I film della settimana 22 - 28 Giugno

Altra settimana molto intensa, alla faccia del caldo, del mercato, delle vacanze e di tutto il resto.

Molto forte, incredibilmente vicino
Tom Hanks coprotagonista. Non nascondo che sui film con il vecchio Tom io ho sempre delle riserve. Non sono male, ma alcuni proprio non si possono vedere. Questo l'hanno anticipato parecchio con i vari trailer e alla fine sembra sì iperglicemico, ma fatto bene.

The Detachment
Adrien Brody, professore solo e scuola pubblica, forse uno dei più grandi cliché, ma sono curioso di vedere l'interpretazione di uno dei miei attori preferiti, prego vedersi il Pianista di Polanski.

Rock of Ages
Musical? Se è così, non c'è verso di farmi entrare in sala. O si guardano a teatro o non si guardano, tutto qui. Poi vorrei sbagliarmi, ma se proprio manderemo qualcun altro.

7 Days in Havana
Film collettivo: ogni regista un giorno. Questo sì che sembra davvero interessante. E tra l'altro di queste idee ogni tanto sentiamo il bisogno.

Quasi Amici
Torna, dopo il grande successo in sala, al cineforum un film che probabilmente mi perderò anche questa volta, ma state pur sicuri, un modo di vederlo ce l'ho.

Il Dittatore

Una sana raffica di risate politicamente scorrettissime, ma solo in apparenza. Per liberarsi da tic antirazzisti, femministi, sessual-libertari, e tutto il resto dell’armamentario ideologico incrostato dal conformismo dell’Occidente da esportazione. Ma anche per rendersi conto che il potere è il potere, a Est come a Ovest, e cioè una forma più o meno controllata di arbitrio di pochi su molti. E se non siete d’accordo, vi faccio giustiziare (calma, tanto le sentenze non le eseguono e vi faranno espatriare su un altro sito meno fico di questo).
Colin McKenzie
Voto: 7

Un'escalation di colpi bassi, una sventagliata di mitra su tutto e tutti: donne, Medioriente, Occidente, mondo dello spettacolo, lobby, Israele, Stati Uniti per arrivare a lei, alla più grande messinscena del mondo: la democrazia del più forte. Fastidioso, al punto in cui non puoi trattenerti dal ridere pur comprendendo le mostruosità che escono dalla bocca del dittatore. Satira, signori, satira! E ne sentivamo il bisogno. Comunque, ricordatevelo: la democrazia è un nano da giardino con le ascelle pelose.
Davide Mazzocchi
Voto: 7

 Se non ci fosse stato il bambino deficiente che rideva come un matto davanti a me, sarei stato io l'idiota a fare più casino, morendo dalle risate.
Paolo Delledonne
Voto: 8 sono anni che non rido così

Disturbato dal film Borat sono partito prevenuto per il Dittatore. Se pure troppo ostentato è riuscito a strapparmi delle risate. Formidabile e irresistibile Sacha Baron Cohen il vero film nel film.
Superflower
Voto: 6,5

Love and Secrets

Fosse stato per la locandina e soprattutto per il titolo, questo film non mi sarei mai sognato di andarlo a vedere. Possiamo aprire un mondo fatto di polemiche e insulti, ma sarebbe sterile decretare l'idiozia globale, quindi mi asterrò. All Good Things, questo il titolo originale (e sensato, altamente sensato) prende spunto da fatti realmente accaduti tra gli anni '70, '80 e 2000, ma si riferisce in particolare al negozio di alimenti biologici che David e Katie aprono in Vermont e che chiudono poco tempo dopo in favore dell'attività di immobiliarista di lui.

Tutto quello che i due avrebbero potuto costruire insieme, tutte le cose buone, la famiglia, gli amici, la vita, i figli possibili, sono spazzati via dal cemento, dagli affitti, dalla prostituzione e da altre prodezze finanziarie della famiglia Marks. È questo in definitiva il senso del film. La faccenda evolve e se all'inizio sembra di vedere A Beautiful Mind (la parte in cui lei si prende cura di lui soffrendo come pochi), la piega che prende nella seconda parte assomiglia di più al Talento di Mr Ripley o a Match Point. Ma in definitiva non è la brutta copia dei titoli citati: vive di vita propria, è completo, strutturato, mai banale.

