To Rome with love per lo spettacolo e le sue illusioni

Utilizzando Roma come sfondo da cartolina e maneggiando i più classici stereotipi sugli italiani, Woody Allen confeziona un gustoso intreccio di storie legate dal filo del perturbante mondo dello spettacolo che irrompe nella routine della gente con le sue vacue illusioni, la sconvolge fin quasi al punto di rottura, prima di tornare a una normalità che però non sarà più come prima.

Il becchino che viene lanciato nel mondo del melodramma; il grigio impiegato che senza ragione i media trasformano da un giorno all’altro in celebrità; lo studente di architettura che si lascia sedurre dall’attrice-migliore amica della fidanzata; la sposina provinciale a sua volta affascinata dal lumacone di Cinecittà (mentre il marito è alle prese con la escort più richiesta sulla piazza).

È sorprendente come Allen riesca a non essere banale, pur usando di Roma e dell’Italia i temi più banali: i monumenti universalmente celebrati e i luoghi comuni più abusati. Ma quando la finzione, come spettacolo e come illusione, è il cuore del racconto, tutto è lecito. Dei quattro episodi, i più riusciti sono quello del giovane architetto ghermito dalle spire dell’amica della fidanzata, seduttrice morbosa e seriale, anche per l’espediente del fantasma-super io Alec Baldwin che interagisce spassosamente con i protagonisti del ménage à trois; e soprattutto l’episodio che ha tra i protagonisti l’autore stesso, impresario un po’ svitato in pensione, arrivato a Roma per conoscere il futuro consuocero, titolare di un agenzia di pompe funebri (immaginate le freddure), e dotato di una strepitosa voce da tenore con un piccolo limite: funziona solo sotto la doccia. Letteralmente irresistibile la scena in cui, tra un’insaponata alle ascelle e una spazzolata alla schiena, nei (non) panni di Canio uccide Nedda e Silvio cantando “Ridi pagliaccio” davanti a un pubblico comunque travolto dall’emozione.

Voto 8: Sto ancora singhiozzando per la scena dei Pagliacci con box doccia semovente.
Colin McKenzie

To Rome with love

Guardi Roma nelle primissime scene del film e ti aspetti che da qualche parte passino Gli Sfiorati con Ramazzotti a palla, ma non è così: questa è tutta un'altra storia. O meglio sono tutte altre storie, altri personaggi, altre situazioni. Ti aspetti anche che da qualche parte saltino fuori Hemingway o Dali, perché il piacevole ricordo di Midinight in Paris è ancora vivido. Ma, ancora, non è così.

Woody Allen è riuscito a riunirli proprio tutti, e non parlo degli attori (mancava giusto John Travolta e avremmo fatto tombola), ma parlo della banda di Ultima Poltrona, al gran completo. Tutti in fila in una sala praticamente deserta, complice il lunedì sera e forse qualche sospetto di troppo sul film che è stato recensito in malomodo altrove. È stato bello vedere i nostri volti sorridenti e gli occhi contenti, tutti a ripetere le battute più belle, quelle che ci hanno fatto traballare sulle poltrone. Ma in fondo in fondo questo film non è facile da srotolare. Parla in modo divertentissimo di un po' di tutto. Grazie a una bella scrittura briosa e personaggi surreali, Woody riesce a metterci davanti ad almeno due aspetti: l'uomo comune (e il luogo comune) e quella questione strana che è la fama (e anche il potere) e al sogno che Roma fa vivere ai suoi abitanti. Un po' tutti i personaggi sono attirati anche controvoglia dalla fama, dal mondo della notorietà o anche solo dal potere, dal far parte di una cerchia di persone che "contano" e guardano dall'alto questa Roma soleggiata.

Abbiamo l'architetto ammaliato dalla conturbante attricetta, il beccamorto tenore buttato sul palco sotto una doccia, la maestrina di paese con il mito dell'attore di filmacci made in Cinecittà, l'impiegato di fantozziana memoria alla prese con i giornalisti che lo inseguono per le vie di Roma. Una città dai mille volti che attira gente da tutto il mondo e in qualche modo fa vivere a tutti un sogno e dà a ognuno una specie di seconda possibilità (volenti o nolenti). E in fondo, qual è il sogno più bello di tutti se non l'amore? Dopotutto è anche il titolo del film e forse forse qualcosa c'entra. Tutti gli amori possibili: quello fatto di lussuria, quello solo sognato, quello per la famiglia, quello per i volti noti del cinema, quello per se stessi, quello che ci fa star bene.

