo questi personaggi a fare da comparse sul palcoscenico della città, che attraverso le sue varie incarnazioni, è il vero protagonista del film. Parigi oggi, tappezzata di turisti, Parigi negli anni venti, affollata di artisti, scrittori, pittori, Parigi durante la Belle Epoque, percorsa da carrozze e cavalli. Parigi, la città degli innamorati, proprio come Gil e Inez che stanno per sposarsi, entrambi innamorati di qualcos'altro, lui di un tempo che non esiste più, lei della prosaicità di una vacanza all'estero e dell'arredare casa. Il film ci mostra l'evoluzione della storia tra Gil e Inez attraverso i loro desideri e la magia della città stessa che si mostra ai suoi abitanti con maschere diverse. Il regista riesce, con leggerezza a mostrare tutte queste Parigi mentre racconta il disagio di personaggi che vivono in un tempo che non appartiene loro, intrappolati in situazioni che li logorano e da cui tentano di fuggire.

Nonostante il piccolo dramma vissuto dai protagonisti, da cui in fondo ne escono un po' pesti, Midnight in Paris è una bella fiaba, leggera, ironica, popolata da personaggi con nomi enormi: Fitzgerald, Hemingway, Picasso, Modigliani. Tutti caricaturati, appiattiti nel loro aspetto ironico ma per nulla spiacevoli: piccoli ritratti di grandissime persone, artisti. Zelda che vive il dramma della sua personalità strappata, Scott che la ama follemente, Ernest, brutalmente diretto, teso, tutto sangue e sfida. Personaggi che il protagonista crede (vuole) reali, proiezioni della sua mente, nella Parigi che ama e desidera. Gil è una specie di Cenerentola al contrario: vive la propria vita solo dopo quella mezzanotte che dà il titolo al film. E nonostante viva un'illusione, riesce a trovare la forza per cambiare se stesso nel mondo reale. Il film funziona benissimo e il regista riesce a mantenere credibile questa aria surreale per tutta la durata del lungometraggio. La fotografia, calda, avvolgente dell'inizio si protrae per tutto il film regalando un'atmosfera accogliente. La colonna sonora azzeccatissima fa muovere lo spettatore al ritmo del charleston.

In breve: una fiaba moderna, ironica e velatamente amara che cattura lo spettatore e omaggia, in modo scherzoso, una città e le sue mutevoli incarnazioni.

Voto: 7,5
Davide Mazzocchi

Regia: Woody Allen
Script: Woody Allen
Attori: Owen Wilson, Rachel McAdams e Kathy Bates

Trama: Gil e la sua fidanzata Inez sono in vacanza a Parigi con la famiglia e con due amici in cui si sono casualmente imbattuti. Gil è uno sceneggiatore di successo che, stanco della vita e del mondo di Hollywood, si prende una vacanza per trovare l'ispirazione necessaria a completare il suo primo romanzo, compito in cui viene scoraggiato costantemente da Inez e dagli altri amici, che sminuiscono le sue aspirazioni letterarie e ritengono pragmaticamente la carriera di sceneggiatore preferibile a quella di scrittore.
Rimasto solo una notte a passeggiare in solitudine nella notte parigina, gli si accosta una vecchia automobile con a bordo una comitiva di amichevoli sconosciuti che gli offrono un passaggio, che egli accetta volentieri. L'aspirante scrittore, si ritrova così trasportato nella Parigi dei ruggenti anni Venti (les années folles della Francia), una clima storico e culturale che egli ama fino all'idolatria, a tal punto da ambientare in questo momento storico il suo romanzo. Nella sua permanenza negli anni Venti, Gil incontra celebri scrittori e artisti da lui molto ammirati, come Ernest Hemingway, Francis Scott Fitzgerald in compagnia di Zelda, Gertrude Stein e Salvador Dalí, da cui riceve consigli di scrittura e di vita e una serie incredibile di altri personaggi, Pablo Picasso, Henri Matisse, T. S. Eliot, Luis Buñuel, il torero Juan Belmonte, Man Ray, Cole Porter.
Così, mentre vive in quella che considera l'Età dell'oro, si innamora di Adriana, già compagna di Picasso e Modigliani: i due subiscono lo stesso incanto e si ritrovano proiettati nel Maxim's della Belle Époque, l'epoca vagheggiata da Adriana come la sua età dell'oro, in cui incontrano Toulouse-Lautrec , Paul Gauguin, Edgar Degas: Gil scopre che il vagheggiamento di un “glorioso passato ormai perduto” è un'aspirazione ricorrente nell'animo umano, in tutte le epoche storiche, quando si preferisce guardare nostalgicamente a un passato romantico, piuttosto che accettare la banalità del presente o guardare con incertezza al futuro. Lasciata Adriana, oggetto di qual fugace incontro amoroso, a vivere la sua età dell'oro, si ritrova solo di notte su un ponte sulla Senna: il reincontro con una ragazza parigina conosciuta al mercato delle pulci, la scoperta del comune amore per le notti parigine a piedi sotto la pioggia, lo risolverà all'accettazione del suo presente.