Ansiogeno. Definizione passata su Twitter. Lo è, verissimo. Perché ci sono parti che uccidono lo spettatore: la freddezza di lui mentre dà di matto, la consapevolezza però che lui è malato (in mano a una schiera di psichiatri fin da piccolo), la lucidità di un assassino, l'organizzazione di un manager. Tutto questo è David, dietro la maschera dell'ottimo Gosling. Se vogliamo portare il discorso ancora oltre c'è la parte in cui un David ormai attempato si camuffa da donna e "sparisce". La maschera della maschera della maschera. Fino a che punto si può non conoscere una persona? È il dramma di Katie. Tutte le ottime cose che i due avrebbero potuto fare insieme, anche banalmente vivere, non si realizzeranno mai, nessuna sliding door, nessuna pietà, niente, il vuoto riflesso negli occhi di David. Tutti pensieri attuali, senza tempo, indagati in modo elegante.

Da vedere, ma preparati: non è un commedietta rosa lacrimosa e iperglicemica, è un dramma completo.

Voto: 7
Davide Mazzocchi

I film della settimana 15 - 21 Giugno

Il Dittatore
Già prenotata per la visione del mercoledì, la nuova fatica di Sacha Baron Cohen. Dai trailer sembra divertente al punto giusto per passare una sera senza troppi pensieri. La speranza è che abbia più ritmo di Borat che si siede giusto giusto per il finale.

La Bella e la Bestia 3D
Perché non rovinare un grande classico Disney con una bella iniezione di tecnologia tridimensionale? Sì, è polemica, perché in fondo non capisco (e non sopporto) queste manovre per far cassetta.

W.E. Edward e Wallis
In giro non se ne parla bene, da quello che si capisce sembra una commedia rosa e lacrimosa al punto giusto. Perdibile in favore di altro... love and secrets? Menzione d'onore per la locandina bellissima.

Love & Secrets
Passaggio al cineforum per Gosling e Dunst. Visti singolarmente mi sono sempre piaciuti, in Drive, Le idi di Marzo e Melancholia, per dire. In coppia creano molte aspettative.

Sister
Francese, drammatico, per il cineforum del giovedì. Questo è in forse. Rapporto tra fratelli e tema del furto/povertà? Almeno così pare.

Silent Souls

"Il vero amore è per sempre" e le luci in sala si riaccendono. Mi guardo attorno, siamo pochi ma tutti frastornati, non ci alziamo. Ci vuole un po' prima che il messaggio attecchisca e faccia fiorire qualche pensiero almeno un po' sensato. Si cerca di ripercorrere quelle strade dissestate decorate da scheletri d'albero, avanti e indietro nel tentativo di capire come si è arrivati fin lì. Ma la vera soluzione è che non ce n'è bisogno, la soluzione è sempre stata davanti agli occhi di tutti, solo, qualcuno doveva avere il coraggio di dirlo, che il vero amore è per sempre.

Si cerca di scavare dentro al film, ribaltarlo, sminuzzarlo per comprenderne le parti, per fare ordine, ma ancora non ce n'è bisogno. È fin troppo facile da capire, è questo il punto, non c'è bisogno. Se pensi che anche la trama è ridotta all'osso, i dialoghi, rari, sono addirittura superflui. Se pensi che alla fine la morte è una cosa naturale così come amare una persona, non hai bisogno di metterti lì a pensare a quello che hai visto. Eppure il tentativo lo devi fare. È ancora una volta l'essere umano ad andare in scena, tutto quello che rappresenta e il regista propone un'indagine delle cose più profonde del nostro animo raccontando la sepoltura di una donna, un viaggio di due uomini e le tradizioni di un popolo scomparso, per poi stabilire per sempre che l'amore è eterno.

Siamo tutti frastornati, come non si vedeva dai tempi della proiezione del Faust (prego vedere qui e qui), e abbiamo ragione, proprio perché si possono fare infiniti paralleli con il capolavoro di Sokurov. Due uomini, un viaggio, la vita, la morte, il senso a tutto questo, ma mentre nel Faust è tutto dialogo e annusarsi, qui è il silenzio a dominare. Il silenzio e la distanza. La voce fuori campo ci racconta i dettagli di questo viaggio verso il Volga, ma è il vuoto, lo spazio lasciato dalla morte di una persona a riempire gli occhi dello spettatore. Vuoto geometrico e perfettamente descritto dalla fotografia, vuoto dell'esistenza. Un vuoto che deve essere colmato con qualcosa. L'ultima frase: "il vero amore è per sempre", dà un senso a tutto e con le stesse parole semplici dei due protagonisti colma il vuoto lasciato dal silenzio.