A Woody si riesce a perdonare anche l'utilizzo di stereotipi e luoghi comuni. Anche gli accenti italiani tutti mischiati sono accettabili in un film del genere, perché funziona fin troppo bene e ti riga il volto con i lacrimoni del divertimento.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Il mio migliore incubo

A me questo Benoît Peolvoorde (nome che mi dimenticherò tra mezz'ora, purtroppo) sembrava di averlo già visto da qualche parte. Sì, in un mezzo film e su una locandina. Il mezzo film è il penoso Emotivi anonimi che ho tentato di guardare ma che le circostanze zuccherine del film mi hanno impedito di portare a termine. E la locandina è quella di Niente da dichiarare, film che non ho visto, ma che ricordo essere passato al cineforum dalle mie parti.

Quindi, a parte l'aver capito che esiste un monopolio di questo Benoît sulle commedie francofone, non mi è restato che assistere alle imprese sentimentali di questi due. Sì perché di fianco al personaggio di Benoît troviamo Agathe, la glaciale gallerista tutta presa dall'arte, dalla perfezione, dalla solidità della sua vita inesistente. La scena in cui Patrick (l'eccentrico e volgare personaggio maschile) abbatte un muro in casa della bella Agathe è un po' il riassunto di questo film traboccante di ironia, quella sana intendo, quella profonda, quella che ti fa ridere ma che in definitiva è amara. La trama si avvinghia alle vicende famigliari di questi due più i rispettivi figli e compagni. Una trama anche piuttosto semplice che mette proprio in risalto il contrasto all'apparenza invalicabile tra i due personaggi, le loro vite e quello che simboleggiano.

È chiaramente questo il punto di forza del film: seppur molto leggero e godibile con qualche bella volgarità di Patrick, se portato su un piano simbolico risulta interessantissimo. Ce n'è per tutti: società, famiglia, arte, amore, figli, amanti, fratelli. Il messaggio poi pare abbastanza chiaro nel suo elogio alla famosissima via di mezzo tra la granitica e sterile vita di Agathe e l'eccentrica ma fallimentare vita di Patrick. Se le due cose si venissero incontro, sarebbe tutto un altro andare, con un po' di leggerezza e qualche risata in più, la vita, questa cosa orribile che ci portiamo addosso fino all'ora fatale, sarebbe decisamente più sopportabile.

Fresco, simpatico, volgare, profondo, schietto. Ci è piaciuto molto.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Mirror Mirror - Biancaneve

Se spulci un po' in giro trovi che questo Tarsem Singh ha fatto anche The Cell. Io lo ricordo quasi a fatica, ma c'entrava Jennifer Lopez vestita con una cosa inconcepibile che nel suo ruolo di psicologa (psichiatra?) andava a esplorare la mente di qualcuno da dentro, grazie a un macchinario. C'era anche un cavallo affettato e i miei ricordi finiscono qui.

Dopo tanti anni, decidi di passare una serata tranquilla in sala (sì, questa volta ho controllato, per scrupolo) e ti ritrovi il buon vecchio Singh alle prese con un classico che si è stampato proprio per bene nell'immaginario collettivo. Ricapitolando: regina cattiva, Biancaneve (Neve, per gli amici), sette nani e principe azzurro (tonto in tutte le versioni, anche in questa). C'è più o meno tutto quello che ci aspettiamo, ma niente è realmente al suo posto. Singh, e soprattutto chi ha scritto la sceneggiatura, ha capito una cosa molto semplice: crea dei bei personaggi e la storia verrà da sè. La regina cattiva (una bellissima Julia Roberts) non è del tutto cattiva, solo un po' stronza e attaccata fin troppo al suo bel visino senza rughe. Biancaneve non è proprio buona buona, solo un'adolescente viziatella che si scontra con la dura realtà di tutti giorni, quella della gente normale che sbarca il lunario ma a fatica. Il principe... beh lui è tonto e basta. I nani, ci sono, ma diversi: ricoprono più o meno gli stessi ruoli, ma almeno hanno qualcosa alle spalle, un minimo di storia e pure il dramma dell'essere diverso eccetera eccetera.

Non basta. Applichiamo pure la stessa formula a tutto il resto e avremo battaglie navali con gli scacchi, marionette assassine, una chimera che si aggira nel bosco, servitori impacciati e un bellissimo regno fatto da un castello che domina lo striminzito villaggio di bifolchi. Originalità in ogni situazione, tutto è come ce lo ricordiamo, ma tutto è diverso, eppure simile, ma nuovo: il punto forte del film. Qualche effetto speciale e i costumi meravigliosi mettono il fiocco al pacchetto firmato Singh. Alla fine ti aspetti anche che Neve ci caschi ancora nel trucchetto della mela, ma la sai già la risposta: non qui, non oggi.

Insomma, vissero tutti felici e contenti, tranne la regina a cui rimane comunque il primato per i migliori vestiti.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

Pirati! Briganti da strapazzo

A metà tra un'avventura piratesca e un racconto steampunk questo Pirati! Briganti da strapazzo riesce a divertire senza per forza essere la brutta copia dei più famosi corsari caraibici. Anzi, la storiella raccontata è abbastanza fresca e tira in ballo anche Darwin, la regina Vittoria e una vistosissima nave a vapore.