Voto: 8, difficilissimo
Davide Mazzocchi

Margin call, o del Titanic azionario


Thrill e angoscia sono i sentimenti che suscita questa storia di un naufragio, raccontata nel rispetto delle unità aristoteliche. La notte che ha cambiato la storia di questi ultimi anni, la notte in cui fallisce una banca d’investimenti newyorkese dando il via a una delle crisi finanziarie più drammatiche di sempre viene messa in scena da un cast di top players del calibro di Kevin Spacey, Paul Bettany, Jeremy Irons, Zachary Quinto e altri ancora.

Film dai toni cupi, per meglio rendere la totale amoralità di un mondo nel quale conta solo accumulare denaro; nel quale dipendenti ventennali vengono licenziati in 5 minuti, tempo di svuotare l’ufficio e portar fuori gli scatoloni compreso; nel quale più guadagni più devi scialacquare; nel quale qualunque background culturale può funzionare, dall’ingegneria aerospaziale a quella civile; nel quale più si sale in gerarchia meno conta la competenza ("Me lo spieghi come fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", chiede il grande Capo Tuld al giovane analista Sullivan, mentre tutto il board osserva); nel quale un broker può ricevere un bonus di 1 milione e rotti di dollari se riesce a truffare un tot di clienti nell’arco di una cruciale, storica giornata, per poi sparire dalla circolazione.

Voto: 7. Geometrico.
Colin McKenzie

Margin Call

Di cosa parliamo? Dei protagonisti del film. Opera corale che fa apparire in ordine di grandezza tutti gli squali di questa bella banca di investimenti (tipo Lehman, Merrill). Prima ci sono i due impiegatucoli, poi il capetto, poi il capo e alla fine il board al gran completo. Per l'occasione sono stati tirati fuori dal freezer e scongelati attori che non si sentono da un po'. I vari Irons, Spacey, Quinto, Bettany, Moore. Tutta gente brava, bravissima, forse un po' stagionata, ma di certo spessore. Gente che riesce a tenere su la tensione solo con i dialoghi. Perché alla fine il film si riduce a una serie di dialoghi. Taglio teatrale e (quasi) unità di tempo e luogo: un buonissimo docu-thriller (si può scrivere docu-thriller in un blog?).

I dialoghi. Belli, taglienti, diretti. Cito alcuni passaggi: "Spiegamelo come se fossi un bambino piccolo o un Golden Retriever", e ancora "Sono solo soldi." E poi un bel monologo di Bettany che parla di ipocrisia dell'intero sistema finanziario: quella di chi maneggia i soldi e quella di chi li pretende per "vivere al di sopra delle proprie possibilità." Una bella critica che almeno non spara solo in una direzione, ma colpisce tutti e distribuisce per bene la pioggia di merda.

Ma c'è qualcosa che non riesce proprio a quadrarmi: il film non tende la mano, semplicemente non riesce a portare lo spettatore allo stesso livello degli affanni dei protagonisti. È già difficile immedesimarsi in qualcuno quando il film è corale e soprattutto quando non esiste nemmeno mezza figura positiva in tutto il cast (ok, Spacey ci va vicino, ma è comunque un personaggio dubbio). Cito: "Faccio fatica a simpatizzare per il povero impiegato che si becca 250.000 dollari l'anno, e se va male male ci guadagna su un altro milione." È proprio qui dove fallisce il film, nel far fare il salto allo spettatore dentro al telo grigio. Peccato perché poi non è nemmeno fatto male, anzi.