L'animazione è piacevole e i personaggi simpatici. Un po' troppo mieloso? Forse sì, ma siamo ben lontani dal diabete.

Voto: 7 Piacevole per una serata senza pensieri.
Davide Mazzocchi

Young Adult

Vai al cinema e così per gradire ti sparano un paio di trailer per farti ingolosire. Lecito e francamente azzeccato.  Questo Young Adult io me l'ero quasi dimenticato, ma poi parlandone il pomeriggio prima della visione mi è tornato in mente: Charlize Theron allo sbando con la tutona inguardabile che decide di riportarsi a casa l'ex dei tempi del liceo. Poi una Charlize in grande spolvero e che fa la matta nel bar. Pensi subito che deve essere per forza divertente e ti prepari a qualche risata.

La conferma arriva anche dal sito e dal volantino del cinema: commedia, la didascalia rassicurante. Si va,  ma incontro a una realtà molto diversa. Diablo Cody (c'entra con Juno e Jennifer's body, per dire), la firma della sceneggiatura, ci presenta una situazione e dei temi piuttosto diversi dalla commedia. Il personaggio di Mavis riesce a sintetizzare moltissime situazioni: diversità, isolamento, ossessione, legame con il passato, dipendenza dall'alcol, lavoro creativo, intelligenza, gusto. Un personaggio riuscitissimo che riesce a stregare lo spettatore nonostante non sia esattamente positivo. Durante la proiezione si arriva anche ad augurarle di riuscire nell'impresa di ricrearsi una vita con Buddy, almeno per la soddisfazione di vedere Mavis veramente felice almeno una volta.

Inutile dire come tutto quanto venga frustrato giorno dopo giorno. Mavis si scontra con qualcosa che non è più in suo potere, che è lontano ma allo stesso tempo solido come la roccia. Legami famigliari indissolubili, luoghi e situazioni modellati dal tempo e dalla consuetudine, amori e persone semplici che conducono vite banali fatte di birra cattiva e musica, se possibile, anche peggiore sparata a un volume risibile dentro al solito diner di provincia. Un mondo che per Mavis non aveva senso di esistere quando se n'è andata e a maggior ragione adesso ma che la sta ferendo ancora in modo così profondo.

Un film amarissimo che fa ricordare a tratti lo stupendo This must be the place e reso dolce da quel velo di speranza che si intuisce nel finale.
Voto: 8
Davide Mazzocchi

Un film che parla della crudeltà dell'adolescenza, del suo riverbero perenne e irredimibile, della necessità di ravvivarla anche in chi è adulto, a costo di sembrare pazzi, per non lasciarsi omologare nella noia e nella mediocrità.
 Voto: 7
Colin McKenzie

17 Ragazze

Finisce il film e una spettatrice davanti a me fa: "Ma che storia strana!" Mentre mi rimetto il giubbotto, la parola strana mi rimbomba in testa. Non capisco dove stia la stranezza in questo film. Ricapitoliamo: città di Lorient, nord della Francia, Camille è una ragazza diciassettenne che frequenta un liceo con altre ragazze a cui è più o meno legata. La novità è che Camille è incinta e intende portare a termine la gravidanza. Annuncia con leggera amarezza la sua condizione alle amiche e in qualche modo le convince a fare lo stesso.

Questo potrebbe sembrare strano se le altre ragazze fossero spinte solo da spirito di imitazione. Ne risulterebbe un ritratto corale di sedici ritardate capitanate da una ragazzetta facile e non è assolutamente così. Il film tenta un'analisi di questo gesto di gruppo cercando di dare qualche motivazione plausibile. Il risultato è così amaro, così quotidiano e così fin troppo vero che la parola strana non trova alcun tipo di posto. Ci sono almeno tre elementi: la città, decadente e in piena crisi, la generazione degli adulti, gente che si affanna a portare a casa la pagnotta senza altri veri orizzonti, e la generazione della protesta e della speranza, le ragazze. E tutti e tre i protagonisti di questa vicenda sono tratteggiati con le peggiori caratteristiche.