Voto: 7, ma con qualche riserva
Davide Mazzocchi

Stasera: Margin Call

Così da Wikipedia:
Il film si svolge nell'arco di 24 ore presso una banca d'investimento e si concentra sulla crisi finanziaria del 2007-2010. La trama segue quindi le vicende di un gruppo di impiegati durante il collasso finanziario.
Sempre sull'argomento abbiamo visto Inside Job, film documentario, con tanto di dati alla mano, interviste (concesse o negate) dei protagonisti della bella crisi che ha messo molti con il culo per terra. La differenza sostanziale è la scelta della forma: documentario da una parte, Inside Job e film (in senso più classico) dall'altra, 

Margin Call. Produzione indipendente e presentato al Sundance Film Festival del 2011. Le premesse sembrano molto interessanti, così come il cast: alcuni nomi piuttosto pesanti, Kevin Spacey, Demi Moore, Jeremy Irons, Zachary Quinto e altri. Aspettative? Sì, analisi, indagine e la possibilità di esplorare con i personaggi molti punti di vista sul collasso dei soldi finti degli ultimi anni.

La prossima settimana al cinema

Ok, qualche nuvoletta e temperature diverse da quelle che ci si aspetta a Giugno, ma insomma è estate. Mi sarei aspettato la chiusura del nostro buon cineforum, ma vengo smentito. Per la prossima settimana la proposta di film è interessante.

Margin Call
Ambientato nella crisi economica. Tema attuale, chiaramente. Prego vedersi anche Inside Job, documentario che parla abbastanza chiaro di che facce girano in questo mondo.

Silent Souls
Russo, drammatico, la storia di amore che comincia con la morte di lei. Così a occhi c'è ampio margine di introspezione. E un po' mi manca qualcosa di poetico. Per questo ho grandi aspettative (e l'avevano anche quelli che l'hanno nominato a Venezia).

Killer Elite
Action, action, action e ancora action. Almeno, il trailer non mostra molto altro. Però, incuriosisce che sia basato su un libro che dice di essere basato su avvenimenti reali. Ma alla fine... action.

Project X
Non so. Onda lunga dei vari Hangover 1 e 2? La produzione è la stessa, ma per qualche assurdo motivo mi incuriosisce. Forse per il titolo: dice più di quello che ci si aspetta?

Marilyn, tragicamente attuale

Inserendosi nel nuovo filone cinestoriografico già lucidamente richiamato da Davide, molto in voga in questo periodo forse per nostalgica reazione alla mutazione in atto con l'avvento della computer-graphic, s'inserisce quest'opera che, nel raccontare la controversa e dolorosa umanità dell'icona cinematografica novecentesca per eccellenza, mette in scena un altro vecchio conflitto da fase di passaggio: quello della fotogenia istintiva e scatenaormoni che nello spettacolo cinematografico sopraffà inesorabilmente l'arte della recitazione teatrale. Le insegnanti di recitazione sono solo dei supporti psicologici (altro che metodo Stanislavskij), gli assistenti e i manager sono degli innamorati disperati, gli spettatori possono solo adorare il prodigio della bellezza. Ma la dea Marylin non può che divorare la povera Norma Jean, che a sua volta, non tanto per salvarsi quanto almeno per prolungare l'agonia, non può far altro che sbirciare le persone normali, invidiandole, e regalare loro un sogno di amore impossibile.

Colin McKenzie
Voto 6.5

Marilyn

In un momento in cui il cinema sta per certi versi riscoprendo, indagando e tributando le proprie origini,  (prego vedersi The Artist, Hugo Cabret) un film biografico su Marilyn Monroe non sembra affatto stonare. Riportare sul grande schermo una persona che è stata per un periodo un'icona indiscussa, l'oggetto del desiderio di moltissimi, è sicuramente una sfida interessante, così come la sua effettiva realizzazione: Simon Curtis, il regista, ha usato lo scritto di Colin Clark come partenza e l'ha interpretato in maniera elegante.

Marilyn quindi, la bionda che si è stampata nell'immaginario di molti. Il film, biografico, fa subito la scelta importantissima di non mostrare tutta la vita, ma solo una piccola parte, un anno in cui l'attrice americana ha girato un film, Il principe e la ballerina, con il colosso del teatro inglese Sir Laurence Olivier (nei panni di regista e coprotagonista). Scelta importante, perché almeno si distacca dalla solita cronistoria che rischia di assomigliare di più a un sommario che a un'indagine. Il punto di vista non è nemmeno quello di Marilyn. Lei è vista dall'esterno attraverso gli occhi di tutti gli altri personaggi presenti nel film. È fantastico osservare come ognuno di questi personaggi aggiunga spessore a lei, alla dea greca di cui si innamora Colin. Così possiamo vedere la Marilyn attrice, la donna, la bimba, la moglie, la persona preda della depressione, insicura, malata. La persona vera insomma e non quell'immagine bidimensionale della maschera bionda sorridente e ammiccante.