La città è dipinta come l'ultimo posto al mondo dove chiunque vorrebbe trovarsi. Sporca, grigia, cadente, abitata da piccole persone con piccoli pensieri, tutti intenti a salvarsi in qualche modo e a sopravvivere almeno un altro giorno. Gli adulti sembrano tutti quanti sociopatici ammazzati di lavoro e logorati da una quotidianità scadente. Affrontano le varie gravidanze urlando, imprecando contro la figlia di turno abbandonandola al più triste destino. Le ragazze, più che sfoggiare speranza, danno l'impressione di essere delle povere illuse che pensano di mettere su una comune a spese dello stato (tramite assegni famigliari) aiutandosi a vicenda e avendo più tempo libero appena dopo il parto. È questa la società di oggi? Città che vanno a pezzi abitate da questo tipo di gente? È orribile, non è strano! Però le registe, tra i vari dialoghi perdibili, sono riuscite a infilarci un paio di frasi che mi hanno fatto rabbrividire. "Almeno io avrò qualcuno che mi ama incondizionatamente", dice Camille alla madre e a me, più che voglia di amore sembra egoismo. E "non puoi impedire a una ragazza di diciassette anni di sognare", voce fuori campo. Vero, a nessuno si può impedire di sognare, ma è veramente questo che ci è stato mostrato? Un sogno o una stupida illusione?

Voto: 5 cronaca ripetitiva e critica che vanno a braccetto
Davide Mazzocchi

Romanzo di una Strage

Difficile raccontare "l'11 settembre italiano" senza scontentare i protagonisti, o gli eredi dei protagonisti, della stagione più tragica e irrisolvibile dell’Italia repubblicana. E così è accaduto (vedi pamphlet di Adriano Sofri, vedi puntualizzazioni di Calabresi figlio, vedi articolo di Corrado Stajano).

Purtroppo la verità, quella completa, quella con tutti i dettagli al loro posto, non la sa nessuno. O chi la sa tace ancora, anche perché molti ormai riposano in eterno. Bene ha fatto Giordana a mettere nel titolo la parola "romanzo", non tanto per omaggiare PPP e quell’ispiratissimo scritto corsaro che iniziava con "io so", quanto per inquadrare il film nell’unica dimensione possibile, e cioè quella della fiction, mettendo in secondo piano il "docu". In questo senso, Romanzo di una strage è un film riuscito, perché puntellando i fatti dove documenti e testimonianze riscontrate lo consentono, si è dedicato alla costruzione di tre splendidi personaggi tragici, aiutato dall’ottima prova mimetica fornita da Mastrandrea (Calabresi), Gifuni (Moro) e da un emozionante Favino (Pinelli).

La verità storico-politica resta sullo sfondo della Guerra Fredda e delle sue sporche, sporchissime trame spionistiche, delle sue intromissioni sanguinarie nelle sovranità nazionali, dove la democrazia è tale solo se il popolo non osa dare l’impressione di voler compiere determinate scelte. In primo piano, le persone, fragili, sacrificabili in nome della ragion di stato, insieme alle verità che si portano dentro. La loro vita quotidiana, gli affetti, il dialetto e le inflessioni recitate con precisione filologica. Qualcuno ha scritto che un film così non riuscirà ad interessare i già svogliati giovani a queste vicende, ormai consegnate alla nostra storia, ma al massimo i vecchi. In effetti, in sala c’era molta gente con rughe e capelli grigi, commossa. Ma come si fa a raccontare a un ragazzo che lo stato cosiddetto democratico di cui fa parte può permettersi impunemente di ostacolare le indagini su un'orribile strage di innocenti, coprire i colpevoli e far beffardamente pagare le spese processuali ai parenti delle vittime? Meglio un film Pixar in 3D, vah, prima che a qualcuno venga ancora voglia di andare per strada con chiavi inglesi e P38.

Voto 8: Almeno 3 personaggi di alto spessore tragico e grande partecipazione emotiva.
Colin McKenzie

A Simple Life - Trailer

Il film in programma domani sera.
 

The Lady

La sera del martedì parla di cineforum e ultimamente il trend evidente è questo: film biografici (siamo ormai al quarto della serie) e ruolo della donna in qualunque tipo di contesto. Non mi sembra quindi un caso che anche ieri sera sia stato proiettato un film con questi canoni. The Lady, di un certo Luc Besson, ha riempito la sala in modo quasi sorprendente (siamo ai livelli di Shame, per intenderci) e io e il mio giubbotto ci siamo trovati nella stessa poltrona, molto laterale rispetto al solito e con la voglia di vedere Besson impegnato in qualcosa di diverso.

Il film, biografico appunto, parla del premio Nobel Aung San Suu Kyi, donna birmana recentemente liberata dagli arresti domiciliari qundicennali a cui era stata costretta dal regime dei generali e delle sue importantissime scelte di vita, della creazione della Lega Nazionale per la Democrazia e delle violenze che il regime ha esercitato sul popolo birmano. La sfida di chi scrive e dirige questo genere di film non è tanto quella di creare una trama interessante o un intreccio da acrobata, ma piuttosto di mostrare un personaggio storico (i suoi intenti, la sua lotta, le sue speranze e i suoi dolori) da un punto di vista specifico calato nella cruda realtà di tutti i giorni, quella del telegiornale, per intendersi. È proprio questo il varco a cui aspettavo Besson.