Attraverso Colin anche lo spettatore si innamora di Marilyn, e come potrebbe essere altrimenti? La scena bellissima dei due lungo il fiume: colori pastello, leggerezza, vento. Mi sono preso la briga di guardare le facce degli altri spettatori illuminate dalla luce riflessa del telone. Ho visto gli occhi sognanti di tutti, mentre la ammiravano felice almeno per un momento. È questa la vera forza del film. Sì, ci sono anche tante altre cose, non ultimo il tributo al cinema, alla sua storia, alla sua evoluzione, il confronto con il teatro. C'è anche una minima indagine (a suon di citazioni di Shakespeare) sulla fama di chi l'ha per talento e di chi la brama e la merita. Ma alla fine tutto sbiadisce con la figura di una donna distrutta che sullo schermo risplende come una vera stella.

Voto: 8
Davide Mazzocchi


Conoscere la vita interiore di una Stella del genere scoprendo il suo lato così fragile e contradditorio non può che essere doloroso. Sì doloroso per tutti, per lei, per gli innamorati e per gli spettatori... estasiati comunque da lei Norma in arte Marylin!
Citando Lucy e Colin: Sì mi ha fatto soffrire... mentendo dico... solo un pochino...  ma è quello che gli serviva  no? E allora perchè non concedergli una sbirciatina... sì solo ogni tanto... ma questa sbirciatina se pur dolorosa non può che servire anche a tutti noi.

Voto: 7
SuperFlower

Cosmopolis

Cronenberg. Pochi mesi fa ci ha raccontato la storia di Jung e Freud prendendosi la libertà di fare un film dal ritmo incerto, che mette paura allo spettatore e che in fondo non spiega assolutamente nulla di cosa sia la psicoanalisi. In omaggio mette l'accento su uno scontro che i due giganti hanno avuto, ma non con le dovute proporzioni. Dopo questo scivolone, ritroviamo il vecchio David alle prese con qualcosa di più recente e sbarellato (si può scrivere sbarellato in una recensione?).

Basato su un romanzo di DeLillo, questo Cosmopolis parte anche bene e stabilisce subito il tema centrale e la scelta stilistica: abbandonato il serio, si torna sul pacato surreale. Il Pattinson decide che è ora di darsi una sistemata al taglio ed esce di casa. Con questo flebile pretesto, DeLillo e Cronenberg ci mostrano una società che merita ancora una volta una critica: il potere nelle mani di giovani rampanti che gestiscono infinite fortune e salgono nell'olimpo dei grandi miliardari per poi precipitare a causa dei capricci di una monetina cinese. Si tira in ballo anche l'arte (il possesso della stessa), il rapporto uomo-donna (freddo, distaccato, alla stregua di un mestiere o un dovere imposto da interessi altissimi), il sesso (fatto in macchina, tanto per gradire) e la protesta degli indignati.

Nonostante tutto, le premesse, i temi e un inizio francamente piacevole, Cronenberg cade nella retorica di dialoghi lunghi e più simili a giochini intellettuali con cui lo spettatore può confrontarsi se ha voglia. Notevole quello fatto durante la rettoscopia (anche questa in macchina, mentre il Pattinson paziente, discute di macroeconomia e pulsioni sessuali), notevole, ma inconcludente, quello finale con Paul Giamatti. Peccato, perché finire un film così lascia un brutto ricordo. In definitiva, è un film interessante, questo sì, ma bisogna mettersi lì a cercarci un senso e scavare a fondo in un terreno sabbioso e incerto. Ah c'è anche un topo gigante.

Voto: 5,5 perché il collega metterà 6,5
Davide Mazzocchi

Hunger

Hunger arriva nelle sale italiane fuori tempo massimo, per la vergogna di chi non ha il coraggio di mostrare lungometraggi di questo genere, riservando loro un timido passaggio al cineforum in prima serata. Ci strappiamo i capelli per quello che Diaz rappresenta (e ha rappresentato) per l'Italia. Ma stiamo cercando di difendere un film (Diaz) che non ha il carattere, nè la bellezza tragica di Hunger, che sbiadisce al suo confronto. Non esiste un paragone. Non esiste e questo deve essere chiaro per tutti.