La soluzione, difficile, è stata quella di mostrare un personaggio dilaniato dalla scelta tra la famiglia e il suo paese. Il punto di vista, sicuramente non originalissimo, è però una stupenda chiave di lettura di questa donna che ha sicuramente sofferto moltissimo, ma grazie alla quale sono stati possibili enormi cambiamenti. Come non citare l'altra Lady, quella di ferro, e di come è stata portata sul grande schermo? Un punto di vista simile ma con una differenza sostanziale: l'equilibrio delle parti. Mentre in The Lady il regista ci mostra con bei montaggi paralleli quello che capita a Suu e come se la passa la sua famiglia dall'altra parte del mondo, in The Iron Lady questo equilibrio praticamente non esiste, tutto a favore della Streep. E forse forse, la scelta di Besson è quella che paga di più in assoluto.

Parliamo degli attori? No, perché non se ne vedono: sono così bravi da far pensare solo al personaggio, lasciando da parte il loro mestiere. Il resto è tutto piacevole, con il regista che fa capolino solo con qualche piccolissimo dettaglio (lo scoiattolo sui fili) che fa sorridere tutti quanti, ricordando che l'ironia non è sicuramente andata persa.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Hysteria

L'epoca è quella vittoriana, i temi sono più attuali, la ricetta comprende un po' di innocente volgarità, qualche cenno storico, un pizzico di medicina, personaggi interessanti e molte risate. Nonostante all'apparenza questo film possa sembrare scontato, la realtà è ben diversa. Scriverne la recensione riducendo tutto alla commedia piccante è sbagliatissimo, restano infatti alcuni nodi di non facile soluzione.

L'ambientazione è quel tumultuoso tardo '800 denso di scoperte in tutti i campi, medicina inclusa. L'isteria, che dà il titolo al film, è effettivamente l'etichetta con cui erano bollate una buona parte di condizioni che la psichiatria definirà meglio in seguito. Il dottor Mortimer Granville, inventò per davvero il vibrante oggetto che pare dar sollievo e serenità alla mente femminile. Dati di fatto che fanno da sfondo a una vicenda ricca di personaggi simpatici: la cameriera-puttana (gran bel simbolo di quello studio medico così singolare), l'attempato dottore, la ragazza docile e pura, la figlia rivoluzionaria e vagamente socialista, il giovane dottore e tutta la schiera di variegate pazienti più o meno isteriche. I punti saldi della commedia sono anche rispettati: abbiamo la storia d'amore, un minimo conflitto interiore (tra carriera e pietà umana), il momento triste in cui tutto sembra andare male, il lieto fine e moltissimi siparietti comici. Eppure, c'è qualcosa che non convince del tutto.

Il film, che parla sì dell'invenzione dello sfregafemmine, così definito direttamente da Rupert Everett, ma sotto sotto tenta anche di farci notare qualcos'altro: la condizione della donna. Perché nel 2012 si sente il bisogno di portare all'attenzione di tanti l'eterna diseguaglianza tra i sessi? Perché in fondo non siamo nemmeno lontanamente civilizzati e ricordarlo, di tanto in tanto non fa male. Oppure la regista ha voluto semplicemente rinfrescarci la memoria in modo scherzoso su quanto succedeva in quel tardo '800 inglese? Rispolverare il tutto non fa mai male, in effetti. Ne sarebbero la prova le note più o meno storiche appena prima dei titoli di coda. Qualunque sia stato lo scopo, il modo scelto è una serie di invettive da parte di Carol. Modo molto diretto e forse privo di quella finezza che questo film avrebbe meritato.

In fondo rimane il dubbio che non si volesse parlare di temi altisonanti e fortemente impegnati, ma che semplicemente si volesse far fare una bella risata a tutti e far passare l'idea che è il buon umore il vero vibratore di questi anni.

Voto: 7 con piccante leggerezza
Davide Mazzocchi

Total Recall - Teaser

The Raven: la faccia noiosa del giallo


Da ammiratore di Poe: film bellissimo, entusiasmante, conturbante, ricco di citazioni e colpi di scena.
Peccato solo, che nella mia beata ignoranza, non sono un ammiratore di Poe, e la sua raccolta completa è ancora a prendere polvere sulla mia scarna libreria. Peccato solo che il protagonista, all'inizio simpatico, letterato sbruffone senza vergogna, diventi quasi subito un serioso detective, liquidando così un inizio frizzante. Peccato solo che in un thriller il cattivone di turno abbia a disposizione illimitate risorse, infinite abilità e un'enorme dose di fortuna. Tutte cose che gli permettono di costruire un gigantesco pendolo/ghigliottina, a rapire la bella di Poe sotto gli occhi di tutti a una festa in maschera affollata di poliziotti, a non essere colpito da quella ventina di proiettili sparati contro di lui. Più che un omicida assomigliava di più a un mini "boogeyman" in carne ed ossa. Peccato solo che l'abilità investigativa di Poe e del super detective che lo affianca non permettano loro di avere l'intelligenza necessaria a individuare il cattivo fino all' ultimo minuto: il poeta deduce che il killer è un giornalista da un insignificante particolare e non capisce che quello che ha inseguito, correndo, per tutto il film non può essere il vecchio panzone obeso!