Steve McQueen, sbeffeggiato dalla critica per il nome strambo di attore d'altri tempi, ha ribadito il concetto con Shame, mostrandoci l'animo umano e l'animo della società che l'ha forgiato. Ci è piaciuto, diciamo pure che abbiamo amato Shame, ma Hunger... beh, quello è tutta un'altra storia. "Vaffanculo!", una cosa a cui il cinema ci ha abituato. Peccato che la frase precedente sia "E cosa dirai a tuo figlio?" È questo Hunger: è il mostrare il limite dell'idealismo di una persona, di un gruppo di persone. Idealismo che porterà alla tragica e inevitabile conclusione. Hunger ci mostra il lato sporco di quel Regno Unito che ha un curriculum di merda lungo centinaia di anni, della signora Tatcher, idolatrata in The Iron Lady, delle carceri, dei secondini che picchiano.

Hunger è anche il confronto tra l'indifferente quotidianità di chi è schiavo di un sistema (il tizio che spazzola il corridoio, indifferente), la merda umana insomma (cit. Alberto A.) e l'idealista, Bobby, che si lascia morire per far sentire la sua voce nel silenzio della sua agonia. Hunger è sofferenza, tanta sofferenza, quella delle botte, della fame, dell'umiliazione. Hunger è la vita di tutti i giorni, raccontata con le piccole cose, la colazione, i fiori alla madre in ospizio, il controllare che la macchina non sia stata resa esplosiva dall'IRA. Hunger è teatro: tre atti in cui le parole e le immagini danzano una coreografia perfetta. Il dialogo centrale è una lezione di stile ed emozione. Due persone, un tavolo e qualche sigaretta e ti tiene lì incollato alla poltrona. Hunger è... perfetto.

Voto: 10
Davide Mazzocchi

Steve McQueen ha la straordinaria capacità di costruire personaggi vivissimi e di immediata identificazione tramite le piccole cose e i rituali della quotidianità. Ha inoltre un talento visionario e iperrealista, forse tra i pochi veri epigoni di Kubrik, che gli consente di creare inquadrature come fossero opere d'arte contemporanea.

Colin McKenzie

Persepolis

Il passaggio in sala di Pollo alle prugne ha fatto tornare la voglia di (ri)guardarsi Persepolis, sempre firmato da Marjane Satrapi, in tutti i sensi. Ricordiamo che il film è tratto da un fumetto scritto e disegnato dalla stessa Marjane, che mi permetto di trattare in modo cordialmente amico, avendo condiviso per il tempo del film i suoi ricordi e i suoi pensieri, proibiti alla sua stessa famiglia ("Promettete di non fare domande.")

Cos'è Persepolis se non un voler raccontarsi? Un bisogno di raccontarsi, mostrare l'evoluzione di una persona, una bimba all'inizio, che diventa adulta fin troppo alla svelta grazie a una guerra che sta dilaniando il suo paese. Una volta espatriata in Austria, la giovane Marjane trova la complicità e l'amicizia di altre persone, così diverse che, nonostante le dedichino tempo e amore, rimarcano una volta ancora la solitudine e la diversità di Marjane. Inevitabilmente Marie Jeanne (la chiamano così per un po' e fa tenerezza) scopre l'amore, la felicità, il tradimento, il dolore. Tutto questo è narrato da un punto di vista abbastanza distante per essere oggettivo e abbastanza vicino da far percepire il profumo delle emozioni e dei sentimenti di Marjane. E chi è la sola persona che può compiere una prodezza simile se non chi le ha vissute realmente? Non una confessione, solo il bisogno di parlarne. Tutto qui.