Voto: 4 Non un triller, un tributo a Poe.
Paolo Delledonne

The Raven

"L'immaginazione non è un delitto." E se lo dice Edgar Allan Poe, deve essere per forza così. Però bisogna ammettere che tutto sommato ha ragione, anzi, l'immaginazione è probabilmente quella cosa meravigliosa che ci distingue da altri animali. Un discorso che ha le sue basi in Borges, ma che può essere ampliato benissimo a tutto il mestiere dello scrittore.

L'Ottocento, dunque, ancora una volta sul grande schermo con una rivisitazione di uno degli scrittori più famosi da parte di questo James McTeigue, conosciuto per la buona trasposizione dell'ottimo quanto cartaceo V for Vendetta. In questo caso il regista non si limita a trasporre un racconto ma va oltre e ci mette un po' del suo, concependo una trama non troppo originale. Poe, tornato a Baltimora con l'intento di accasarsi con la bellissima Emily, viene coinvolto suo malgrado nelle indagini su una serie di omicidi basati sui suoi racconti. In definitiva colui che ha esplorato con l'immaginazione (quel diritto che si arroga già all'inizio del film) le bassezze della mente umana e il grottesco della vita, si trova a combattere contro qualcosa che lui stesso ha creato. È un combattere un po' contro se stessi, o almeno contro quel senso di colpa che si ingigantisce sempre di più.

Nonostante la trama non troppo originale, non mancano le finezze. Il film, che fatica a decollare, trova un suo ritmo verso la metà e nel finale gioca il jolly diventando piacevolmente ciclico: e se anche questo fosse tutto un racconto? Un racconto nel racconto (come il sogno nel sogno di Inception). Il racconto come movente e come obiettivo: forse un tributo al mestiere dello scrittore e alle sue varie sfaccettature. Infatti vediamo un Poe misero, dedito all'alcol, arrivato al capolinea della sua carriera e della sua creatività. Un uomo che è costretto a vendere la propria arte a un mondo che apprezza più che altro cialtroni (idea che condivido pienamente), una persona finita trascinata avanti soltanto dalla necessità di far sopravvivere il proprio amore per Emily. Uno scrittore che, nonostante tutto, riesce a concepire ancora parole immortali. Nel film si cita anche il Macbeth così per gradire e magari non è proprio un caso pensando alle parole immortali.

Chi si aspetta (dato il trailer) qualcosa a metà tra il recente Sherlock Holmes e il meno recente Vidocq potrebbe anche restare deluso. Certo il film non è un capolavoro, ma rimane piacevole per ambientazione, personaggi e citazioni. Unico dubbio rimangono i dialoghi un po' ampollosi, forse il risultato di una traduzione non troppo felice.

Voto: 6,5
Davide Mazzocchi

Gli Sfiorati

Il teatro è una Roma soleggiata e variopinta, la tragedia che va in scena è la famiglia. Quello che in un primo momento sembra uno scivolone, la canzone di Ramazzotti che nel finale si porta via l'amarezza e fa tornare il sorriso, può essere invece letto proprio come il riassunto di tutto il film: la famiglia che va a rotoli, che non esiste, che si spacca in piccoli pezzi e si lascia dietro soltanto persone distrutte.

Il film parla di Méte e Belinda (fratellastri) e della loro famiglia, distrutta e ricomposta, degli amici di Méte, uno separato e l'altro donnaiolo, del padre di Méte, vedovo e novello sposino con l'amante di sempre. Tutti esempi di rapporti tra uomo e donna ampiamente accettati dalla società moderna che oltre a generarli crea l'ambiente ideale per la loro proliferazione. La società quindi si becca ancora una volta una bella critica. L'abbiamo visto in Shame e prima ancora nell'italiano L'ultimo terrestre. E la cosa fa pensare parecchio ricordandosi che questo film è tratto da un romanzo degli anni '80, come a dire che in trent'anni non è cambiato nulla, o comunque non c'è stato alcun miglioramento.