Ma il film non si limita a questo, no, certamente. È reso preziosissimo dallo sguardo che indaga sulla guerra, sulla politica, sulla religione, in Iran e sulla vita così diversa che si trova ad affrontare in Austria, tutto visto da molteplici punti di vista e narrato con voci diverse: la Marjane bimba, la ragazza, i genitori, i soldati, gli amici austriaci, lo zio, la nonna. Personaggio grandioso, la nonna. Schietta al limite della durezza, forte, con una saggezza antica che fa quasi paura. Nel disegno in bianco e nero della nonna, in Iran, si percepisce il calore di quell'abbraccio verso i tre quarti del film. Ha un dono, Marjane: sa raccontare. L'ha dimostrato in Persepolis e l'ha confermato con il suo Pollo. Consigliato caldamente.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Dark Shadows

Che io non sia un Tim Barton fanboy si sa da un bel pezzo. Depp mi piace, ma con riserva. La premiata ditta Burton e Depp mi ha regalato in passato emozioni molto contrastanti, dal fastidio alla meraviglia e questo Dark Shadows lo aspettavo al varco per spareggiare il conteggio. E invece, niente da fare: lo promuoviamo con riserva ma il punteggio totale rimane fermo sul pareggio.

Il trailer, il maledetto trailer, mostra solo la parte divertente del film, mentendo spudoratamente sul reale contenuto. Mossa che non paga fino in fondo. O meglio, paga nel far affluire gente in sala, ma delude all'uscita. Chi si aspetta una commedia molto brillante, fatta di incantesimi e trovate, battute e controbattute tra la Green (la vera star del film) e Depp, contrasto tra vecchio (1760) e nuovo (1970), rimarrà inevitabilmente deluso. Sì, ci sono parti divertenti, ma non sono efficaci, proprio perché il trailer le ha rivelate anzitempo. E sì, ci sono parti noiose e francamente un po' stiracchiate.

I personaggi sono simpatici, ma tolti i due protagonisti amanti-nemici, non ci ho visto molto atro. Divertenti le macchiette della vecchia, del maggiordomo e della psichiatra, ma niente di più. La storia c'è, ma è semplice semplice, prevedibile? Sì. Sarebbe stata una novità se i due, il bell'eterno e la bionda strega, si fossero messi d'accordo per un rapporto sentimentale ed economico fruttuoso per entrambi alla faccia della famiglia di derelitti. È anche vero che l'ambientazione è simpatica e accattivante, la colonna sonora piacevole (con Alice Cooper dal vivo!) e gli effetti speciali e la fotografia azzeccatissimi. Tanto mestiere, ma non altrettanta originalità (pensiamo anche che il film è tratto da una serie degli anni '70). Altro dubbio rimangono i dialoghi, forse un po' pomposi. Sarebbe interessante vederlo in inglese per capirne il mood.

Pareggio quindi, aspetto il prossimo film per decidere se Burton-Depp meritano la fatica del biglietto e dell'odore di pop-corn.

Voto: 6
Davide Mazzocchi

Ho cercato il tuo nome


Risparmiate il vostro tempo. La vita è sicuramente meno banale e noiosa di così. Assegnerei volentieri il voto più basso in assoluto, uno (1), perché questo film non si merita nemmeno di essere ricordato, ma oggi mi sento buono.

Voto: 2
AC

Pollo alle Prugne

In una settimana povera di film quanto meno interessanti, questo Pollo alle Prugne è un fulmine a ciel sereno. Certo, la regista la conoscevamo già: si tratta di quella Marjane Satrapi che ha scritto Persepolis (fumetto), diretto l'omonimo film e adesso ha sfornato questo Pollo alle Prugne dal gusto amarissimo. Una bella riconferma, la dimostrazione che si può scrivere una storia anche banale ma renderla meravigliosa solo grazie alla narrazione.

La storia, in due righe, narra la vicenda di Nasser Ali, violinista eccelso che dopo un litigio con la moglie (che non ama) decide di lasciarsi morire, avendo visto il suo violino distrutto da una scatto d'ira della consorte. Otto giorni è la durata totale del trapasso, durante i quali ha la possibilità di ragionare, sprofondare nei ricordi e nella noia, nella disperazione, nella follia. Ricordi che parlano di una storia d'amore molto più grande e intensa che, nonostante la fine tragica, gli ha regalato l'arte e ha esaltato la sua musica.

Poi di mezzo c'è anche l'angelo della morte, i figli, la madre, il luttto, una fiaba persiana (resa con animazione in 2D, ma d'altronde proprio il film inizia con la versione persiana del "C'era una volta"). Non è tanto il fatto in sè quanto la resa. La parte tecnica del film è notevolissima e forse è la cosa che stupisce di più in assoluto una volta usciti dalla sala e tornati all'ingresso sotto i cartelloni di American Pie (sì, è polemica). È un turbine di personaggi, suoni, colori e musica. Un'ottima miscela che riesce a condire alla perfezione una storia d'amore tanto tenera quanto tragica.