Un occhio di riguardo va dato alle figure maschili e femminili. Le ultime, forse il simbolo migliore della famiglia, ne escono massacrate. Madre morta (non mi sembra un caso) e matrigna viva e vegeta, simbolo del più bel surrogato su questa Terra. Moglie che chiede il divorzio, gettando così all'aria tutto quanto. Figlia sociopatica e dedita alla superficialità delle cose che capitano. Donna travestita da vedova nera che nutre la propria solitudine con l'eventuale maschio di una notte. Maschio che in parte sostiene il ruolo positivo di padre e lotta strenuamente almeno per questo. Tutto già visto e sentito? Purtroppo sì, è questo il guaio. Il cinema ci ripropone qualcosa di troppo attuale che fa pensare con profonda amarezza. Forse l'unica soluzione, per non sprofondare, è proprio cantare a squarciagola per riempire il silenzio che c'è dentro.
Voto: 7,5
Davide Mazzocchi

Una piacevole sorpresa che ravviva il panorama non particolarmente esaltante del cinema italiano di questi anni. Matteo Rovere riesce a trasporre il romanzo di Veronesi conferendo all'intreccio fragranza e brio. Dopo molte palline rosse con il "no", arriva il "sì" degli "Sfiorati".
Voto: 7,5
Colin McKenzie


La vita che appare tanto semplice e scontata all’apparenza nasconde sempre tra le "righe" qualcosa di più difficile da decifrare. È più facile raccogliere l’acqua di un bagno allagato "sfiorandola" con una tazzina da caffè che cercare di capire cosa gira nella vita delle persone.
Voto: 7
Flower

The Woman in Black

Dopo lo sdoganamento di vampiri glamour, licantropi scienziati e zombie innamorati con il fisico da centometristi, l'unica icona horror a mantenere una certa credibilità e una buona sostanza rimane il fantasma che riesce a sfuggire alle grinfie di questo scempio iperglicemico. Ce lo dimostra l'ennesima revisione di The Woman in Black. Già romanzo dei primi anni '80 è stato portato in televisione qualche anno più tardi per approdare poi sul grande schermo.

È un periodo un po' così, quello che stiamo guardando passare in sala: film biografici (ne abbiamo fatto il pieno), film storici e riproposizioni di creazioni d'altri tempi. Albert Nobbs, per cominciare, e qualcosa del vecchio Burroughs per chi ama il fantastico. L'impressione è quella che si sia già detto e scritto così tanto che forse è il caso di fermarsi un momento a rileggere. Proprio The Woman in Black è l'esempio eclatante della rilettura della più scontata tra le ghost stories in circolazione. Ingredienti per la crostata al fantasma, ricetta classica: casa impestata, fantasma ossessionato da qualcosa di incompiuto, meglio se una vendetta, bambini morti, giovane avvocato (con un grande dramma famigliare), villaggio di ignoranti vicino alla casa già mescolata nell'amalgama, pochissimi colori, musica tesa e una scimmietta meccanica. Tolta la scimmia,  questi ingredienti hanno dato vita a un milione di ghost stories tutte uguali dal 1800 a oggi.

È esattamente questa la chiave del film e chiaramente il suo scopo: riproporre qualcosa dal sapore classico, inconfondibile, che ha già penetrato tutti quanti con letture giovanili ambientate in vecchie case (rigorosamente inglesi), ma farcito di quella tensione che lo spettatore di un film di genere si aspetta, oggi. E in questo il regista ha fatto un lavoro incredibile. L'ambientazione è assolutamente fantastica, la musica perfetta, i personaggi adeguati. Ma dove il regista dà il meglio di sé è nello spaventare a morte chiunque con trovate da buontempone scafato. Nessuno in sala si è astenuto dal gridare, le file di poltrone scosse dagli improvvisi balzi di tutti noi. Si arriva anche a ridere, a insultare il regista per le idee che mette in scena, per il cuore in gola e il fiato corto. Si pensa addirittura che tutto questo non sia reale, che è solo un complesso gioco di specchi e che in fondo i fantasmi non esistono. Poi la tensione cala e la narrazione riprende il sopravvento portandoci verso un finale classico e annunciato.

La forma prende il sopravvento su tutto il resto e decreta la riuscita di questo film che strappa di dosso a Radcliffe i panni del maghetto occhialuto e che fa perdere una notte di sonno ai più teneri. Nessuno guarderà più una scimmia meccanica con gli stessi occhi, garantito.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

War Horse

"Ci sono grandi giorni e giorni insignificanti, la maggior parte sono insignificanti e di cui non importa molto a nessuno, ma questo, beh questo è un gran giorno." Lo dice il padre, lo ribadisce il figlio e lo conferma il regista. Ieri sera non è stata una di quelle sere da ricordare. La proiezione di War Horse non ci ha lasciato molto, deludendo anche il pubblico femminile equipaggiato con grandi fazzoletti per l'eventuale lacrimuccia.

La storia che ci propone Spielberg è almeno antica e parla del legame che può crearsi tra un uomo e un animale. Un legame che può valere una vita. Già John Griffith Chaney (alias Jack London) l'aveva esplorata tempo fa. Il film la ripropone in chiave Grande Guerra con il tentativo interessante di ancorare il punto di vista all'animale, proprio come fece il nostro buon Jack con i suoi cani e lupi. Grazie a questo grazioso escamotage, il vecchio Steven riesce a mostrarci un conflitto dalle molte sfaccettature e da numerosi punti di vista (inglese, tedesco, per quanto riguarda le fazioni e francese per la parte civile). Il risultato purtroppo è stancante e il film assomiglia molto a una sequenza di situazioni seppur molto ben realizzate (la fotografia è notevole, sempre e comunque).

Il collage visivo non ha mordente. Prevedibile nella trama generale con colpi di scena preparati ad hoc per spettatori primitivi, denso di quell'atmosfera buona buona che preclude la presenza di personaggi realmente cattivi o almeno un pochino stronzi. C'è da dire che alcuni pezzi di questo pittoresco collage sono realizzati davvero benissimo. La Somme, presentata in Una lunga domenica di passioni come un campo di margherite, ha l'aspetto di una palude trafitta da piante morte e seminata di corpi putrescenti e irriconoscibili, senza colore o fazione. Bella la cavalcata nel filo spinato. Appena decente il dialogo (tra i tanti perdibili) tra l'inglese e il tedesco, buono negli intenti ma maldestro nella realizzazione: i cavalli (così come le persone) non sono fatti per fare la guerra, ma per correre liberi. Quindi, viene da pensare che far tirare un aratro (snaturando il cavallo) è paragonibile a farlo combattere, ma ampiamente accettabile.

Certo il film ha i suoi pregi: uno su tutti è l'enorme distacco da un film di guerra "tradizionale", proponendo una visione molto più ampia e super partes. La favola (sì, perché si deve giustificarlo così) alla Spielberg è troppo zuccherina anche per chi voleva farsi un pianto in santa pace.
Voto: 4
Davide Mazzocchi

Se vi aspettate un bel film, andate a vedere altro. La prova d'attore del cavallo avrebbe rivaleggiato ad armi pari con Dujardin e Streep, ma forse per gli Academy Awards è troppo.
Voto: 4
Alberto Arpini


L'interpretazione esemplare degli artisti che impersonano Joey e Topthorn vale la visione di tutti i 146 minuti. L'espressività dei cavalli è disarmante.
Voto: 5,5
Aliena B.

The Artist


George Valentine è un artista perché sa mettere a frutto un talento che combina bella presenza e doti mimiche, sfornando per il pubblico della nascente arte cinematografica raffiche di polpettoni di avventura appassionanti e di enorme successo. Ma siamo negli anni ‘20 e l’arte cinematografica è una “nuova tecnologia” ancora in grande evoluzione, e quando le major fanno l’upgrade al cinema 2.0, aggiungendo l’audio al video, il talento fino a quel momento apprezzato e funzionale diventa improvvisamente ridicolo e desueto.

Il viale del tramonto di Valentine è dietro l’angolo e a differenza di Norma Desmond lui non ci mette molto a capire che è finita, basta un ultimo film, autoprodotto, che fa flop mentre nel teatro accanto la gente fa la coda per assistere all’ultima commedia della nuova star Peppy Miller, solo un paio d’anni prima misconosciuta (e innamorata) fan da lui cooptata fra le comparse. Ma nonostante l’ubriacante successo, Peppy non si dimentica di chi l’ha scoperta...

Per qualche misteriosa congiunzione astrale il 2011 è stato l’anno della celebrazione del cinema delle origini, e Hollywood ha gradito tramite gli Oscar. Dopo Hugo Cabret col suo Méliés dimenticato, arriva questo omaggio all’essenza del cinema, e cioè l’immagine che si fa racconto, imponendo allo spettatore ultrascafato del XXI secolo una specie di rieducazione. La scena iniziale è una specie di camera di decompressione in cui i sensi si riabituano al linguaggio delle origini, dove muti sono sia il film che il pubblico che vi assiste. In più di un passaggio il disagio di Valentine per la nuova tecnologia viene felicemente reso rappresentandolo come una specie di disabile della parola, fino al clou dell’inverosimile incubo in cui si accorge con orrore di udire dei suoni, come fossero presenze disumane.

In questo senso il vero “artist” è Hazanavicius, per la sua capacità di ricreare atmosfere chapliniane, come in un falso d’autore. Quel Chaplin che subì con sospetto l’avvento del sonoro e che in Luci della Città riuscì allo stesso tempo a snobbare la possibilità di introdurre il dialogo e ad usare i suoni per aggiungere valore al suo capolavoro. Continuando a mietere successi.

Voto: 8, Rieducativo.
Colin McKenzie

Un delicato balletto a cavallo di una voragine tecnologica, raccontato con grande stile.

Voto: 8
Davide Mazzocchi