Voto: 8
Davide Mazzocchi

Dark Shadows - Pensieri Misti

Burton e Depp, Depp e Burton e Michelle Pfeiferr. Data la settimana fiacca, cinematograficamente parlando, non mi resta che pensare alla prossima. E sul menù ci sono Burton e Depp gusto vampiro (una novità di questi tempi). Non lo nascondo nemmeno: non sono un fan di Burton, ma apprezzo molto Depp (soprattutto in ruoli più "normali", Donnie Brasco ti dice nulla?). L'ultimo Alice di Burton non l'ho nemmeno finito. Poco ispirato, noioso, sapevo di già visto lontano un chilometro. Sweeney Todd, beh, dai e per quello che mi riguarda è un complimento, dato che i musical insomma non è che mi facciano impazzire. Il mistero di Sleepy Hollow, bello, gotico, scuro. Edward mani di forbice, ho dei bei ricordi, non darei un giudizio critico: troppo giovane, tutto sensazioni.

Quindi un pareggio, questa è la volta buona che la beata coppia Burton-Depp può fare il colpaccio, per quello che mi riguarda. Il trailer promette bene, e forse per questo ho qualche sospetto. Voglio, pretendo di essere smentito!

Chronicle

Che fosse la settimana dei superpoteri l'avevamo capito lunedì con gli Avengers. Chronicle continua degnamente la serie della gente che vola e aggiunge i superproblemi all'equazione. La trama, piuttosto semplice, mostra tre ragazzi alle prese con la telecinesi, potere acquisito dopo la visita di uno strano cunicolo con dentro dei minerali strambi e abbastanza luminosi. Naturalmente non può andare tutto dritto e dopo un primo momento di esaltazione, va tutto a rotoli.

Nonostante la trama semplice, la sensazione che si ha all'uscita della sala è interessante. È quella di chi ha assistito a qualcosa di già visto, sdoganato, ma che funziona e che elude in qualche modo il passare degli anni. E l'altra è la convinzione che sotto sotto questi tre ragazzini che volano ci vogliano dire qualcosa di un po' più profondo di "Hulk spacca." Chronicle, se analizzato per bene, non è altro che un minestrone di roba che è passata al cinema o in TV da anni. Elenco in arrivo! The Blair Witch Project e Cloverfield: il punto di vista è l'immancabile aggeggio amatoriale portato a mano e, nel caso specifico, fatto volare grazie al potere mentale (bell'idea). Il pretesto è banalotto, ma tolto l'imbarazzo iniziale funziona. Heroes, gente normale con superpoteri e problemi fin troppo normali: stessa cosa qui, il problema è la società (in grande) e la famiglia (in piccolo). Akira: manie di grandezza, perdita di controllo, vetri che cadono, palazzi che esplodono (sì un'altra città viene rasa al suolo: un classico). Le scene finali del film gli assomigliano molto, anzi a ripensarci, gli assomigliano davvero moltissimo. Un miscuglio, ma ben fatto. Tutto il montaggio delle immagini riprese da fonti diverse tiene a sufficienza. Ho qualche appunto, ma sembra di cercare per forza qualcosa che non va.

L'altro aspetto, forse quello interessante, è la condizione del protagonista. Situazione sociale e famigliare più o meno a pezzi che non fa troppo bene a un ragazzino che vorrebbe essere come gli altri ma che si ritrova sempre più solo. Per assurdo, i superpoteri che gli regalano un minimo di notorietà sono anche la causa di tutto il dolore che proverà in seguito. Un dramma, forse buttato addosso allo spettatore senza troppe remore e con poca eleganza, ma che dipinge una brutta società. A questo ritratto ci stiamo facendo un po' l'abitudine purtroppo e la cosa non è che consoli molto.

Poi per curiosità mi sono anche guardato il budget per la realizzazione (fonte Wikipedia): Cronichle 15M, The Avengers 220M. Niente polemica, naturalmente, a me sono piaciuti entrambi e sono talmente diversi che forse il paragone non regge: giusto una curiosità.

Voto: 7
Davide Mazzocchi